Halo 3: ODST

Bungie molla Master Chief e cambia rotta: esperimento mal riuscito o mossa vincente?

Recensione difficilissima, c’è poco da dire. Parlare di un Halo qualsiasi non è mai semplice e scontato, specialmente quando si tratta di esprimere un giudizio e quando si ha a che fare con un brand che, volente o nolente, è parte integrante della storia dei videgiochi per quel che ha rappresentato e rappresenta.

Su Halo 3: ODST ci sarà da discutere ancora per molto e i giudizi discordanti sicuramente non mancheranno. Per quelli che non hanno saputo resistere e son corsi a vedere il magico numeretto a fine recensione, ma anche per tutti coloro che son partiti dall’inizio per sapere di fatto com’è il nuovo capitolo della saga, sono necessarie una serie di premesse, di diverso tipo.

Prima di tutto comincio da me: il mio rapporto con la saga è sempre stato piuttosto particolare e per certi versi controverso. Tralasciando ciò che è stato in principio, partirò ragionando su Halo 3, prodotto che ho sempre personalmente ritenuto fra i più sopravvalutati della storia recente, nell’anno delle grandi delusioni e dei figli dell’hype come Assassin’s Creed.

Un gioco da 7, esaltato da folle adoranti nonostante tutto, soprattutto grazie ai giganteschi (e oggettivi) meriti relativi al multiplayer, per cui è diventato il reale termine di paragone su console per quel che riguarda l’online competitivo.

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I protagonisti di ODST daranno vita a una vicenda in cui le vite di molti si sovrapporranno svelando mano a mano una trama articolata e ben strutturata.

Ma pur sempre un’avventura di breve durata, ben lontana dall’epicità promessa nei mesi precedenti l’uscita da Bungie e con un personaggio, consentitemi, che continua ad avere a mio avviso il carisma di una penna Bic. Insomma, una dei plus di ODST sarebbe dovuto essere anche la possibilità di vivere l’avventura nei panni di “uno dei tanti”. Mi chiedo dove sia la novità, considerando lo spessore di un Master Chief nato per essere il Mario di Microsoft e dimostratosi, per l’appunto, proprio“uno dei tanti”…come i protagonisti di questo inedito ritorno a New Mombasa (che, almeno, hanno una faccia e un nome).

C’è da dire dell’altro: per evitare condizionamenti di qualsiasi tipo, non ho seguito lo sviluppo del gioco step by step. I contatti si sono limitati a pochi secondi durante l’E3 e a Colonia, ma sapendo che avrei seguito la review, ho cercato di arrivare “vergine” all’appuntamento finale, senza un’idea concreta di ciò che avrei avuto davanti.

Ho approcciato ODST come un qualcosa di completamente originale insomma, tenendo lontani preconcetti e hype. Quello che mi aspettavo? Una sorta di Call of Duty ambientato nell’universo di Halo. Quello che ho trovato? Qualcosa di molto diverso. Anzi. Qualcosa di già visto in realtà.

Halo 3: ODST si dimostra esattamente ciò che sarebbe dovuto essere nella testa dei dev: un progetto secondario, cresciuto al punto da dirottare lo sviluppo verso un’espansione stand alone che consentisse a Bungie di sperimentare qualcosa di diverso rispetto al passato, partendo da una prospettiva differente, raccontando una storia, dando un volto e un background ai soldati impegnati sul campo di battaglia, rinunciando alla sua icona. Un progetto che, a conti fatti, cambia indubbiamente qualcosa ma evidenzia i problemi del predecessore e se vogliamo si espone anche a critiche del tutto nuove.

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