"Qual è la più grande sfida che bisogna affrontare quando si cerca di realizzare un gioco incentrato sulla narrazione? Nel nostro caso, non avendo alcuna idea al riguardo, è capire quale sia la storia del gioco poco prima di averlo completato. Non iniziamo lo sviluppo raccontando una storia. Stiamo cercando di evocare dei sentimenti che noi stessi non comprendiamo completamente, tipo 'cosa ricordo riguardo l'essere su un altalena quando ero un bambino'. La storia non arriva fino a quando il gioco stesso non si trova in una fase piuttosto avanzata. Quindi da quel sentimento abbiamo dovuto lavorare a ritroso, capire quale storia portasse a sentire quella particolare emozione".

Basta leggere brevemente le parole di Ian Dallas (da un AMA tenutosi recentemente su Reddit), creative director e figura chiave di Giant Sparrow, per arrivare a una conclusione molto semplice ma quanto mai rivelatrice: questo piccolo studio con base in quel di Santa Monica ha ben poco d'ordinario. E a conti fatto non era così complicato comprenderlo ancora prima di mettere le nostre mani su What Remains of Edith Finch.

Già perché questi ragazzi sono quelli che nel 2012 hanno confezionato The Unfinished Swan, una curiosa avventura in prima persona sicuramente imperfetta ma incredibilmente unica. Debuttare nel mondo dei videogiochi con un'opera tanto originale è complicato anche per il più talentuoso degli studi, mentre ripetersi arrivando anche a migliorarsi è qualcosa a dir poco raro e degno di nota. Per questo e per altri motivi (in primis uno sviluppo non proprio semplicissimo), un po' di sano scetticismo ci ha accompagnato mentre analizzavamo quello che rischiava di essere solamente l'ennesimo walking simulator degli ultimi anni. Col senno di poi siamo stati dei poveri stolti e Giant Sparrow ci ha fregati alla grande.

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Ridere, piangere, rimanere a bocca aperta di fronte all'ennesima storia sfortunata di uno dei Finch. Le emozioni non finiscono mai.

Il bosco sembra molto più selvaggio rispetto a quanto ci ricordassimo ma non tutto è cambiato, anzi, moltissimo è rimasto completamente immutato. Il sentiero per esempio regge ancora il passare del tempo ma è soprattutto la casa ad attirare il nostro sguardo. Gigantesca, contorta, per certi versi mostruosa seppur famigliare, accogliente seppur davvero troppo sconosciuta. Essere una Finch non è semplice, la famiglia d'altronde non passa di certo inosservata e non è priva di personalità a dir poco particolari. anche se forse sarebbe più corretto dire non era priva.

Edith Finch, la nostra giovane protagonista, è l'ultima rappresentante ancora in vita di questa stranissima famiglia, una ragazza che per cercare di far luce su ciò che è accaduto ai propri parenti ha deciso di tornare nella casa che per anni è stata un punto di riferimento, un grande rifugio in continua espansione, un piccolo castello per un gruppo di persone che sembra sotto l'effetto di una strana maledizione.

Nel caso in cui lo si voglia analizzare con superficialità, What Remains of Edith Finch è una raccolta di storie, la raccolta degli ultimi attimi di vita di buona parte dei parenti di Edith che per i più svariati motivi hanno prematuramente lasciato questo mondo. Ma analizzare l'opera seconda dei ragazzi di Giant Sparrow con superficialità sarebbe un peccato imperdonabile, anche perché dobbiamo ammettere che non eravamo assolutamente pronti per ciò che abbiamo vissuto in prima persona.

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Parlare di varietà è fin troppo riduttivo.

Il rischio spoiler è elevatissimo con questo tipo di gioco ma ciò che possiamo assicurarvi senza ombra di dubbio è il fatto che l'avventura che ci siamo ritrovati tra le mani è una delle opere più particolari mai realizzate, un contenitore di emozioni che in 2-3 ore trasmette sensazioni fortissime in grado di lasciare il segno. C'è un lavoro da incorniciare all'interno di uno storytelling che si fonda su basi solidissime e che al di là dei contenuti sfrutta meccaniche tanto efficaci quanto raffinate.

È la voce di Edith o quella dei suoi parenti a ricoprire il ruolo del narratore affidandosi a testi che compaiono letteralmente nel mondo di gioco, elementi secondari e che solo i giocatori più attenti sapranno cogliere, ma soprattutto su ricordi, aneddoti in grado di proporci una varietà di emozioni impensabile e a tratti spiazzante. C'è un lavoro certosino all'interno di un gioco che fa di tutto per ingannarci presentandosi per ciò che in realtà è solo in minima parte.

Un inganno in evidenza in particolare a livello di gameplay. Anche nel cercare di spiegare in dettaglio ciò che abbiamo vissuto controller alla mano, il rischio spoiler è dietro l'angolo ma in ogni caso il nostro obiettivo principale è quello di esplorare la casa cercando di accedere alla diverse stanze dei nostri parenti. Per farlo potremo interagire con alcuni oggetti attraverso il grilletto e l'analogico destro (utilizzato per spingere, tirare e girare ciò che stiamo utilizzando in un particolare momento).

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Quasi una seconda casa.

A queste interazioni basilari si aggiungono poi quelle che caratterizzano le storie dei nostri famigliari, storie che vivremo in prima persona attraverso i loro occhi e che dimostrano una varietà di situazioni ammirevole. Dal realismo più crudo all'avvenimento più improbabile e apparentemente onirico, tutto ciò che abbiamo imparato viene costantemente smentito da scelte di design di sicuro impatto e da un gameplay che pur mantenendo la propria base (i tasti utilizzati sono quasi sempre gli stessi, a parte poche varianti) riesce a risultare fresco e adatto all'episodio narrato, al tema trattato e ai sentimenti suscitati.

Tornando al discorso riguardante la superficialità, in questo caso si potrebbe parlare di una semplice raccolta di minigiochi, ma la costante esplorazione nei panni di Edith e i ricordi dei suoi famigliari riescono a risultare sempre organici e perfettamente collegati tra loro. Una lunga odissea nella morte ma soprattutto nella vita, nell'essenza e nelle qualità (e perché no nei difetti) di una serie di essere umani straordinariamente comuni e per questo ancora più affascinanti.

L'assenza di sottotitoli in Italiano è ovviamente un limite per tutti i giocatori che non padroneggino al meglio l'Inglese ma al di là di questo "difetto" c'è una qualità non da poco da lodare: il doppiaggio è di altissimo livello per ogni personaggio del nutrito cast che calca la scena della produzione targata Giant Sparrow. La colonna sonora realizzata da Jeff Russo (ha lavorato a serie TV come Fargo e The Night Of) svolge egregiamente il proprio lavoro e il comparto grafico si poggia su un Unreal Engine 4 di ottima fattura che mostra solamente il fianco a dei piccoli cali di frame rate che, fortunatamente, non hanno alcun impatto negativo sull'esperienza di gioco.

Gioia, spensieratezza, speranza, depressione, paura, senso di colpa. What Remains of Edith Finch è il classico titolo che non ti aspetti. Un'opera impossibile da etichettare, che ore dopo averla completata torna a bussare alla tua mente, a tormentarti, a ricordarti ciò che hai vissuto attraverso gli occhi di uno dei Finch scoprendo da vicino le vicende di una famiglia che di fronte alle più terribile delle disgrazie ha sempre saputo essere autentica e a modo suo unita.

Ian Dallas e soci ci sono riusciti, sono riusciti a confezionare un secondo gioco se possibile ancora più unico rispetto al debutto rappresentato da The Unfinished Swan, proponendo anche un'esperienza complessivamente migliore. C'è chi storcerà il naso per la durata contenuta o per un gameplay non sempre di spessore nonostante una varietà di situazioni davvero invidiabile ma prima di sparare sentenze vale sicuramente la pena di porsi una domanda da non sottovalutare: quali altri giochi riescono trasmettere ogni emozione possibile?

9 /10

Riguardo l'autore

Alessandro Baravalle

Alessandro Baravalle

Redattore

Si avvicina al mondo dei videogiochi grazie ad un porcospino blu incredibilmente veloce e a un certo "Signor Bison". Crede che il Sega Saturn sia la miglior console mai creata e che un giorno il mondo gli darà ragione.