In principio è stato il romanzo di Stephen King, anno 1983, splendido, per noi uno dei più belli.

Una storia disperata perché il misero protagonista veniva portato poco a poco alle sue scelte devastanti da una serie di fatti ineluttabili, una specie di agnello sacrificale condotto al macello da un destino beffardo. Che gli consegnava su un vassoio d'argento il grimaldello di cui si serve il Male per farci aprire la porta e permettergli di dilagare (perché siamo sempre noi, a permettere che succeda e il Male si insinua dalle nostre ferite).

Un impulso comprensibile, una tentazione irresistibile: chi accetta di perdere le persone amate, specie se scomparse ingiustamente, fuori dai tempi canonici, sentendosi vittima di un'ingiustizia colossale, cui guarda caso sembra esistere rimedio? E se la prima volta va male, non importa: ostinatamente riproveremo e riproveremo, con l'incrollabile certezza di migliorare, di arrivare al risultato voluto.

Il romanzo era già stato portato su grande schermo nel 1989 da Mary Lambert, onesta regista soprattutto di video musicali di buon livello, con attori non eccelsi che infatti poi non hanno fatto molto, se si esclude Denise Crosby, che era la moglie. Allora la sceneggiatura era stata scritta dallo stesso King. Nel ricordo era uno dei migliori film tratti da una sua opera, rispetto alle tante delusioni collezionate negli anni ma nella realtà, a rivederlo oggi, è molto datato.

Dimenticabile il sequel del 1992. Ci riprovano oggi Dennis Widmyer e Kevin Kölsch, entrambi di matrice horror, su sceneggiatura di Jeff Buhler (The Prodigy) e Matt Greenberg (Il regno del fuoco, 1408, Il settimo figlio, Mercy), con un cast di facce note ma non di divi: Jason Clarke, onesto attore dai molti e diversi ruoli; Amy Seimetz (Alien Covenant, Stranger Things) e il veterano John Lithgow, nel ruolo del vicino di casa, che nell'originale era affidato alla faccia indimenticabile di Fred Gwynne, caratterista dalla lunghissima carriera.

La trama è presto detta. Il medico Louis Creed e l'amata famigliola, moglie Rachel e due figli, Ellie sui 10 anni e il piccino Gage, che appena trotterella, si trasferiscono da Boston in un'agreste località del Maine, obbligatoriamente idilliaca. Un solo particolare poco convincente: in fondo a un sentiero verdeggiante, che parte dalla bella casa, si trova un cimitero di animaletti domestici, un Pet Sematary, scritto così perché storpiato da una grafia infantile. Ma oltre questo piccolo luogo di dolore, dietro una muraglia di tronchi e rovi, si stende un'altra area misteriosa, inquietante.

Un vicino casa affettuosamente impiccione, Jud, spiega alcuni problemi del luogo, fra cui il principale è che nella provinciale che si snoda fra le case, sfrecciano a tutta velocità gli enormi camion della vicina raffineria. Quando si verifica il primo evento drammatico, Louis si lascia trascinare a compiere un atto al di fuori di ogni sua fede. Per evitare un piccolo dolore alla sua amatissima bambina, sarà la causa di altri, spaventosi dolori per tutto il resto dell'amata famiglia.

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A volte ritornano...

Sappiamo che, quanto più è affettuoso il gruppo famigliare, quanto più elementari sono i loro sogni, quanto più sono adorabili i bambini, tanto più terribile sarà il fato cui li ha destinati l'invidia degli dei.

Questa storia, semplice e lineare, viene già modificata in uno snodo basilare (e se ne sarà accorto chi avesse improvvidamente guardato il primo trailer, ululando poi allo spoiler) e poi stravolta nel finale, immotivatamente, tanto per farla più complicata, perché non ne vediamo altra ragione. Un gran peccato, perché così si sminuisce grandemente la portata tragica della figura del padre, uomo che poco alla volta abbandona ogni sua lucida razionalità, nell'assurda, folle speranza che "la morte non abbia più dominio".

Si sceglie invece una conclusione più classicamente (banalmente) horror, tutto sta a cosa si intende per "famiglia riunita". Così però si vanifica la sobrietà narrativa precedente, che aveva seguito con la giusta fedeltà la traccia originale, senza ricorrere ai soliti mezzucci sonori per inquietare lo spettatore, che è nota di merito.

Certo, se visto da un non-lettore, da un non-cinefilo, questa versione può non scontentare del tutto. Resta la delusione per chi invece si aspettava un trattamento più aggiornato, ma fedele, a un originale memorabile. Segnaliamo per i curiosi che, come già nel caso del romanzo, la storia si rifà a un racconto del 1902, scritto da William Wymark Jacobs, La zampa di scimmia. E c'è spazo anche per una citazione-omaggio del primo film nella cover della canzone dei Ramones, qui rifatta dagli Starcrawler.

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Un padre supera qualunque ostacolo.

Questo Pet Sematary va a inserirsi nel filone della ripresa di soggetti kinghiani da riproporre ai tempi nostri, dopo le spesso scadenti versioni originali (ma il Carrie di De Palma resta superiore al remake, meglio riuscito invece il nuovo trattamento di It). La storia fino ad un certo punto non mira a enfatizzare l'horror, un'ardua impresa visto il grado di resistenza acquisito dal pubblico negli anni, ma punta su quello che è il fulcro del racconto originale: lo strazio che non può estinguersi, la sofferenza senza fine che spinge a qualunque azione, anche del tutto irrazionale.

Se per l'egoistica eterna giovinezza si può vendere l'anima, per amore dei nostri cari più amati non c'è limite a quello che potremmo fare.