Limbo (Switch) - recensione

È tempo di perdersi anche su Nintendo Switch.

Negli ultimi tempi prestiamo sicuramente molta più attenzione al mercato indipendente rispetto al passato, grazie ad una sfilza di titoli che hanno riempito le nostre giornate. Lo spazio di rilievo ottenuto oggi dagli aspiranti sviluppatori è frutto di progetti che hanno fatto da apripista nell'industria, ossia di tutti quei giochi che hanno dato voce anche a chi non disponeva di fondi ingenti, stuzzicando l'attenzione delle grandi aziende, che oggi sempre più spesso volgono lo sguardo al sottobosco indipendente per scorgere nuova linfa vitale per il mercato.

Tra bambini dispersi in labirinti dai rimandi biblici, uomini desiderosi di raggiungere la luna sul letto di morte e tanto altro, è quasi doveroso citare Limbo. L'opera prima di Playdead è riuscita, dal lontano 2010, a conquistare ottimi traguardi, complice anche la pubblicazione continua su tutte le piattaforme esistenti. Di queste solo una mancava all'appello: Nintendo Switch, fino ad oggi. È tempo quindi di risvegliarsi in un mondo acromatico nei panni di un bambino, alla ricerca di qualcosa di misterioso e prezioso.

Il nostro protagonista apre gli occhi in una foresta dai toni tetri e placidi, avvolta in toni chiaroscuri che non permettono a chi gioca di percepire l'ambiente circostante. Lo stesso infante di cui prendiamo il controllo appare ai nostri occhi come una silhouette, di cui distinguiamo solo le minute forme e gli occhi scintillanti. L'avventura prende corpo nel mistero di quale sia la nostra identità, il nostro scopo e dove ci troviamo, l'unica cosa da fare è proseguire nella foresta.

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La nostra avventura inizia nel mistero totale su quale sia la nostra identità e dove ci troviamo.

Da questo momento il gioco si rivela un puzzle platform dai risvolti spesso brutali. Non è raro infatti incappare in trappole mortali, creature pronte ad uccidere il protagonista e marchingegni diabolici in grado di sminuzzarlo in piccoli pezzi. Limbo è crudele, non perdona il minimo errore, ma premia ogni progresso con una serie di numerosi checkpoint ben strutturati. È l'essenza stessa del trial and error, ribattezzato per l'occasione da Playdead in "trial and death". Eppure, l'esperienza non supera mai il limite sfociando in frustrazione, ma riesce a mantenersi piacevole e gagliarda, chiedendo un continuo uso di riflessi e osservazione. Imparare dai propri sbagli, studiare gli elementi per risolvere i puzzle lungo il cammino per concludere la curva di apprendimento in enigmi che sfruttano il timing, tutto questo è Limbo.

A ricoprire un ruolo di prim'ordine è il comparto sonoro, o sarebbe meglio dire la sua assenza. Il silenzio riesce ad estraniare totalmente il giocatore lungo il suo cammino, permeando l'intera opera di un'aura eterea ma opprimente. La mancanza di musiche viene rotta a tratti da rumori sinistri, o da macchinari pronti a schiacciarci tra i loro ingranaggi, definendo delle atmosfere quasi da horror. Limbo è un'avventura curata fin nei minimi particolari, e possiamo dire che a distanza di otto anni riesce a mantenersi fresco e piacevole, complice anche il comparto artistico che con le sue ombre opprimenti nasconde facilmente qualsiasi segno del tempo.

L'approdo su Nintendo Switch lascia invariata la formula che ha portato alle luci della ribalta l'opera di Playdead, senza apportare nessuna modifica sul piano contenutistico. Dal punto di vista tecnico, il gioco mantiene una stabilità pressoché perfetta sia in docked che mobile, e solo in quest'ultima modalità vi è la percezione di una fluidità maggiore. I toni particolarmente oscuri di Limbo rischiano di giocare qualche scherzetto su mobile, complice la retroilluminazione non particolarmente potente di Switch (anche aumentandola abbiamo avuto difficoltà in alcune sezioni). Su questo punto vogliamo fare una digressione sulla questione della portabilità della console Nintendo: spesso e volentieri si tende a premiare una produzione perché arricchita dalla possibilità di essere giocata fuori casa, ma non è questo il nostro caso.

La nostra valutazione vuole basarsi sulla bontà del porting in tutte le sue versioni, e le modalità di fruizione devono necessariamente esser trattate con la medesima cura, pena un giudizio negativo. Detto questo non premieremo Limbo perché adesso "potete giocarlo ovunque", anzi, i suoi toni scuri potrebbero mal sposarsi ad una gita fuori porta, come l'ambientazione stessa è forse quello che si allontana di più da una partita durante un pic-nic o un viaggio aereo.

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Nell'ombra riusciamo ad intuire i cambi di ambientazione, la campagna intervalla foreste, città decadute e agglomerati industriali.

Limbo è un'esperienza particolare in cui l'angoscia ed il senso di oppressione vengono superati unicamente dalla volontà di proseguire a tutti costi, nonostante morti atroci nascoste dietro ogni angolo, creature pronte ad infilzarci e trappole mortali disseminate a iosa in questo onirico mondo. Quello che premiamo, e desideriamo chiarire in ultima battuta, è che Limbo a distanza di otto anni ha resistito ad una prima prova del tempo, arrivando ad oggi in ottima forma. Lo sbarco su Nintendo Switch è la degna conclusione di un cammino iniziato col piede giusto, ed in cui il lavoro fatto non ha nulla da invidiare alle altre versioni esistenti.

La portabilità non aggiunge nulla di rilevante, e forse non è neanche il miglior metodo di fruizione dato il caratteristico comparto artistico, ma c'è e funziona. La scelta di come affrontare questo cammino è vostra, ma se foste in possesso unicamente della console Nintendo, e l'esordio di Playdead vi fosse sfuggito, non esitiamo a consigliarvelo. Se oggi il mercato indipendente è quello che è, lo dobbiamo anche a opere come Limbo.

8 /10

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Gabriele Carollo

Gabriele Carollo

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Si barcamena nello scrivere da pochi anni, tra ettolitri di birra e mostrando con orgoglio la sua barba. Se cercate un consiglio fraterno e senza fronzoli, è l’uomo che fa al caso vostro.

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