Fist of the North Star: Lost Paradise - prova

Ma è meglio Ken il Guerriero il Dragone di Dojima?

Quando si parla di Ken il Guerriero, Hokuto No Ken o Fist of the North Star che dir si voglia, per quanto riguarda il sottoscritto si entra nel campo della religione. È stato uno dei miei eroi della gioventù, e ho guardato così tante volte le sue puntate che mia madre ne ha messo una sua immagine nel quadro di famiglia.

Ecco perché quando si parla di adattamenti cinematografici e spin-off videoludici, si entra in un terreno davvero spinoso, quanto meno per chi scrive. Perché non basta che il videogioco abbia per protagonista Ken per piacermi; anzi, dev'essere un videogioco perfetto e ineccepibile sotto ogni punto di vista, tale e tanto dev'essere il rispetto e la devozione che vanno prestati al personaggio creato da Buronson e Tetsuo Hara.

Purtroppo così non è mai stato, né mai sarà, temo. Per cui accantonato il sogno di vedere un gioco di Fist of the North Star realizzato col motore grafico Decima e affidato, se non alle attenzioni di Cory Barlog, almeno a quelle di un game designer di rinomata e comprovata bravura, tocca farsi piacere quel che offre il mercato.

Che, nel caso del gioco di cui mi appresto a scrivere, provoca una certa frustrazione perché non dico il capolavoro, ma quanto meno il giocone era dietro l'angolo. Perché Sega ha fatto una cosa molto furba: ha preso l'impianto di Yakuza, ha tolto Kazuma Kiryu e il quartiere di Kamurocho, e ci ha messo dentro Ken e la Città dei Miracoli. Non contenta, ha anche aggiunto un'area open world nella quale scorrazzare a bordo di un veicolo post atomico alla Mad Max.

Con queste premesse sarebbe facile abbandonarsi a facili entusiasmi ma così non è. Il primo motivo, infatti, è l'impianto tecnico. Dopo esserci rifatti gli occhi con Yakuza 6: The Song of Life, era il minimo attendersi un prodotto in linea coi più recenti standard estetici del publisher giapponese. Purtroppo però il gioco sembra più un remaster di un software per PS3 che non un titolo uscito nel 2018.

Se l'utilizzo di un blando cel shading salva quantomeno i personaggi, restituendo loro un'estetica in linea con l'anime, la grafica di Fist of the North Star: Lost Paradise crolla miseramente quando si guardano le ambientazioni e i veicoli. Ma la grafica, si obietterà, non è tutto. E sotto questo punto di vista la trama inizia nel migliore dei modi, visto che ci troveremo subito ad avere a che fare con Shin che tiene in prigionia la bella Yuria (usiamo volutamente i nomi originari), dopo aver già sconfitto il protagonista e avergli inferto le famose cicatrici che porta sul petto.

Come però sanno gli appassionati, la seconda volta Kenshiro si presenta all'appuntamento un po' più performante della prima volta e alla fine ha la meglio su Shin. Il quale però gli confessa che Yuria non c'è più, e chissà dov'è andata. Al che il nostro inizia una traversata nel deserto per cercarla, passando per villaggi governati dai predoni. Li sconfiggerà, ovviamente, ma poi la mancanza d'acqua avrà la meglio sul nostro eroe, che sverrà subito dopo un combattimento.

Verrà così soccorso da uns famiglia, riprendendo la sua marcia di avvicinamento alla Città dei Miracoli, luogo in cui è convinto di trovare la sua amata. E qui è iniziata la nostra prova, che ci ha visto incontrare un uomo misterioso che ci ha messo a disposizione le seguenti possibilità: salvare, fare rifornimento al veicolo, darci un passaggio (spostamento veloce) e accedere all'inventario.

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Fin dai primi istanti, il gioco purtroppo non brilla dal punto di vista estetico. Il motore grafico utilizzato è infatti quello dei 'vecchi' Yakuza.

Senza farci troppe domande siamo saliti in macchina, andando in lungo e in largo nel deserto accompagnati dall'immancabile musica metal della serie. Abbiamo notato che si possono anche raccogliere degli oggetti semplicemente guidandoci sopra (anche se al momento non è chiaro quale utilità avranno), fare a sportellate con le macchine dei predoni e infine scendere a menare le mani.

E ci è bastata la prima scazzottata per notare le similitudini con Yakuza: i tasti per lock, parata, schivata e attacchi sono gli stessi, così come le combo che è possibile inanellare. Analogo a The Song of Life anche il fatto che combattendo aumenterà la barra della rage (qui rappresentata da una linea che attraversa le sette stelle di Hokuto), completata la quale si entrerà in uno stato di particolare aggressività, in cui i danni inferti verranno maggiorati.

Ma le combo che si possono fare all'inizio paiono limitate: possibile? Sì, perché per ampliare il repertorio di Ken dovremo investire in punti abilità ripartiti in quattro rami. Abbiamo così quello Blu, relativo all'indicatore delle Sette Stelle (e quindi alla barra della rage); quello Rosso per la salute e le abilità di attacco correlate; quello Verde per le tecniche speciali e le abilità da usare in battaglia; infine quello Argento, relativo ai Talismani del Destino.

Questi sono forse l'unica vera novità che il combat system di Fist of the North Star: Lost Paradise propone rispetto a Yakuza 6. Ogni talismano, assegnabile alle quattro direzioni del D-pad, è correlato ai relativi protagonisti della serie e offre mosse speciali e devastanti, caratterizzate da lunghi cooldown.

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Lui è già morto... e ora lo sa!

Quello legato a Hyui usa la forza del vento per gettare più nemici nell'oscurità; quello del Fato, legato a Lin, fa sì che quando la salute scende a zero, Ken sia riportato subito in vita; quello legato a Rei permette di colpire di colpire nemici multipli con la tecnica del Nanto; quello di Toki, ovviamente, distrugge i punti pressione del nemico. Si tratta di abilità attive e passive, utilizzabili in combattimento e con lunghi intervalli di cooldown. Si sbloccano con quest secondarie e se ne possono usare solo 4 per volta, introducendo momenti altamente spettacolari nel gioco.

Ognuni dei rami presenta un sistema interno che richiama quello di Yakuza Kiwami, grazie al quale si può scegliere dove investire i punti e che, allo sblocco di particolari nodi, consente di ottenere bonus più consistenti degli altri. Ogni pallocchio richiede degli Orb specifici, non c'è una exp condivisa tra i quattro rami. Abbiamo quindi Star Orb, Mind Orb, Skill Orb, Body Orb e Shining Orb.

Come in Yakuza, portando tutte le abilità al massimo livello si può portare Ken ai massimi livelli (Limit Break) e ottenere poteri ancora maggiori. A differenza di Yakuza, si potrà invece modificare il vestiario con Spalle, Busto e Gambe, oltre a due slot per gli accessori.

Andando in giro per la Città della Luce ci si imbatterà in quest secondarie, esattamente come in Yakuza (lo so, l'ho già detto e temo lo ripeterò altre volte). Al di là degli "ouch" pronunciati da ogni abitante che si urta con la spalla, e che alle fine abbiamo sentito giusto qualche migliaio di volte, non appena s'inizia una conversazione ci si accorge che gli NPC non dispongono neanche di un file audio per spiegarci la missione. Li si sente pronunciare giusto la prima parola, cui seguono dei sottotitoli. Una scelta questa che purtroppo fa capire fin troppo esplicitamente il ridotto budget a disposizione degli sviluppatori.

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Tra le attività collaterali avremo gli scontri al Colosseo, riprendendo anche in questo caso meccaniche già viste negli Yakuza.

Vagando per la Città dei Miracoli si trovano negozi, ristoranti e minigame, proprio come in... ok, ci siamo capiti. Ma a differenza di quel gioco lì, che ormai mi sono stancato di menzionare, le attività che ci verranno messe a disposizione saranno diverse. Avremo così gare in macchina (alla Mad Max, ovviamente) strutturate in cose singole o campionati, per accedere alle quali basterà parlare con Bat (Burt).

Il pessimo modello di guida vanifica purtroppo il tutto ma il veicolo è customizzabile per quanto riguarda motore, gomme, scarico, freni, serbatoio, sospensioni e alettoni, e la speranza è che installando componenti più performanti, l'esperienza migliori.

Poi c'è il negozio di Lin. Trovando gli oggetti di cui lei ha bisogno, la si aiuterà a mandare avanti l'attività e si aumenterà il nostro livello di comunicazione con lei, il che sbloccherà nuovi dialoghi e nuove missioni che permetteranno di aumentare i guadagni.

Ben più interessante è il Colosseo, nel quale potremo affrontare due tipi di scontri contro i criminali, ossia i Gladiator Games e i Duelli. I primi consistono in 3 round combattuti alla morte (e occhio alle trappole!), alla fine dei quali si recupererà il 30% di vita. I secondi invece sono scontri 1 a 1 contro altri combattenti nei quali non vi sono trappole né uccisioni. Anzi, può accadere che dopo una sconfitta si rincontri il nostro avversario più forte di quando l'abbiamo battuto. Vincendo gli scontri si guadagneranno Punti Colosseo coi quali acquistare premi di varia natura.

Dove il gioco non ci ha convinto è invece in attività collaterali quali il Casino (dove potremo scommettere i nostri soldi giocando a poker, baccarat, blackjack e alla roulette), e il Nightclub. In questa attività Kenshiro sarà il manager e dovrà assegnare al volo le giuste hostess agli avventori, in una riedizione per gentlemen di Cooking Fever. Se già tutto, lo capirete, c'entra davvero poco col personaggio di Ken, vi assicuro che vederlo affrontare questa attività in smoking ha sortito sul sottoscritto lo stesso effetto di una bestemmia in chiesa.

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Le lasagne di Colgate sono il classico esempio di 'brand overstrech' e sono attualmente esposte nel Museum of Failure Innovation di Helsingborg. Pare stiano già allestendo uno spazio per Kenshiro in smoking che gestisce il nightclub alla Città dei Miracoli.

Bestemmia che diventa una compilation di Germano Mosconi quando si affronta il minigame della clinica ospedaliera, nella quale il gioco si trasforma un rythm game in cui premere il bottone giusto col giusto tempismo permetterà di curare i pazienti agendo sui loro tsubo. Fortuna che una volta usciti dalla clinica abbiamo trovato un cacciatore di taglie che ci ha proposto soldi facili in cambio della testa di alcuni criminali, ma anche così la sensazione è quella di essere di fronte a ciò che nel marketing si chiama 'brand overstretch', come quando anni fa Colgate produsse delle lasagne da riscaldare in forno.

Sbilanciarsi su Fist of the North Star: Lost Paradise dopo un'ora di gioco sarebbe come avere la pretesa di capire la validità di una qualsiasi avventura di Kazuma Kiryu nello stesso lasso di tempo. Eppure quello che abbiamo visto non ci ha convinto, vuoi per l'aria budget che trasmette l'intera produzione, vuoi per un impianto complessivamente troppo simile a quello di Yakuza, vuoi per alcune licenze poetiche che non si addicono a un personaggio come Kenshiro. A questo punto non resta che aspettare il 2 ottobre, quando il gioco (uscito lo scorso 8 marzo in Giappone col nome di Hokuto ga Gotoku), sarà disponibile anche da noi per PlayStation 4.

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Riguardo l'autore

Stefano Silvestri

Stefano Silvestri

Editor in Chief, EG.it

Il suo passato è costellato di tutto ciò che è stato giocabile negli ultimi 30 anni. Dal ’95 a oggi riesce a fare della sua passione un mestiere, non senza una grande ostinazione e un pizzico di incoscienza.

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