State of Decay 2 - recensione

AGGIORNAMENTO: Abbiamo provato a fondo la componente multiplayer e possiamo esprimere un giudizio finale.

Letteratura, cinema, televisione e videogiochi negli ultimi decenni hanno costruito attorno alla figura dello zombie un vero e proprio immaginario che tutti noi, bene o male, condividiamo. Appena sentiamo il termine non abbiamo bisogno di ulteriori stimoli, possiamo immediatamente chiudere gli occhi e raffigurare davanti a noi le strade di una città in rovina, le vetrine in frantumi dei negozi, i rottami delle automobili che ingombrano la carreggiata. Una coltre di fumo nero e soffocante s'innalza all'orizzonte, fino a coprire i pochi raggi di un sole che non scalda più. E l'orda che, stupida, disordinata, letale, avanza verso di noi, le braccia tese verso le nostre carni.

Le premesse di State of Decay 2 non sono certo originali, ma oseremmo quasi dire che il senso di familiarità, di già visto, rende ancora più affascinante il gioco sviluppato da Undead Labs. In due parole, si tratta di un survival ambientato in un open-world post apocalittico. Un mondo in cui popolazione è stata decimata dalla più classica delle epidemie zombie, e i pochi superstiti si devono organizzare in piccole comunità per sopravvivere.

Quante volte guardando un film sugli zombie ci siamo chiesti come agiremmo noi nei panni dei protagonisti. Cosa faremmo in una situazione simile? State of Decay non fa altro che mettere il giocatore a proprio "disagio" in un mondo di fantasia che abbiamo visitato più e più volte, dandogli gli strumenti per sopravvivere alla propria personale apocalisse, per mettere in atto i propri piani di fuga.

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Ecco una delle coppie iniziali. Probabilmente dovremmo guardare alle loro statistiche prima di prendere una decisione, ma la loro storia d'amore ci ha subito conquistati.

È il motivo per cui il primo capitolo della serie ci piacque così tanto, nonostante la veste grafica poco attraente e la goffaggine dei controlli. Ancora oggi è considerato uno degli horror gestionali meglio riusciti, in grado di mettere meccaniche free roaming ben oliate al servizio di un'esperienza personale, che differisce da giocatore a giocatore. Un successo di critica e pubblico che negli anni ha alimentato e gonfiato le aspettative per il seguito.

State of Decay 2 non rivoluziona il concept alla base della serie, ma si limita a perfezionarlo. Fin dalla prima partita percepiamo il salto generazionale. La nuova piattaforma, il nuovo motore grafico (sotto il cofano ora battono i pistoni dell'Unreal Engine) e probabilmente il budget più alto hanno permesso agli sviluppatori di correggere alcune magagne che hanno afflitto il capostipite della serie. Stesso discorso per quanto riguarda il gameplay: sono state introdotte nuove meccaniche e in generale la componente gestionale si è ulteriormente stratificata. Alla fine dei conti, però, in più occasioni ci sembra di giocare ad una nuova versione dell'originale, piuttosto che ad un vero e proprio seguito.

Il che non è un male, anzi, perché si tratta di un gran bel titolo. I fan di State of Decay possono brindare e gioire. Ma è una cosa questa che andava detta, per semplice correttezza. Come al solito dipende tutto dalle aspettative dei singoli, ed è anche un modo per avvisare chi non ha gradito il primo capitolo che il secondo probabilmente sortirà lo stesso effetto.

Non dobbiamo dimenticarci però di coloro che si approcciano al franchise per la prima volta e che probabilmente, ancora adesso, si stanno chiedendo di cosa tratti il gioco. Una volta impugnato il controller, in State of Decay 2 muoviamo i nostri avatar come in un action game in terza persona: corriamo, saltiamo, premiamo un tasto per bastonare i non morti, miriamo con un grilletto e spariamo con l'altro. Non prendiamo però il controllo di un singolo personaggio ma bensì di un'intera comunità. Detto in modo banale, è l'unione a far la forza, e solo aiutando i superstiti a collaborare tra di loro possiamo sperare di non vederli soccombere uno ad uno.

I primi membri della comunità vengono selezionati in modo puramente casuale. Se decidiamo di fare il tutorial (liberamente skippabile dopo il primo avvio) ci vengono proposte quattro coppie di sopravvissuti, ma non fatevi trarre in inganno dall'aspetto fisico. I modelli poligonali possono essere gli stessi ad ogni riavvio, ma i nomi e le caratteristiche dei personaggi cambiano di volta in volta, rendendo così unica ogni partita. Le schede informative ci raccontano il loro passato e la loro personalità, elementi da non sottovalutare, dato che per tirare avanti dovremo fare affidamento sulle abilità dei nostri avatar.

Ad un livello più superficiale è facile intuire che un ex pugile o un militare avrà dei vantaggi in fase di combattimento, mentre un medico è meglio tenerlo al sicuro alla base, a prendersi cura dei malati e a produrre medicinali. Tutte abilità che possiamo anche potenziare grazie ad elementi GDR molto intriganti. Più il pugile combatte più diventa forte, più il medico guarisce più diventa esperto. Una volta che una determinata abilità è salita di livello ci vengono anche offerte due diverse possibilità per specializzare ulteriormente il personaggio. Per esempio, aumentiamo la resistenza del pugile o l'efficacia dei suoi colpi?

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Dalle postazioni più elevate possiamo perlustrare la zona circostante. Graficamente sul modello base di Xbox One il gioco lascia un po' a desiderare. Su Xbox One X la risoluzione è incrementata ai 4K.

La personalità però interferisce ad un livello molto più profondo nelle meccaniche di gioco. Uno dei nostri personaggi, per esempio, è ipocondriaco. Questo fa sì che eventuali ferite vengano percepite più gravi di quanto siano in realtà, abbattendo il suo umore e l'efficacia in battaglia. Allo stesso tempo, costruire un'infermeria più efficiente all'interno della nostra base offre un effetto bonus positivo. E dato che gli ipocondriaci non li sopporta nessuno, la sua presenza può dare sui nervi ai membri più irascibili della comunità.

Questo piccolo esempio dovrebbe darvi un'idea delle variabili che agiscono nel mondo di State of Decay 2. La gestione delle risorse e dei beni di prima necessità è fondamentale, ma per mantenere in vita il nostro gruppo non dobbiamo limitarci a raccogliere solamente cibo, medicinali, munizioni e materiali da costruzione. Acqua potabile, corrente elettrica, una latrina in giardino o addirittura una Xbox collegata in soggiorno aiutano a mantenere ben saldo il morale, incrementando così l'efficienza di tutti ed evitando il rischio di litigi e ritorsioni.

Se dovessimo identificare il vero cuore pulsante di questo survival probabilmente non metteremmo gli zombie al primo posto. Al centro dell'esperienza c'è l'essere umano e i rapporti che si instaurano sia all'interno della comunità che verso l'esterno. Avremo infatti a che fare con altre enclavi di sopravvissuti che chiederanno spesso il nostro aiuto, o che ci daranno una mano quando serve. Instaurare rapporti amichevoli con queste piccole realtà è il modo migliore per reclutare nuovi membri e ampliare il nostro gruppo. Esseri umani che possono anche aprire il fuoco verso di noi, meglio quindi prepararsi per ogni evenienza.

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Dopo aver lanciato una molotov, qualche colpo di fucile a pompa dovrebbe sistemare l'ammasso infetto una volta per tutte.

Gli zombie forse non sono il cuore, ma di certo sanno come farci pompare il sangue su e giù per le vene. I non morti sono tanti e sono ovunque. Uno degli aspetti che Undead Labs ha limato con maestria è sicuramente il sistema di combattimento, ora molto più fluido e appagante. In particolar modo le armi da fuoco, che trasmettono un feeling più realistico, paragonabile a quello di altri giochi d'azione. Bene il corpo a corpo, anche se ogni tanto rimane l'impressione che il sistema di collisione possa essere migliorato ulteriormente. Investire gli zombie in macchina rimane sempre una goduria, ma portatevi dietro una buona scorta di benzina.

Tra i mostri l'unica vera novità è rappresentata dagli infetti colpiti dalla cosidetta piaga del sangue. Novità significativa, che influenza tutto il corso dell'avventura. Questa nuova specie di zombie, riconoscibile dal sangue che gronda in continuazione sul loro corpo, è l'unica capace di trasmetterci l'infezione che può trasformarci a nostra volta in non morti. Fortunatamente esiste una cura, fabbricabile estraendo campioni di tessuto proprio dai piagati.

Gli zombie affetti dalla malattia si radunano attorno ad un ammasso infetto, un globo purulento di sangue ed ossa che funge da nido e ritrovo. Trovare e sterminare gli ammassi sparsi per tutto il territorio sarà la nostra principale occupazione. In pratica sono delle specie di incursioni di difficoltà man mano crescente, che richiedono un'attenta preparazione e un buon arsenale.

Il gioco si può ritenere concluso una volta portato a termine questo compito in una delle tre mappe disponibili, ognuna delle quali è grande tanto quanto quella del primo State of Decay. Le aree però non sono collegate fra di loro e possiamo passare da una all'altra solamente una volta terminata la main quest, in una ventina di ore circa.

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Undead Labs ha lavorato molto per migliorare il sistema di combattimento. Il feeling delle armi da fuoco è paragonabile a quello di altri sparatutto in terza persona.

Il consiglio però è quello di non affrettarvi verso la fine. Le meccaniche gestionali migliorano col passare del tempo e sarebbe un peccato se la vostra voglia di decapitare zombie non vi permettesse di esplorare come si deve tutte le potenzialità del gioco. Vale la pena godere di ogni singolo momento di State of Decay 2, anche quelli di stallo, quando sembra che le cose non procedano per il meglio. Tirarsi fuori da una situazione disperata è estremamente appagante. E se le cose proprio non girano, possiamo sempre chiedere aiuto ai nostri amici grazie alla nuova modalità multiplayer cooperativa.

Il consiglio però è quello di non affrettarvi verso la fine. Le meccaniche gestionali migliorano col passare del tempo e sarebbe un peccato se la vostra voglia di decapitare zombie non vi permettesse di esplorare come si deve tutte le potenzialità del gioco. Vale la pena godere di ogni singolo momento di State of Decay 2, anche quelli di stallo, quando sembra che le cose non procedano per il meglio. Tirarsi fuori da una situazione disperata è estremamente appagante. E se le cose proprio non girano, possiamo sempre chiedere aiuto ai nostri amici grazie alla nuova modalità multiplayer cooperativa.

Gli sviluppatori hanno intelligentemente deciso di non separare la componente online dall'avventura in single player. Il multigiocatore è quindi ben integrato all'interno della nostra corsa per la sopravvivenza, e in qualsiasi momento possiamo lanciare un razzo segnalatore per richiedere l'assistenza di amici e sconosciuti. Esplorare edifici e villaggi abbandonati in compagnia di tre compagni ci dona la serenità necessaria per spingerci oltre l'area più o meno sicura che circonda la nostra base. Abbiamo il coraggio di mettere piede in luoghi non ancora visitati e magari di attaccare finalmente quell'ammasso infetto al quale giriamo attorno da qualche giorno.

In più di qualche occasione l'intervento di altri utenti ha cambiato le sorti della partita, permettendoci di portare a casa sani e salvi personaggi che altrimenti avrebbero fatto una brutta fine. La collaborazione però non si limita alle fasi di combattimento. Gli ospiti possono infatti contribuire allo stoccaggio delle risorse e in generale vengono ricompensati con materiali e influenza per ogni piccola cura dimostrata nei confronti della nostra comunità. E per quanto possa essere divertente e gratificante dare una mano ai più bisognosi, queste ricompense sono la vera ragione che spinge un giocatore offrirsi volontario, ad usare le proprie munizioni per far saltare le teste a zombie altrui.

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Nonostante la stazza i colossi sono veloci e letali. Solo sapendo di avere le spalle coperte dai compagni abbiamo coraggio di attaccarne uno.

Siamo però ben lontani dalla perfezione, e ce ne rendiamo conto soprattutto quando giochiamo con estranei. Può capitare per esempio che chi viene a farci visita decida di ignorare completamente le nostre istruzioni, limitandosi a bighellonare per la mappa mentre noi siamo assaliti da orde inferocite. Può succedere anche il contrario, ovvero un host impaziente che sale in macchina e parte, costringendoci a continui respawn ogni qual volta la distanza fra gli utenti supera il limite consentito.

Insomma, com'era prevedibile per evitare frustrazioni serve un minimo di organizzazione e soprattutto comunicazione fra i giocatori. L'online rappresenta un'aggiunta validissima, capace, se sfruttata nel modo giusto, di arricchire il gameplay con un'esperienza complementare: l'angoscia e precarietà che proviamo quando ci muoviamo da soli lasciano spazio, nelle situazioni di gruppo, ad una certa spavalderia. Ma rimane pur sempre un'aggiunta, e chi si aspettava qualcosa di più simile ad un MMORPG rischia di rimanere deluso.

Undead Labs avrebbe potuto confezionare un prodotto migliore, non c'è dubbio. Hanno optato per la via più facile, riproponendo una formula vincente impreziosita dalla funzionale ma non rivoluzionaria modalità cooperativa. Non mancano poi numerose sbavature: al lancio bug e glitch grafici sono all'ordine del giorno. State of Decay 2, però, nonostante difetti ed imprecisioni, è riuscito ugualmente a conquistarci. Non possiamo affermare con sicurezza che il destino della nostra comunità sia realmente nelle nostre mani, giocando capiamo ben presto quali siano i trucchi e stratagemmi alla base delle meccaniche di gioco. Ma l'illusione c'è, e tanto basta per tuffarci a capofitto nell'ennesima apocalisse zombie.

8 /10

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Riguardo l'autore

Ugo Ottolenghi

Ugo Ottolenghi

Redattore

Ha trascorso metà della sua vita sui libri, l'altra metà davanti ad una macchina da espresso. La sua grande passione però rimangono i videogiochi, su cui vorrebbe scrivere libri sorseggiando caffè.

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