Darkout - review

Odissea nello strazio.

Il filone dei survival basati sul crafting non si è solo guadagnato le luci della ribalta in tempi relativamente recenti, ma sta producendo una serie di titoli che comincia a essere discretamente nutrita. Dopo la prima generazione, a partire da Terraria e passando per titoli più focalizzati su aspetti particolari come Don't Starve, sembra che al genere stiano ormai strette le solite ambientazioni.

Darkout fa parte della nuova ondata che sembra apprezzare particolarmente l'aggiunta di un tocco di fantascienza, Starbound compreso. Darkout si limita però a un unico pianeta, Illuna, dove l'antefatto ci scaraventa in maniera poco delicata, all'interno di una capsula di salvataggio che andrà in frantumi all'impatto salvandoci però la vita.

Armati di pochi attrezzi e qualche utilissimo gadget fantascientifico, dovremo quindi darci da fare per sopravvivere, operazione che passa per l'abbattimento di qualche albero e la costruzione di un rifugio utile a tenere lontane le forme di vita autoctone, possibilmente completo di luci e, perché no, di un letto su cui riposare e "respawnare" in caso di morte... suona familiare?

Il tono di Darkout è comunque più cupo rispetto a quello dei suoi colleghi. Illuna è un pianeta in cui il buio la fa costantemente da padrone, e le ore diurne sono poche e solo relativamente luminose; uno scenario imparentato con quello di Pitch Black per intenderci. I suoi abitanti sono anche vulnerabili alla luce, per cui è importante fornirsi di fonti d'illuminazione potenti e affidabili prima di lanciarsi in esplorazioni troppo pericolose.

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Già all'inizio si dispone di una discreta quantità di gadget ad alta tecnologia, ma è meglio consumarne solo lo stretto indispensabile.

Anche la progressione nel gioco, per quanto differente nella sua impostazione fantascientifica, è praticamente la stessa: dal rifugio di base si passa ad accumulare risorse, costruire una fornace e ampliare la propria zona di esplorazione, al fine di recuperare i materiali più disparati.

"Il tono di Darkout è più cupo rispetto a quello dei suoi colleghi"

Nuovi oggetti vanno però ricercati prima di poter essere costruiti e per farlo sono necessarie le risorse giuste e una quantità sufficiente di punti ricerca. Questi ultimi vengono accumulati interagendo con l'ambiente e le forme di vita del pianeta.

La ricerca non è propriamente intuitiva: è dato sapere cosa sia possibile ricercare in un determinato momento e le componenti necessarie, ma non vengono fornite informazioni sulla progressione delle tecnologie, che risulta abbastanza oscura. Senza un albero tecnologico a cui fare riferimento si finisce invariabilmente per mettere in coda tutte le ricerche possibili e ingannare l'attesa necessaria cercando le parti mancanti, e a ripetere costantemente il tutto in attesa di una svolta.

La raccolta di risorse è facilitata da una funzione automatica di selezione degli strumenti. Invece di passare in rassegna l'inventario o perdere anche solo pochi istanti per individuare il tasto di scelta rapida, basta cliccare su un albero per abbatterlo o sul terreno per scavare. Ciò permette anche di tenere gli attrezzi nell'inventario e collocare altre cose negli slot di selezione veloce.

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La costruzione delle strutture è più macchinosa rispetto agli altri titoli del genere, e rende l'allestimento di basi molto estese più laborioso del necessario.

Oltre che sulla ricerca, Darkout pone teoricamente una discreta enfasi sulla trama. Vari log sparsi per il pianeta spiegano la natura di Illuna e altre informazioni utili a comporre il mosaico narrativo, ma non c'è un vero impulso a esplorare a fondo solo per recuperare l'ennesimo frammento della storia.

"Lo stile si allontana dal minimalismo di Terraria e Minecraft ed è discretamente piacevole all'occhio"

Il tutto è presentato in uno stile che si allontana dal minimalismo di Terraria e Minecraft e discretamente piacevole all'occhio, ma anche anonimo e affossato da animazioni e piccoli dettagli non all'altezza. Per fare un esempio, le prime forme di vita con cui si ha a che fare su Illuna sono meduse volanti e ragni non esattamente sconvolgenti quanto a design e movimenti.

La grafica non è poi coerente con le collisioni, che avvengono molto più approssimativamente di quanto faccia pensare l'azione su schermo. Il problema si sente pochissimo agli inizi, ma quando i nemici si fanno più duri può capitare di perdere la vita e dover rifare la strada per recuperare l'equipaggiamento senza aver fatto nulla di particolarmente sbagliato.

La natura attraente ma grezza è in realtà un problema che non si limita alla grafica ma che pervade tutto Darkout, le cui fasi iniziali sono probabilmente tra le più difficili del genere, anche per chi ha giocato numerosi survival a base di crafting, da Minecraft in poi.

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Procedendo nell'esplorazione si rischia grosso. Meglio equipaggiarsi con qualcosa di futuristico prima di scendere nelle profondità del pianeta.

Il tutorial spiega frettolosamente come effettuare le prime operazioni in un piccolo box di testo in fondo allo schermo, ma si dilegua ben presto lasciando il giocatore confuso su come effettuare anche la più semplice delle azioni, quale piazzare una fonte di luce o riportare nell'inventario una porta piazzata male.

"I pochi elementi interessanti sviluppati da Allgraf si perdono in una quantità di tentativi sufficiente a vanificarli"

Il contrasto tra uno scopo finale ben preciso e la mancanza di indizi su come muoversi per ricercare macchinari particolarmente utili lascia smarriti ben oltre il necessario, e le parti più interessanti di Darkout sono celate dietro questa superficie particolarmente ruvida.

Arrivare a produrre e usare un jetpack, ad esempio, può essere gratificante, ma la frustrazione da pagare e la progressione alla cieca tra le ricerche mina il divertimento ben prima che si abbia la possibilità di godere dei propri sforzi.

I pochi elementi interessanti sviluppati da Allgraf si perdono in una quantità di tentativi sufficiente a vanificarli: procedere oltre le prime fasi richiede più capacità di sopportazione che voglia di avventura, a causa dell'interfaccia che non è ingeneroso definire terribile, e della macchinosità di ogni operazione.

Oltre questi fastidiosi scogli c'è del buono, ma siamo pur sempre in un territorio già esplorato e non c'è nulla di particolarmente eclatante o rivoluzionario che valga gli eccessivi e inutili sforzi richiesti. Dopotutto, calarsi nel ruolo di naufrago spaziale non è facilissimo quando il nemico più preoccupante in circolazione non è l'alieno che bussa alla porta ma una lanterna che non vuole saperne di rientrare nell'inventario.

Darkout fa insomma cilecca in fase di decollo, e questo può essere particolarmente fastidioso per gli eventuali acquirenti a causa dello sviluppo ancora incompleto. Ciò si riflette sia nella mancanza di rifiniture citate che in una generale pesantezza e instabilità del codice, sottolineata da lunghe generazioni dello scenario e caricamenti prolungati, ma anche in antipatici crash.

Il gioco lanciato recentemente corrisponde infatti solo alla prima delle quattro fasi previste da Allgraf, ma Darkout non viene venduto con la classica etichetta di accesso anticipato. Le parti migliori sono al momento ancora sul block notes del team di sviluppo, e comprendono veicoli, altri sopravvissuti, end game e multiplayer, solo per citarne alcuni.

Dovendo però giudicare Darkout in base a ciò che è e non a ciò che potrebbe essere in una data non meglio precisata, non si può fare a meno di pensare che le alternative in circolazione (soprattutto Starbound, nonostante sia in accesso anticipato) siano attualmente preferibili e più che in grado di colmare anche la più accesa voglia di carpenteria cosmica.

5 /10

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Riguardo l'autore

Emiliano Baglioni

Emiliano Baglioni

Redattore

Emiliano si affaccia al mondo dei videogiochi all’epoca del Vic 20. Vive la sua storia di giocatore pensando che prima o poi crescerà e mollerà il joypad, ma non abbandona mai la sua passione, che riesce in qualche modo misterioso a conciliare con tutto il resto.

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