L'eredità di Amiga - editoriale

Cosa ci ha lasciato uno dei più grandi hardware da gioco degli anni '80 e '90?  

Giovedì scorso, esattamente il 23 di luglio, l'Amiga ha compiuto 30 anni. Leggendo la notizia, la mia mente di gamer è istantaneamente tornata a quel magico periodo a cavallo tra la metà degli anni '80 e i primi '90, in cui i videogiochi erano ancora un fenomeno per molti versi inesplorato, le console erano appena reduci dal grande crollo che aveva quasi spazzato via l'intera industria e sul mercato si affacciava questo hardware nuovo e affascinante, erede del glorioso C64, un ibrido tra console, PC e dispositivo multimediale che sembrava in grado di fare letteralmente tutto.

A guardarsi indietro oggi, quel passato sembra decisamente lontano e appannato. Commodore è fallita da tempo e il suo nome ha smesso di circolare, se non nei forum di retrogaming. Il mondo dei videogiochi tradizionali è ormai più che consolidato e sostanzialmente stretto nel monopolio delle console, tornate saldamente in sella, e del PC Windows. Lo spazio per tutti i sistemi da gioco "alternativi" è ridotto a zero o quasi: un assioma apparentemente confermato anche dall'insuccesso delle innumerevoli piattaforme Android che hanno osato affacciarsi sul mercato.

In un simile contesto, si potrebbe quasi pensare che quella dell'Amiga sia stata una semplice parentesi, un'avventura emozionante ma sterile, il passaggio di una meteora che a livello culturale e di mercato ha finito per lasciare le cose esattamente come le aveva trovate. Niente di più sbagliato: guardando con la giusta attenzione, si scopre infatti che la macchina di Commodore ci ha lasciato un'eredità straordinaria che perdura tutt'oggi, e non c'è momento migliore di questo trentesimo anniversario per andarla a riscoprire.

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L'Amiga era un'eccellente macchina da gioco, ma si presentava anche come uno strumento 'serio' e adatto allo studio: una dote indispensabile per penetrare in un mercato come quello europeo, ancora diffidente nei confronti dei 'giochini elettronici'.

Innanzi tutto, a molti ragazzi degli anni '80 l'Amiga ha dato la prima possibilità concreta di scoprire e coltivare la passione per i videogame. Non è una banalità: chi non ricorda il mondo di quegli anni, probabilmente rimarrà sorpreso nell'apprendere che per un bambino o un teenager di allora non era affatto semplice convincere la propria famiglia a far entrare in casa una console da gioco. Il nostro settore era ancora visto con diffidenza, descritto con il termine dispregiativo di "giochini elettronici" e spesso accompagnato da espressioni come "rimbambirsi" o "perdere tempo". Un bel problema per chi era attratto dall'affascinante mondo digitale, ma non trovava i giusti argomenti per convincere Babbo Natale della bontà della causa.

Quegli argomenti arrivarono finalmente nel 1987, con l'Amiga 500, il modello più economico e di maggior successo: finalmente c'era sul mercato una macchina perfetta per i videogiochi, ma anche in grado di presentarsi in modo più "serio" e rassicurante. Un hardware che si poteva spacciare ai genitori come adatto anche allo studio e alla creatività (e lo era davvero!), ma che a differenza dei PC di allora non costava un occhio della testa. In poche parole, il cavallo di Troia perfetto: una volta varcata la soglia di casa, il gioco era fatto.

È anche per questo, probabilmente, che il territorio di maggior successo per l'Amiga non furono gli USA, bensì l'Europa: il "vecchio" continente non era ancora abituato alla proliferazione dell'intrattenimento digitale e per questo aveva bisogno di un "aiutino" a livello culturale. Per meglio comprendere la situazione, basta citare un dato: il glorioso NES, indubbiamente la console di maggior successo in quegli anni, vendette oltre 30 milioni di unità in USA, circa 20 in Giappone... e soltanto 8 in Europa (dati di VGchartz). In poche parole, se non fosse stato per Amiga, molti di noi gamer ultra-trentenni forse non avremmo mai avuto l'occasione di introdurre i videogiochi nella nostra vita e di ritrovarci qui su Eurogamer a discuterne, nel 2015.

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Defender of the Crown, sopra in versione Amiga e sotto su un PC DOS EGA (standard grafico del 1984). All'epoca, giocare su un costoso PC non significava avere automaticamente la grafica migliore.

Ma i meriti della veneranda macchina di Commodore non finiscono qui. L'Amiga era anche una macchina estremamente avanzata e "moderna" come visione. Era basata su un hardware per lo più standardizzato e semplice da usare, che risparmiava agli utenti la complicatezza degli hardware PC ma al tempo stesso era in grado di offrire prestazioni in molti casi simili o superiori, ad un costo nettamente inferiore.

Non dobbiamo dimenticare, infatti, che i PC di allora (i cosiddetti "IBM compatibili") erano spesso dei casermoni molto costosi e per nulla votati al gaming o in generale a quella che oggi chiameremmo "multimedialità": l'intero settore delle schede video e audio era ancora agli albori e non era affatto raro possedere macchine capaci di visualizzare solo una manciata di colori e di riprodurre al massimo qualche "bip" in quanto a sonoro.

L'Amiga invece offriva capacità grafiche incredibili, con fino a 32 colori a schermo e un fantastico chip sonoro stereo che ha saputo produrre alcune tra le colonne sonore più belle di sempre. Inoltre, l'Amiga era in grado di utilizzare sia il sistema di controllo tradizionale delle console (il joystick) che quello impiegato dai PC (mouse e tastiera). In pratica, stiamo parlando di una sorta di antesignana delle Steam Machine: una macchina che semplificava e al tempo stesso espandeva l'esperienza di gioco, un ibrido in grado di racchiudere al suo interno il meglio di due mondi che fino ad allora faticavano a convergere.

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Al tempo della sua uscita, l'Amiga vantava qualità multimediali avanzatissime relativamente al panorama dei personal computer. Nel mondo della produzione video e audio divenne in breve diffusissima.

Il suo potenziale innovativo si riflesse, inevitabilmente, anche sui giochi. Commodore non era direttamente uno sviluppatore e dunque l'Amiga non ha mai potuto contare su un numero particolarmente elevato di esclusive, ma molto spesso vantava le versioni tecnicamente migliori dei titoli multi-piattaforma, giochi che sono diventati vere e proprie leggende e oggi fanno parte della storia.

Monkey Island, Sensible Soccer, Speedball, Lemmings, Cannon Fodder, Another World, Dune, Alien Breed... si potrebbe letteralmente andare avanti all'infinito ricordando i più grandi capolavori Amiga, e di certo aspettiamo di leggere la lista dei vostri preferiti nei commenti.

Nel complesso, l'era Amiga fu forse l'apice dello sviluppo indipendente: un periodo in cui piccoli studi, spesso europei e composti da una manciata di elementi (come nel caso dei leggendari Bitmap Brothers), producevano alcuni dei titoli più apprezzati in assoluto e capaci di diventare veri e propri fenomeni di costume.

In un certo senso, anche questo fa parte dell'eredità lasciataci dagli anni d'oro di Amiga: l'attuale fermento dello sviluppo indie, reso possibile dalle nuove piattaforme di distribuzione digitale e di crowdfunding, richiama per molti versi proprio la mentalità che esisteva in quel magico periodo a cavallo tra gli anni '80 e '90.

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La fatidica mano che invitava ad inserire il disco resta una delle immagini iconiche del mondo Amiga. Se non l'avete vista almeno qualche migliaio di volte, non sapete cosa vi siete persi...

Ma parlare solo di indie è riduttivo, dal momento che su Amiga mossero i primi passi e ottennero i maggiori successi anche publisher e sviluppatori che in seguito sono cresciuti fino a rivelarsi di fondamentale importanza per le console degli anni a venire. La gloriosa Psygnosis, prima ancora di creare Wipeout ed essere acquistata da Sony, lasciò tutti a bocca aperta con uno Shadow of the Beast visivamente straordinario su Amiga. Il capolavoro Turrican, uno degli action/shooter più amati in assoluto di quegli anni, fu creato dalla stessa Factor 5 che in seguito sviluppò l'imperdibile Star Wars: Rogue Squadron per N64. E così via...

Insomma, nonostante a livello commerciale il marchio Amiga sia ormai morto e sepolto, il suo nome e la sua eredità culturale sono vivi ancora oggi e hanno contribuito a scolpire l'attuale mondo dei videogiochi e della multimedialità più di quanto non si potrebbe pensare. È innegabilmente una soddisfazione per tutti quei ragazzini degli anni '80 che, proprio grazie ad Amiga, riuscirono a vincere le diffidenze dei loro genitori e godersi una delle pagine più emozionanti nell'ormai lunga storia della games industry.

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Riguardo l'autore

Luca Signorini

Luca Signorini

Redattore

Luca gioca e scrive da quando ha scoperto le meraviglie del pollice opponibile. È giornalista ma soprattutto appassionato; non gli toccate Metroid, Stallone, i Black Sabbath e la carbonara e sarete suoi amici per sempre.

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