Gli esport, per affermarsi, devono coinvolgere - editoriale

Il successo della Overwatch League e i piani virtuosi di Blizzard possono essere di lezione per tutti.

Tanto tuonò che piovve. O, nel nostro caso, tanto Blizzard nei mesi scorsi ha decantato la bontà della nuova Overwatch League, che alla fine quello che s'è tenuto al Barclays Center di Brooklyn è stato uno dei migliori spettacoli di esport mai visti.

I valori produttivi, come si suole dire in questi casi, sono infatti stati elevatissimi: l'impianto sportivo era di primissimo ordine (ci giocano i Brooklyn Nets) e capace di contenere fino a 19.000 posti a sedere. Chiaramente un conto è una partita di basket, un'altra è un evento dove un'intera curva è coperta dal palcoscenico. Per cui sì, il pubblico presente sarà stato senz'altro inferiore, ma Blizzard ha comunque venduto 22mila biglietti a prezzi variabili tra i 70 e i 94 dollari (per tacere degli online pass, in vendita a 29,99 dollari).

E un palazzetto dello sport stracolmo di appassionati indiavolati che assistono a un evento di esport, è un gran bel colpo d'occhio. Soprattutto quando da noi, se non ci si appoggia a eventi fieristici consolidati, alle volte si rischia di non riempire neppure un auditorium (con l'ingresso gratuito).

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Il palco delle Grand Finals della Overwatch League è stato degno dei concerti dei cantanti più famosi. A tutto favore dello spettacolo.

Ma a entusiasmare delle Grand Finals della Overwatch League è stato anche il contorno. Il palco era fenomenale, degno dei concerti dei cantanti più famosi. E l'intrattenimento impeccabile: anche entrando due ore prima del fischio d'inizio, non c'è stato un istante solo in cui annoiarsi tra interventi dei commentatori, previsioni degli analisti, replay delle giocate più entusiasmanti, ballerini, DJ set e animazione. Non ho mai avuto il piacere di partecipare a una finale di NBA ma ho seguito l'ultima in televisione e vi posso garantire che lo spettacolo offerto da Blizzard non ha per nulla sfigurato. Anzi.

Quello però che mi ha impressionato maggiormente, che è poi ciò di cui vi voglio parlare, è stato il modo vincente con cui il commissioner della Overwatch League, Nate Nanzer, ha impostato l'intera competizione. Che poi, a ben guardare, è molto simile a quanto siamo abituati a vedere nelle discipline tradizionali.

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Per sedersi al tavolo della Overwatch League, Jeck Etienne ha affermato di aver pagato 20 milioni di dollari. Che però gli hanno permesso di partecipare alla ripartizione dei profitti, insieme agli altri team.

"Per partecipare alla Overwatch League è stato necessario un investimento da un minimo di 10 a un massimo di 30 milioni di dollari. Noi ne abbiamo spesi oltre 20". Così ha dichiarato ai nostri microfoni Jack Etienne, presidente dei London Spitfire, il team che poi s'è aggiudicato le Grand Finals. "Ma è una somma che viene ripagata da un'organizzazione capace di produrre show incredibili, dagli stadi in cui si compete alla regia, ai commentatori, al marketing e alle vendite".

Non solo: una volta pagata la fiche d'ingresso, i team partecipanti si ripartiscono gli utili, esattamente come accade nelle discipline tradizionali. "Con gli eSport, se va bene, ci guadagnava qualcosa il publisher del videogioco, mentre noi abbiamo voluto creare una lega in cui i proventi vanno anche agli stessi team". A parlare stavolta è stato Pete Vlastelica, Presidente & CEO di Activision Blizzard Esports Leagues.

Quindi, riassumendo: sedersi al tavolo della Overwatch League costa molto, poi però si viene ricompensati con un prodotto sportivo in cui tutto è curato ai massimi livelli e che garantisce anche un parziale ritorno degli investimenti.

La cosa che ho trovato più intrigante, però, è il fatto che si siano volute creare delle franchigie legate alle città di tutto il mondo. In finale ci sono arrivati i London Spitfire e i Philadelphia Fusion, ma alla competizione hanno partecipato anche i New York Excelsior, i Los Angeles Valiant, i Seoul Dynasty o gli Shanghai Dragons. Una mossa vincente perché lega un team al proprio territorio, ampliandone la presa sull'immaginario collettivo. Provate a immaginare, per capirci, una Juventus che non sia la squadra di Torino, piuttosto che un Chelsea slegato da Londra. Sebbene si tratti di team con fan sparsi in tutto il mondo, è innegabile che perderebbero attrattiva. Io stesso, ad esempio, sono da sempre milanista perché milanese.

La controprova della bontà di questa scelta è arrivata dal fatto che il pubblico del Brooklyn Center s'è esibito in un tifo da stadio in favore del team americano di Philadelphia, in quanto contrapposto agli inglesi di Londra. Se fossero stati solamente i Fusion contro gli Spitfire, molti di coloro che hanno presenziato alle Grand Finals avrebbero tenuto un comportamento senz'altro meno 'partigiano'.

Certamente, perché questo vincolo col territorio si rafforzi sarà anche necessario introdurre una regolamentazione che limiti il numero di stranieri che si possono schierare. Perché senz'altro i londinesi appassionati di esport avranno gioito della vittoria degli Spitfire, ma forse avrebbero gradito maggiormente vedere qualche britannico tra le loro fila, laddove invece il roster dei campioni era composto solamente di sudcoreani.

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Le Grand Finals sono state uno spettacolo nello spettacolo, mostrandosi degne di una finale NBA. Se penso alla noia che m'attanaglia in attesa del fischio d'inizio allo stadio...

Il passo successivo della Overwatch League è, se possibile, ancora più suggestivo: "Vogliamo fare in modo che le squadre che fanno parte della Overwatch League siano pronte a disputare dei match nelle loro città", ha affermato Vlastelica. "Sarà compito dei team trovare o creare gli impianti, promuovere gli incontri e venderne i biglietti, ma faremo di tutto ad aiutarli affinché ciò accada".

Una mossa, questa, che pare la logica conseguenza del legame col territorio che abbiamo appena illustrato. E che viene confermata anche dallo stesso Nate Nanzer: "Ci siamo ispirati agli sport tradizionali per mutuarne le logiche di maggiore successo. Abbiamo sempre creduto nelle potenzialità di Overwatch ma per affermarlo nell'ambito degli esport c'era bisogno di grandi team che diventassero nostri partner. L'obiettivo è creare un campionato che sia inclusivo, che tutti possano seguire. Vogliamo che in futuro le famiglie vadano allo stadio coi figli a vedere gli esport, così come oggi lo fanno con gli baseball, hockey e basket". Fantascienza? Fino a un certo punto. Alla Blizzard Arena di Burbank, dicono, ci vanno ormai anche le famiglie.

Certamente, perché gli esport si pongano come un'alternativa trasversale agli sport tradizionali, devono anche migliorare il loro linguaggio. La regia di Overwatch ad esempio ha fatto passi da gigante, eppure il primo impatto con lo sparatutto di Blizzard rimane spiazzante per chi coi videogiochi non abbia dimestichezza. Le casacche virtuali indossate dagli eroi della stessa squadra, o le scie dei proiettili del stesso colore del team di chi ha sparato, sono esempi dei margini di miglioramento ancora disponibili. Un maggior numero di replay e di analisi tecniche sarebbe poi utile a far comprendere meglio le strategie dei team.

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Un tifoso degli Spitfire gioisce per la vittoria a fianco di un ben meno felice supporter dei Fusion. Il legame delle franchigie col territorio renderà scene come questa sempre più comuni negli esport.

Ma sono comunque dettagli di fronte al risultato ottenuto da Activision Blizzard con la Overwatch League, che dimostra quanto il confine tra sport ed eSports sia stia sempre più assottigliando grazie a un'impostazione ragionata e lungimirante. Con la speranza che quello che abbiamo potuto ammirare al Barclays Center diventi un giorno realtà anche in Italia.

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Riguardo l'autore

Stefano Silvestri

Stefano Silvestri

Editor in Chief, EG.it

Il suo passato è costellato di tutto ciò che è stato giocabile negli ultimi 30 anni. Dal ’95 a oggi riesce a fare della sua passione un mestiere, non senza una grande ostinazione e un pizzico di incoscienza.

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