Enki e i suoi oggetti scombinati - recensione

Un'avventura ripetibile che lascia l'amaro in bocca.

Il filone degli horror in soggettiva punta tutto sull'atmosfera, sulla creazione di un ambiente credibile e capace di mettere angoscia al giocatore senza neanche mostrargli mostri o creature orrende. Si tratta di un equilibrio delicato nel quale gli effetti audio giocano una parte fondamentale: lamenti lontani, strani rumorini, sbuffi, crepitii... Un po' come il sale in cucina, anche l'audio negli horror va dosato sapientemente per arrivare in quel punto preciso che si trova un attimo prima dell'eccesso: troppo poco e non si crea atmosfera, troppo e si ottiene l'effetto contrario.

Ecco, uno dei primi problemi di Enki è proprio il comparto audio, composto da una manciata di effetti riproposti più e più volte, quasi insistentemente, tanto da guadagnarsi rapidamente un posto nel dimenticatoio. Gli sviluppatori italiani, lo studio Storm in a Teacup, sono alla loro prima esperienza col genere e forse si sono fatti un po' prendere la mano nel tentativo di rendere Enki il più denso possibile, magari per bilanciare il fatto che il gioco sia decisamente corto. Ma andiamo con ordine.

La descrizione su Steam parla di un'esperienza horror da ripetere più volte grazie ad enigmi che dovrebbero cambiare ogni volta, e indizi da recuperare nelle varie partite così da farsi un'idea su cosa stia effettivamente succedendo in quella cantina. Sulla carta l'idea è stuzzicante ma ci vuole poco (giusto mezz'ora, il tempo della prima run) per rendersi conto di come in realtà la descrizione lasci intendere qualcosa che in realtà non c'è.

Si parte in una cella sottoterra e da lì ci si muove in un piccolo ambiente di 6 o 7 stanze, cercando di aprire porte o risolvere semplici puzzle ambientali, tutti basati sulla necessità di raccogliere oggetti e utilizzarli al posto o nell'ordine giusto.

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Enki è buio, un'oscurità che spesso è il principale ostacolo alla scoperta degli oggetti che stiamo cercando.

La fuga deve anche essere rapida, abbiamo solo trenta minuti prima che arrivi la schermata del game over e allora è difficile che si riesca a uscire al primo tentativo, complice non tanto la difficoltà dei puzzle proposti, che non richiedono mai più di qualche secondo per capirne la risoluzione, quanto per l'effettiva difficoltà nel recuperare gli oggetti.

Sparse per il livello troviamo parecchie cianfrusaglie inutili (resta misteriosa la grande quantità di fazzoletti e penne) che servono solo a creare del rumore di fondo, così da distrarci da quei pochissimi oggetti effettivamente rilevanti. Le luci poi non aiutano nella ricerca: gli angoli sono davvero bui e ci si ritrova a fissare lo schermo strizzando gli occhi per beccare l'ultima chiave che manca.

Insomma, quando si muore dopo i primi trenta minuti si ha anche voglia di ricominciare per vedere cosa cambi ma la curiosità lascia presto spazio alla delusione visto che di rilevante non cambia niente. La chiave che prima era in un cassetto ora è per terra, ed è cambiato l'ordine dei simboli per aprire la cassaforte, ma altri enigmi sono invariati e soprattutto quell'unico "jump-scare" iniziale è sempre lì, uguale. Il pubblicizzato "extensive randomization system" semplicemente non c'è, non si può dire che gli enigmi siano diversi se la diversità sta nello scombinare le posizioni degli oggetti (che anzi è quasi frustrante, visto che si sa già come risolvere il puzzle, ma non si riesce perché l'oggetto che cerchiamo è finito chissà dove).

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Sparsi per il livello troviamo alcuni disegni che suggeriscono elementi narrativi, una storia piuttosto classica tra esoterismo e superstizione.

La spinta a rigiocare allora dovrebbe essere data dalla voglia di sapere cosa stia succedendo: seminati per il livello ci sono dei fogli che presentano i retroscena sul perché siamo stati catturati e cosa stia cercando il misterioso figuro che ci ha chiusi lì: non aspettatevi niente di spettacolare, però, perché la storia è abbastanza canonica e non vi coglierà in contropiede.

A questo punto i problemi di Enki sono evidenti: è un gioco che si finisce più o meno in 50 minuti mettendo in conto almeno una morte al primo playthrough e una seconda mandata tutta di corsa, visto che tanto si sa già cosa fare (con una corsa fastidiosamente breve, tra l'altro, che fa ansimare il protagonista dopo pochi passi), e che si propone come un'esperienza da ripetere più volte ma che fallisce proprio nel far venire la voglia di rigiocarlo.

Dal punto di vista tecnico si fanno notare alcuni artwork ben disegnati, fastidiosi crash che obbligano a ricominciare da capo (non si può salvare nella mezz'ora di tempo che abbiamo a disposizione) e il già citato (e monotono) comparto audio. Il risultato è che i 9,99 Euro richiesti sono quasi troppi. Non vogliamo sottovalutare l'effettivo costo di produrre un videogioco (il mito del garage che sforna indie bellissimi è probabilmente da sfatare) ma non si può neanche nascondere il fatto che il mercato, per il momento, sia tarato verso il basso e che la fascia dei 10 Euro presenti titoli di maggior levatura.

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Il posizionamento degli oggetti cambia ogni partita ma non è abbastanza per far venire voglia di tornare a giocare.

Enki parte da uno spunto interessante e si vende bene ma purtroppo lascia l'amaro in bocca quando si capisce che nel gioco c'è solo una piccola parte di quanto pubblicizzato. Se siete appassionati di esoterismo o volete dare una mano alla sviluppo nostrano, allora pensateci. Diversamente, non dite che non vi avevamo avvisato.

5 /10

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Riguardo l'autore

Alessandro Arndt Mucchi

Alessandro Arndt Mucchi

Redattore

Giocatore cronico, lettighiere notturno, cuoco discreto, giurisprudente perplesso, musicista part-time, giornalista dal 2006. Da sempre esperto di versetti.

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