Da ormai alcuni anni il mondo degli smartphone e più in generale dei dispositivi mobile sta crescendo a vista d'occhio dal punto di vista tecnologico, tanto da convincere diversi analisti che anche il mondo dei videogiochi tripla A non potrà rimanere indifferente. In questi anni abbiamo sicuramente visto aumentare considerevolmente l'interesse di diverse compagnie nei confronti di questo settore (qualcuno ha detto Konami?), e allo stesso tempo sono stati pubblicati una manciata di produzioni che anche gli "hardcore gamer" non dovrebbero lasciarsi sfuggire.

A questa migrazione verso il mondo mobile si è affiancato anche un movimento nella direzione opposta, con alcuni dei giochi più meritevoli o di maggiore tendenza che hanno cercato di fare il grande salto verso il mondo PC e quello console alla ricerca di un nuovo pubblico di appassionati. Dopo titoli come Angry Birds o il recente Plague Inc. è quindi arrivato il momento di una produzione che ha convinto critica e pubblico e che si è meritata diversi riconoscimenti tra i quali spicca il Google Play Editor's Choice.

Stiamo parlando di OPUS: The Day We Found Earth opera dei ragazzi di Team Signal che dopo la release su Google Play e App Store arriva su Steam in una versione riveduta dal punto di vista grafico che può contare anche su una colonna sonora creata da Triodust completamente rimasterizzata. Di fronte a un gioco come questo ci si ritrova a porsi una delle domande più classiche e difficili da rispondere: i titoli che hanno successo su dispositivi mobile hanno senso di esistere su piattaforme home nonostante una struttura pensata prettamente per smartphone e tablet?

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Il grosso della narrazione si basa su delle schermate di questo tipo. Il piccolo robottino Emeth sarà il protagonista assoluto di OPUS.

Corre l'anno 160.000 e l'Umanità si è ormai allontanata dalla Terra da diverso tempo. È, però arrivato il momento di ritrovare la via per tornare alla propria vecchia casa, di riscoprire il pianeta che per così tanto tempo ci ha ospitato. Sin da quando siamo nati abbiamo sempre vissuto su questa navicella, noi la Dottoressa Lisa e lo scorbutico Dottor Makoto. Il nostro compito è quello di ritrovare la Terra a qualsiasi costo sfruttando il telescopio che ci permette di scandagliare lo spazio e di classificare i pianeti le cui caratteristiche più si avvicinano a quelle del nostro obiettivo.

Rivelare troppi dettagli del comparto narrativo di Opus rischia di rovinare buona parte dell'esperienza di gioco. Siamo chiari, la trama proposta da Team Signal, il modo in cui viene diretta e la scrittura dei dialoghi non saranno memorabili e non rappresentano lo stato dell'arte del medium ma complessivamente la narrazione saprà strapparvi qualche sorriso e in alcuni casi addirittura commuovervi soprattutto grazie al buon lavoro svolto sui tre personaggi che formano il cast del gioco e in particolare su Emeth, protagonista assoluto e nostro alter ego per le 2 ore e mezza di gioco necessarie a completare Opus.

Emeth è un piccolo robottino che in pochi istanti, senza dialoghi memorabili o interazioni particolari saprà molto probabilmente far breccia nel vostro cuore. Si tratta di un personaggio che ricorda per certi versi Wall-E dell'acclamato film Pixar, un concentrato di tecnologia (ma non solo) che rappresenta lo spirito scanzonato e leggero di una produzione che, anche in virtù di un gameplay tutto sommato molto semplice, può essere davvero apprezzata da ogni fascia d'età. Uno dei requisiti necessari per non rimanere delusi dalla storia di OPUS: The Day We Found Earth rimane comunque la capacità d'immedesimarsi in Emeth, vero e proprio motore trainante dell'intero storytelling.

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In alcuni casi trovare i pianeti non sarà semplice e dovremo affidarci ad una manciata di indizi a volte piuttosto criptici.

Quando ci si trova di fronte a un gioco per smartphone e tablet ci si rende immediatamente conto che il gameplay difficilmente potrà proporre meccaniche troppo complesse o articolate. La natura stessa di piattaforma che può sfruttare esclusivamente o quasi il touchscreen sembra da sempre il limite più grande di questi dispositivi, un limite decisamente più evidente rispetto alla potenza bruta di processore e RAM. Le meccaniche alla base di OPUS sono la croce e la delizia del titolo sviluppato da Team Signal. La semplicità d'altronde non è necessariamente un male ma qui ci si ritrova troppo spesso a combattere anche con la ripetitività.

Sarà possibile scegliere tra due modalità di gioco: Storia (più guidata) e Normale (saranno presenti degli indizi ma sarete più liberi nella vostra esplorazione). Il nostro consiglio è quello d'iniziare direttamente a normale. Inizialmente ci troveremo sulla nostra nave spaziale e dovremo selezionare il telescopio per aprire una schermata navigabile in cui potremo scansionare pianeti e altri corpi celesti di varia natura. Potremo scansionare qualsiasi pianeta ma per andare avanti nella nostra avventura dovremo necessariamente individuare i pianeti indicati all'interno del nostro computer di bordo. Per farlo avremo a disposizione delle coordinate ben precise e in alcune situazioni degli indizi meno semplici da decifrare.

Una volta raggiunto il pianeta partirà l'analisi che lo classificherà secondo le sue caratteristiche principali e secondo la percentuale di somiglianza nei confronti della Terra. Una volta completato questo processo torneremo sulla navicella dove potremo ascoltare i dialoghi tra i membri della ciurma e dare un'occhiata a un paio di cutscene che portano avanti la trama di OPUS. Tutto qui, il gameplay si ferma semplicemente o quasi (è possibile individuare alcune informazioni sul mondo di gioco cliccando su certi oggetti all'interno della navicella) all'esplorazione della mappa e all'individuazione più o meno complicata dei pianeti. Si tratta si di una meccanica semplice e almeno inizialmente interessante ma che si trasformerà piuttosto in fretta in una procedura meccanica, quasi una distrazione indesiderata dalla trama, dalla storia di Emeth e dalla sua missione.

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La maggior parte del tempo ci troveremo a esplorare lo spazio in schermate come questa.

Che dire infine del comparto tecnico? Senza infamia né lode è molto probabilmente la valutazione più corretta per Opus: The Day We Found Earth. Il gioco, venendo dal mondo mobile, è molto leggero, gira pressoché su ogni configurazione (bastano 256 MB di VRAM , e un Dual Core) e può contare su uno stile grafico cartoonesco per quanto riguarda i personaggi principali. Di buona fattura le musiche di Triodust mentre purtroppo bisogna segnalare la mancanza della lingua italiana e di conseguenza la necessità di possedere una discreta padronanza dell'inglese per godere a pieno della trama e dei dialoghi tra i personaggi.

Per concludere torniamo alla domanda che ci siamo posti a inizio recensione. Opus: The Day We Found Earth è un gioco che ha senso di esistere su PC? Per quanto non si tratti di un titolo memorabile pensiamo di si. Ci troviamo di fronte a un'opera con un comparto narrativo interessante e, nel caso in cui riuscisse a coinvolgervi, più che godibile se non addirittura emozionante. Ci sono dei problemi evidenti e molto gravi a livello di gameplay (ripetitività troppo marcata e meccaniche alla lunga noiose) ma se siete alla ricerca di un gioco leggero, rilassante, magari da giocare in compagnia di un figlio o un fratello più piccoli l'avventura di Emeth alla ricerca della Terra perduta potrebbe fare al caso vostro.

6 /10

Riguardo l'autore

Alessandro Baravalle

Alessandro Baravalle

Redattore

Si avvicina al mondo dei videogiochi grazie ad un porcospino blu incredibilmente veloce e a un certo "Signor Bison". Crede che il Sega Saturn sia la miglior console mai creata e che un giorno il mondo gli darà ragione.

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