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Far Cry Primal - recensione

Ubisoft si evolve tornando all'età della pietra.

Da un po' di tempo a questa parte, più o meno da quando Ark: Survival Evolved ha riscosso un successo inatteso, tra gli sviluppatori è scattata la moda dell'ambientazione primitiva (e sulle sue varianti, come nel caso di Horizon: Zero Dawn). Tra tutti i publisher in circolazione Ubisoft era sicuramente quello più adatto per poter cogliere la palla al balzo, avendo tra le mani un franchise del calibro di Far Cry, assolutamente perfetto per potersi adattare alle nuove esigenze di mercato.

In effetti la casa francese aveva a disposizione un modello di gioco open world basato su ambientazioni naturali estremamente ricche, con fauna e flora abbondante e ben differenziata e una struttura a missioni e obiettivi primari e secondari decisamente versatile. L'unico vero problema di un passaggio dall'era moderna all'età della pietra era l'eliminazione delle armi da fuoco e la limitazione degli scontri a distanza, dettaglio che avrebbe costretto i programmatori a studiare un combat system differente per colmare la lacuna.

Ed è così che è nato Far Cry Primal, progetto partito per cogliere al volo un'occasione e trasformatosi trailer dopo trailer in qualcosa di reale e affascinante. I programmatori, però, sono riusciti a dare a Primal un carattere distintivo ma senza quella scintilla in più che lo avrebbe trasformato in un piccolo capolavoro.

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Nel corso del gioco si acquisiscono varie armi che possono essere costruite in un attimo a patto di avere a disposizione i materiali necessari. Difficilmente si rimane senza risorse.

L'impostazione di base c'è e funziona a dovere. Il giocatore veste i panni di Takkar, membro della tribù Wenja che viene separato dal proprio gruppo durante una battuta di caccia finita in tragedia. Solo e disarmato, il protagonista muove i primi passi nella selvaggia valle di Oros, popolata da creature di ogni genere e, fortunatamente, ricca di risorse da sfruttare per la propria sopravvivenza.

Bastano pochi istanti per rendersi conto di quanto sia utile il senso del cacciatore, un filtro visivo attivabile tramite la pressione prolungata dello stick destro che, in sostanza, evidenzia tutti gli elementi interattivi nelle vicinanze, esattamente come accade in altri titoli open world come i vari capitoli della serie Assassin's Creed.

Grazie ai sensi del cacciatore si possono individuare animali da cacciare, risorse naturali da raccogliere e perfino l'odore di possibili prede, mostrato sotto forma di evidenti scie colorate. Dopo pochi istanti e una rapida ricerca di materiali nelle vicinanze, Takkar riesce a fabbricare un arco che, in sostanza, si rivelerà essere l'arma più utile e appagante dell'intero gioco. Pur non avendo le armi da fuoco come negli altri Far Cry, infatti, in Primal si può usare l'arco per eliminare i nemici dalla distanza o, se non altro, per ridurne drasticamente il numero prima dell'inevitabile corpo a corpo.

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Trovando alcuni personaggi importanti e mandandoli al villaggio si ottiene l'accesso a nuove abilità e nuove missioni.

I problemi, però, emergono quando gli scontri si fanno più violenti e ravvicinati, visto che i duelli corpo a corpo sono caratterizzati da un sistema di combattimento fin troppo basilare, un po' come accade nei vari The Elder Scrolls. Si può infatti attaccare con un colpo rapido e poco potente, oppure caricare un attacco pesante tenendo premuto il grilletto destro del joypad. A parte questo non si può fare altro. Non esiste la parata e le schivate sono associate unicamente al movimento dello stick sinistro, con risultati poco soddisfacenti. Proprio a causa di queste mancanze negli scontri ravvicinati si tende a cercare il più possibile un approccio a lungo raggio, sia affidandosi all'arco che scagliando le clave, le lance e le altre armi che si ottengono nelle fasi avanzate del gioco.

La situazione però migliora quado s'impara ad addomesticare gli animali feroci che popolano la valle di Oros. Una volta acquisita questa capacità, infatti, le cose iniziano a farsi decisamente più divertenti, visto che si può utilizzare il gufo come una specie di drone vivente, mentre i quadrupedi più grossi e aggressivi possono essere usati come veri e propri tank, o perfino cavalcati per accelerare gli spostamenti nel vasto mondo del gioco.

Osservando questi elementi ci si rende conto di quanto Far Cry Primal si sia allontanato dalla struttura tradizionale degli FPS per spostarsi più verso il genere delle avventure. Gli scontri coi mob ci sono e sono molto frequenti, ma in generale si ha più la sensazione di trovarsi di fronte a un'esperienza ad ampio respiro in cui si può optare per approcci differenti a seconda della situazione.

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La gestione dei pet è l'elemento più interessante del gioco, visto che a seconda dell'animale addomesticato si può impostare un approccio diverso alle battaglie. Senza dimenticare che lo si può anche cavalcare!

A tutto questo si aggiunge la possibilità (e la necessità) di costruire e ampliare il villaggio della propria tribù, trovando nuovi membri da accogliere (dopo averli aiutati con missioni apposite, sbloccandone il rispettivo albero di talenti), realizzando nuove capanne e migliorando la qualità della vita dei Wenja. Per migliorare i vari elementi del villaggio sono necessari materiali (da recuperare farmando in giro per il mondo di gioco) e gli abitanti, il cui numero aumenta completando le missioni principali e quelle secondarie che compaiono casualmente sulla mappa.

La sensazione che si ha giocando Far Cry Primal è che il titolo Ubisoft scorra via in modo molto piacevole senza però offrire picchi davvero appassionanti. La trama e i personaggi creati dagli sviluppatori soffrono la scelta di un'ambientazione che ha dato molto in termini di atmosfera e di spettacolarità del mondo, togliendo altrettanto al comparto narrativo. Per la maggior parte del tempo si vaga per il mondo procacciandosi materiali e risorse, completando le missioni principali e secondarie che si incontrano lungo la strada.

Tutto funziona, intrattiene e diverte, senza mai raggiungere livelli di eccellenza, soprattutto giocando a livello normale. Aumentando il livello di difficoltà, invece, la sfida normalmente piatta riesce a garantire qualche emozione extra, soprattutto nelle prime fasi di gioco in cui Takkar è privo di armi, risorse e abilità. A livello di difficoltà più alto basta un solo assalto da parte dei pericolosi carnivori che vagano per le lande di Oros per lasciarci le penne.

Sotto molti punti di vista Far Cry Primal è il capitolo più interessante del franchise di Ubisoft. Pur abbandonando l'elemento principale degli FPS infatti, Primal inserisce nel cocktail tante nuove variabili che contribuiscono a rendere più fresca l'esperienza. Far Cry Primal ci ha tenuto impegnati per circa 11 ore, durante le quali abbiamo affrontato diverse missioni secondarie ignorandone molte altre per questioni di tempo. Per completare il gioco al cento per cento cercando anche i numerosi collezionabili nascosti dai programmatori avrete bisogno di non meno di 15 ore di ricerca e divertimento (io sono abbondantemente oltre la ventina, ndSS).

Se dei vecchi Far Cry apprezzavate le sparatorie e gli scontri a fuoco difficilmente riuscirete ad appassionarvi a Primal, ma in caso foste alla ricerca di un gioco caratterizzato da un'atmosfera ricca e piena di elementi da scoprire, passerete molte ore in compagnia di questo bel titolo di Ubisoft.

8 / 10

Far Cry Primal - recensione Filippo Facchetti Ubisoft si evolve tornando all'età della pietra. 2016-02-22T12:00:00+01:00 8 10

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