Yakuza 6: The Song of Life - recensione

L'ultimo ruggito del Dragone di Dojima.

Il sesto capitolo dell'epopea di Toshihiro Nagoshi & Co è un episodio di passaggio, nel senso più profondo del termine. Si potrebbe certo pensare al cambio di motore grafico, primo segno che la serie stia guardando al futuro ma la verità è che il compito di The Song of Life va ben oltre i confini della presentazione visiva. Quello inscenato da Yakuza 6 è anzitutto un "passaggio del testimone", perché il tempo scorre, la vita continua e anche le più epiche tra le leggende sono destinate a tramontare.

Nonostante la presenza di una scena onirica atta a introdurre gli "affetti" di Kiryu Kazuma, vogliamo fare sin da subito un'importante premessa: i neofiti non si lascino ingannare dalle risse spettacolari o dai folli minigiochi, perché Yakuza è questo e molto altro. Stiamo parlando di una serie famosa per le sue trame impegnate e commoventi, sia per sceneggiatura che per direzione e recitazione. Le vicende di The Song of Life ci porteranno a Onomichi, prefettura di Hiroshima, e coinvolgeranno protagonisti e antagonisti del tutto nuovi. Detto questo, per percepire al meglio l'urgenza della missione di Kazuma, sarebbe bene aver giocato almeno a Yakuza 3 e 4.

Yakuza 6 va a posizionarsi subito dopo gli eventi del predecessore, con Haruka che ha confessato ai suoi fan di essere stata allevata da un ex-yakuza e con l'ex capo del Tojo Clan in ospedale, ancora provato dalla lotta contro Masato Aizawa. Il piano della figlia adottiva di Kazuma è tanto nobile quanto irrimediabilmente ingenuo: secondo lei perdere lo status di pop star è stato l'unico modo per riavere indietro la vita all'orfanotrofio e il suo adorato "ojisan" (zio).

Purtroppo, lo scontro con la dura realtà non tarda a presentarsi. Alcuni agenti della polizia entrano noncuranti nella stanza d'ospedale dove riposa Kiryu e lo dichiarano in arresto. Una volta destatosi, il Dragone di Dojima non esita ad "abbracciare" il carcere, anzi si rifiuta di ricorrere a un avvocato: ha intenzione di chiudere per sempre col passato per poter tornare dai suoi ragazzi a testa alta.

Trascorrono tre anni, Kazuma ha pagato il debito con la giustizia e può finalmente fare tappa a Okinawa. L'uomo viene calorosamente accolto dalla sua famiglia adottiva, tra lacrime di gioia ed euforia generale. I festeggiamenti, neanche a dirlo, hanno vita breve. Taichi e gli altri ospiti dell'orfanotrofio Morning Glory chiedono a Kazuma dove sia Haruka, la quale ha deciso di abbandonarli due anni prima per vivere, a sua detta, più vicino allo stesso Kiryu. A quel punto, spinta dal senso di colpa, Ayako confessa a Kiryu che le ultime notizie della giovane risalgono ad almeno un anno prima. Pur avendo appena ritrovato i suoi cari, la leggenda della Yakuza non ha scelta: deve tornare a Kamurocho per mettersi sulle tracce di Haruka.

Siccome non abbiamo intenzione di rovinarvi le sorprese, ci fermeremo prima della fine del prologo. Quanto vi abbiamo raccontato è già presente nella demo del gioco ed è solo un'infinitesima parte di una storia molto complessa. A differenza del recente Yakuza Zero, però, il ritmo della narrazione ci è parso non perfettamente bilanciato. Dopo i capitoli iniziali, che immediatamente riescono a calare il giocatore nei panni di un padre distrutto, arriva una naturale fase di "semina", preposta alla presentazione dei nuovi volti e allo scioglimento dei primi nodi della trama. La durata dell'indagine di Kiryu a Onomichi, come accade in molti serial TV, è stata dilatata in modo forse troppo artificioso.

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Kiryu e Date bevono 'un goccio' al New Serena.

Terminata questa sezione intermedia, la storia di Yakuza 6 spicca il volo e non cessa più di meravigliare, emozionare e commuovere. Il team di SEGA è nuovamente riuscito a creare non personaggi ma uomini e donne in carne e ossa, così come ha saputo inscenare i legami che li uniscono. Da menzionare l'ottima interpretazione di Beat Takeshi nei panni di Hirose ma invero il nostro plauso va a tutti i membri del cast. Al pari dei precedenti episodi, Yakuza 6 è doppiato unicamente in giapponese e, vista la qualità dell'opera, ciò è soltanto un bene.

Il comparto grafico non è l'unico aspetto del gioco che ha beneficiato del passaggio al Dragon Engine. The Song of Life presenta importanti differenze rispetto a Zero e a Kiwami, anche sul fronte del gameplay. Tanto per cominciare, all'equazione dei combattimenti si è aggiunta la fisica e le reazioni dei nemici ai colpi inferti da Kazuma ora appaiono convincenti. Non ci troviamo dinanzi ad un prodotto Rockstar e all'Euphoria, sia chiaro, ma di sicuro il balzo generazionale c'è stato. Tuffarsi in uno scontro con decine di brutti ceffi significa, da adesso, poter entrare in un market o in un ristorante per sfruttarne oggetti e arredi: lanciare un avversario contro una vetrata causerà la distruzione di quest'ultima, colpire gli espositori provocherà lo spostamento della merce e via dicendo. Le nostre azioni, inoltre, non passeranno inosservate agli occhi dei commessi, che ci "inviteranno" a uscire dopo aver assistito alla demolizione del loro posto di lavoro.

Gli stessi attacchi di Kiryu sono diventati molto credibili, grazie a un comparto delle animazioni totalmente rivisto. L'intramontabile eroe potrà scavalcare ostacoli, saltare da un tetto all'altro, salire le scale ed effettuare tutta una serie di azioni impensabili fino a Yakuza Kiwami. Ciò implica che anche la possibilità di esplorare le ambientazioni si sia evoluta, con hotel, grattacieli, sistemi fognari e punti panoramici, visitabili senza soluzione di continuità. Cose del genere non meravigliano in un moderno gdr d'azione ma, se accostate al brand di SEGA, queste si trasformano in una piccola rivoluzione.

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Beat Takeshi nei panni del capofamiglia Hirose.

I due Yakuza del 2017 proponevano un sistema di combattimento stratificato, con tre stili standard (per modo di dire) e uno leggendario. Ancora una volta il sesto capitolo ha voluto rompere con il passato, snellendo il combat system e l'area dei potenziamenti. La parola "snellire" in questo caso non deve spaventare, perché l'abbiamo intesa con un'accezione positiva. Giungere al massimo della forma di Kiryu dopo decine di ore passate a macinare denaro con la Real Estate - l'attività secondaria di Yakuza Zero - poteva essere soddisfacente, ma non per tutti. Proprio per questo motivo, forse, il team ha deciso di facilitare l'avanzamento del protagonista, connettendolo maggiormente alla trama principale.

Grazie al comodo smartphone, non destinato soltanto a foto e a selfie, è possibile aumentare le statistiche di salute, attacco, difesa, destrezza e barra dell'Heat Action. Quest'ultima servirà anche a estendere la durata della Super Heat Mode e non solo a garantire l'esecuzione di un maggior numero di colpi decisivi. Una volta entrato in modalità super, Kiryu sarà ancora più inarrestabile del normale e finirà i malcapitati con mosse degne dei miglior film di Jackie Chan. Oltre alle statistiche di base, il Dragone di Dojima potrà imparare nuove Heat Action, arricchire il suo repertorio di mosse e completarsi con numerose abilità di contorno. Il telefono permette altresì di tener d'occhio l'App Troublr (il Tumblr dei vigilanti), di leggere i messaggi o di ricordarsi delle substories in sospeso. In pratica, "l'oppio dei popoli del ventunesimo secolo" è un mezzo imprescindibile per gestire le proposte di questo sesto episodio di Yakuza.

L'evoluzione dell'offerta ludica stessa è ben ravvisabile fin dalle prime ore di gioco. La stragrande maggioranza delle attività proposte ha catturato il nostro interesse, rappresentando una piacevole pausa dall'incedere della narrazione: da Virtua Fighter 5 in sala giochi ai duri allenamenti nelle palestre RIZAP (con annessa dieta da seguire), passando per la caccia ai mostri marini, fino ad arrivare alle imbarazzanti live chat con attrici reali. Come se la pletora di minigiochi non fosse sufficiente a sottolineare la solidità dell'esperienza, al già pieno calderone vanno aggiunte le substories e il Clan Creator.

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Affrontare la malavita con un blocco di calcestruzzo ha sempre il suo fascino.

Kiryu Kazuma ha un'abilità ancor più temibile dei suoi pugni: attrarre a sé tutti "i casi umani" del Giappone. Come definire un ragazzo e una ragazza che fanno finta di aver scambiato i corpi, per resistere alle angherie del protettore di lei e sugellare il loro amore? Tra vecchie conoscenze e individui strampalati, le substories restano semplici ma divertenti e calzanti. Al contrario, il Clan Creator è una feature del tutto inedita e con del gran potenziale. Il nostro Kiryu dovrà aiutare il disilluso Joe a sconfiggere la JUSTIS, un'organizzazione in passato benefica che ha finito per sostituire le gang di Kamurocho.

Facendo ricorso al suo monumentale carisma, il Dragone di Dojima potrà reclutare nuovi membri e spedirli in battaglia contro i capitani di JUSTIS. Proprio come in un clan, sarà possibile gestire le gerarchie e schierare diverse tipologie di soldati, con tanto di comandanti al seguito. Progredire in quest'attività garantirà il dipanarsi di quella che è una vera e propria storia parallela, fatta di amicizie tradite e di sogni infranti. Al termine degli scontri principali, i numeri uno dell'organizzazione scenderanno in campo per regolare personalmente i conti con Kazuma. Clan Creator è una gradita novità dell'ecosistema di contorno, che speriamo possa sorprenderci nelle incarnazioni future, magari con un pizzico di profondità in più.

Yakuza 6, perfettamente in linea con il passato della serie, non è una degustazione di cibi stellati o di porzioni microscopiche, anzi è l'evoluzione del cenone di Natale a casa della nonna. L'offerta ludica, ricca come sempre, è stata ulteriormente rifinita, così come il sistema di combattimento e gli scontri con i nemici. Purtroppo non tutto è andato per il verso giusto in questo processo: ci riferiamo alle boss fight. Il confronto tra draghi con Shibusawa, la rivalità con Goro Majima o il passato che bussa alla porta nei panni di Joji Fuma non sono momenti facilmente replicabili ed eguagliabili, questo è certo, ma le note dissonanti in tal senso non si fermano qui.

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Ricevere un calcio in faccia dal Dragone di Dojima è più o meno così.

A The Song of Life non mancano gli antagonisti di spicco, potete dormire sonni tranquilli: è proprio il modo in cui si affrontano questi antagonisti a non averci colpito fino in fondo. Nel passato della saga, a ogni avversario corrispondeva un brano della colonna sonora, che esaltava la potenza scenica del relativo scontro. Inoltre, la presenza di più fasi all'interno della battaglia e di quick time event non faceva che aumentare la spettacolarità del risultato finale. Yakuza 6 si è avvicinato a una dimensione più realistica e ha quasi del tutto eliminato fasi, momenti scriptati e la prolungata resistenza degli opponenti. Inoltre, non sempre il comparto sonoro ha saputo interpretare il clima di tali "lotte all'ultimo gancio" e questo non ce lo saremmo mai aspettati.

Pur non arrivando alle stesse vette qualitative di Horizon Zero Dawn o di Uncharted, la nuova creatura di SEGA è finalmente entrata a far parte dell'attuale generazione di console con il Dragon Engine. I modelli poligonali sono dettagliati ed espressivi (almeno nei filmati) e anche le ambientazioni hanno beneficiato di un visibile miglioramento.

Ad amalgamare il tutto ci pensa l'ottima illuminazione generale, che riesce a valorizzare qualsiasi ora del giorno e della notte: l'oceano di luci al neon durante le passeggiate serali a Kamuorocho o il tramonto mozzafiato a Onomichi sono una gioia per gli occhi e vanno ad arricchire quello che è già uno spaccato credibile del Giappone moderno. Parlando del setting nella prefettura di Hiroshima, vi basti pensare che faccia venir voglia di andare a visitare la controparte reale per capire quanto sia ben ricostruito.

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Club SEGA: i santuari del retrogaming.

Insomma, la differenza grafica con i capitoli precedenti è quantomeno netta ma ci sono alcuni compromessi da accettare: il gioco gira a 30fps anche su PlayStation 4 Pro e presenta qualche sporadico calo di frame rate durante alcune sequenze filmate. Il fattore che potrebbe disturbare i giocatori più esigenti è certamente la presenza di aliasing sulle lunghe distanze, che va parzialmente a contaminare la pulizia dell'immagine. Bisogna tenere a mente che questo è stato il primo utilizzo in assoluto del nuovo engine, quindi sarà altamente probabile notare dei miglioramenti nei prossimi capitoli della saga.

Il titolo di SEGA, in definitiva, ha portato a termine il suo compito in maniera più che egregia: condurre la serie alle porte della modernità e permettere ai fan di salutare il Dragone di Dojima con tutti gli onori. Qualche incertezza in fase di sceneggiatura e le boss fight un po' sottotono, almeno se paragonate all'eccellente media a cui la saga ci ha abituati, non riescono a impedirgli di posizionarsi tra le più valide epopee videoludiche dell'anno.

8 /10

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Riguardo l'autore

Giuseppe Carrabba

Giuseppe Carrabba

Redattore

Laureato in cinema e televisione, si dedica alla divulgazione del videogioco senza confini e bandiere. Diviso tra Eurogamer.it e VG24/7.it, mira in segreto a realizzare Outer Heaven.

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