The Vanishing of Ethan Carter, la bellezza non basta - review

Quando la forma supera la sostanza...

C'è un filo di spocchia nei primissimi istanti di The Vanishing of Ethan Carter, con quella frase sul fatto che il gioco non ci guiderà per mano con quest tracker, frecce, bussole, mappe e tutte quelle convenzioni a cui siamo abituati. Che poi è vero fino a un certo punto, perché in realtà ci sono solo un paio di occasioni in cui veramente ci si sente smarriti, e sono più che altro imputabili a scelte di design non pulitissime, mentre nella maggior parte dell'esperienza è abbastanza chiaro dove andare e cosa fare.

Non saremo presi per mano nel senso più comune della frase ma i sentieri che ci guidano sono un po' come le mani invisibili degli sviluppatori che ci indicano la via, e soprattutto i (bellissimi) spazi che ci troviamo a calcare sono solo apparentemente aperti e liberi, colmi di muri invisibili ed esplorabili solo a metà, viste le limitatissime possibilità d'interazione che ci vengono offerte.

Il nostro protagonista è una sorta di detective, indagatore a metà tra l'incubo e la realtà, che per le poche ore necessarie al completamento dell'avventura si occupa della sparizione del giovane Ethan Carter e del mistero sempre più torbido che lentamente si sviluppa sotto gli occhi del giocatore.

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È molto gradevole come gli indizi compaiano a schermo come sussurri, ma la vera difficoltà si trova solo in alcuni puzzle.

Con l'analisi della trama ci fermiamo qui perché rovineremmo il gioco a svelare di più, basti solo sapere che è sempre chiaro dove le cose stiano andando e gli elementi soprannaturali sono tutto sommato canonici e più d'atmosfera che spiazzanti.

Il paragone con Gone Home è apparso più volte nelle analisi del gioco ma si tratta in realtà di una somiglianza più che altro strutturale: la visuale in soggettiva, la narrazione portata avanti tramite oggetti e appunti trovati durante le ricerche, ma poco altro. Per quanto riguarda l'esperienza siamo molto lontani dalle emozioni provate esplorando la casa di Gone Home, da quella sensazione di non sapere bene da che parte la storia stia per virare, ma anche qui ci fermiamo perché magari qualcuno non l'ha ancora giocato.

Ma non facciamo finta di niente e diciamolo: gli scorci offerti dal gioco sono tra i migliori mai visti su PC, paesaggi creati con maestria, splendide vedute, colori perfetti e atmosfere sospese. Gli sviluppatori The Astronauts sanno decisamente quello che fanno, almeno sul fronte della direzione artistica. "Art for art's sake", si dice, e sembra che The Vanishing of Ethan Carter abbracci la filosofia e ci mostri il bello per il gusto di farlo, per immergerci in un mondo parallelo, anche se poi, stringi stringi, privo di grosse qualità ludiche.

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La storia è piuttosto prevedibile e non manca anche il momento alla Blair Witch Project.

Da vedere, infatti, stiamo parlando di uno spettacolo, capace di attirare l'attenzione del non giocatore che vi passa alle spalle, ma quando poi si inizia a muovere il protagonista l'illusione sparisce e ci si sente in un mondo magico nel quale solo pochi, pochissimi oggetti possono essere toccati davvero.

Queste righe non vogliono risultare polemiche e può essere che l'effetto di sospensione dalla realtà sia addirittura voluto dagli sviluppatori, ma il dubbio rimane. Quello che conta, forse, è lo stimolare una reazione, delle emozioni. E magari il fastidio e la sensazione di un mondo scomodo sono proprio l'obiettivo dei creatori, sebbene gli enigmi che ci vengono presentati poi farebbero propendere per una spiegazione meno romantica e più pratica.

I primi 10 minuti di gioco sono rapiti dall'estetica, e anche le primissime interazioni col mondo svelano un meccanismo carino e che potrebbe dare il via ad un'esperienza intensa, ma poi ci si rende conto che non è stato approfondito più di tanto, e ci si ferma ad un livello sufficiente ma non certo da capolavoro.

The Vanishing of Ethan Carter: un video di gameplay commentato dagli sviluppatori.

Non si parte male dunque, e quando si viene chiamati a spremere un po' le meningi si scoprono enigmi stuzzicanti quel tanto che basta per non annoiare, ma poi, piano piano, le cose si arenano e soprattutto il "wow factor" sparisce. Riproporre lo stesso identico puzzle a pochi minuti di distanza, in un gioco che dura una manciata di ore, è pigrizia, non arte.

E allora ci si arrende, ci si lascia prendere per mano da una narrazione da scoprire, più che da creare attivamente, almeno fino a quando non si va a sbattere contro un dubbio sistema di salvataggi che, questo sì, sembra alla deriva.

The Vanishing of Ethan Carter ha saputo creare attorno a sé quell'aura da indie anticonformista e di qualità che a molti piace contrapporre alle maxi produzioni multimilionarie, ma tutto questo hype non fa che rendere più evidenti i difetti del gioco. Se il titolo non fosse così pretenzioso, forse avremmo affrontato con meno aspettative l'esperienza e non avremmo dato più di tanto peso, per esempio, a quella benedetta mano citata in apertura che, al contrario di quanto promesso, è sempre presente.

Superato il fastidio (soggettivo, tra l'altro) non si può però fare a meno di bearsi di immagini splendide e comunque di godersi qualche ora in compagnia di un mistero forse non spettacolare ma più che gradevole, anche se certo non per tutti. L'impressione è che questa produzione verrà ricordata in futuro più per gli screenshot mozzafiato che potete trovare in giro per la rete, che per vere qualità narrative o ludiche, campi nei quali il gioco porta a casa il risultato senza grossi guizzi di qualità.

7 /10

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Riguardo l'autore

Alessandro Arndt Mucchi

Alessandro Arndt Mucchi

Redattore

Giocatore cronico, lettighiere notturno, cuoco discreto, giurisprudente perplesso, musicista part-time, giornalista dal 2006. Da sempre esperto di versetti.

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