Chi l'avrebbe mai detto che John Wick, personaggio nato dalla penna Derek Kolstad nel 2014, con un film allora uscito in sordina e poi divenuto un vero inatteso successo, sarebbe tornato in ben due altri capitoli, con un quarto in prospettiva?

John Wick è però una figurina, un personaggio monodimensionale, laconico, pochissime le battute che deve pronunciare, lui procede come un caterpillar distruggendo tutti i nemici che la sceneggiatura gli lancia addosso a frotte, una sceneggiatura che è però sempre più scarna. Il pretesto iniziale di Wick, un nome capace di mettere tutti sull'attenti, anche i boss più potenti e spietati, era la vendetta, e sacrosanta pure. Dopo una vita da sicario John, con tutto il malinconico allure di Keanu Reeves, era riuscito a ritirarsi, impresa come si sa quasi impossibile per chi esercita quel mestiere. Ma ci era riuscito. Rimasto solo dopo la morte dell'amatissima moglie, aveva trovato conforto in un morbido cucciolo di cane. Dei balordi irrispettosi gli avevano però rubato l'auto e ucciso il cucciolo, affronto insopportabile che aveva scatenato la sua vendetta.

Già allora era sembrata gustosa la raffigurazione di un modo del Male parallelo, che trascorre fluidamente lungo canali tutti suoi, un sottobosco che se ne infischia del mondo di sopra (ogni riferimento a Tolkien o all'amministrazione romana è casuale) e vive sfrenatamente ma in base a precise regole che è mortale infrangere, a causa di codici d'onore rigidissimi. In questa specie di "Deep World" si muovono fluidamente i criminali, un mondo segreto di appoggio, fatto di zone franche, di luoghi di rifornimento, di isole di non-violenza e di assistenza impassibile, su cui in un'atmosfera piacevolmente retrò regna un sornione Ian McShane, coadiuvato dall'impassibile Lance Riddick.

Poi si è proseguito con le conseguenze delle gesta del primo film, che sono costate a Wick un contrappasso che lo ha messo in condizione di ritrovarsi a rompere di nuove le regole, coinvolto in una faida all'interno di una famiglia di mafia italiana, facendolo finire solo e in fuga. E qui lo ritroviamo, cacciato anche da quell'hotel Continental dove ha commesso l'ultima infrazione, uccidendo sotto quel neutrale tetto. Apprendiamo che questo luogo deve rendere conto a una Gran Tavola, che oltre a comminare a John la scomunica, con conseguente apertura della caccia da parte dei tutti i killer del mondo, gli scatena contro la perfidissima Giudicatrice (Asia Kate Dillon la "genderqueer" di Billions), che costituisce un pericolo ben più grave. Perché tutti quelli che in qualche modo hanno contravvenuto anche loro a qualche regola per aiutarlo, sono oggetto di rappresaglie sanguinosissime.

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Lontani ricordi.

Come non bastasse, la Gran Tavola è a sua volta dominata da un misterioso personaggio (che ci aspettavamo però più carismatico). A raccontarla sembra magari una trama complessa, in realtà serve appena a sostenere la sequela di combattimenti, in un crescendo di violenza fisica davvero unico. Che potrebbe sembrare noiosa ai non appassionati di questo genere, che del resto dovrebbero già diffidare di quel "parabellum" inserito nel titolo. Che non si riferisce stranamente alla cartuccia 9x19 mm, ma è il noto motto latino (si vis pacem, para bellum) citato dal soave Ian McShane.

A noi comunque i massacri piacciono e del resto la regia si premura di vivacizzarli, variando ogni sequenza in modo da renderla diversa dalla precedente. Abbiamo così mazzate a mani nude con il gigante dell'NBA Boban Marjanovic (con un interessante uso improprio di un bel volume della Public Libray di NY); uno scontro a mani nude e armi da taglio varie, degno di Uma Thurman e degli 88 folli; un inseguimento cavallo/moto per le strade notturne di NY; un massacro a Casablanca, in una specie di fortezza nel deserto, vivificato dalla presenza di due splendidi pastori belga Malinois (il cane di Person of Interest), snelli, velocissimi e letali, usati in modo davvero insolito (nel film ci sono anche cavalli e un altro cagnone, quello attuale di Wick, un pitbull adorante); un altro inseguimento moto contro altre moto, con metaforiche "sportellate" fra le due ruote (con aggiunta di katana); un massacro lungo i vari piani dell'hotel, dove sarebbe divertente contare quanti colpi vengono sparati, più che quanti scagnozzi muoiono (si dice fossero 84 nel primo film, 124 nel secondo, qui si mira a polverizzare il record); una resa dei conti finale che mette insieme combattimenti che frantumano vetrate a josa (la scena è ambientata in una specie di labirinto di specchi) e armi da taglio.

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Il cane, il migliore amico dell'uomo.

Tutto distribuito su ben 130 minuti di durata, con accompagnamento di musica a martello, tranne un paio di parentesi con Grieg e Vivaldi, per una vera festa di coreografica, stilizzata violenza. Se qualcuno trovasse da ridire sull'invulnerabilità di gente come Bond o Bourne, bene, si metta il cuore in pace, perché John Wick di più.

Protagonista assoluto, sempre in scena, è Keanu, sempre in forma (si dichiara che ha eseguito tutte le sequenze di combattimento senza stunt), ma appesantito nel viso, anche se i cedimenti sono camuffati dalla corta barba e dai capelli lunghi ai lati del viso. Non gli si chiede che di essere in mezzo alla scena combattendo e sparando, senza mai mutare espressione. Troviamo poi, oltre alla splendida coppia Lance Riddick-Ian McShane, una sempre bellissima Halle Berry, personaggio con il quale si cerca di costruire un background veloce di Wick, così come con la Direttrice, che è affidata a una sempre carismatica Anjelica Huston.

Compare brevemente Jerome Flynn da Game of Thrones, l'orientale ambiguo è Mark Dacoscos, indimenticato protagonista di Crying Freeman. Laurence Fishburne si ripresenta nel ruolo del secondo film, il Re della Bowery, con le sue manie di grandezza. Il Gran Capo è Saïd Taghmaoui, faccia notissima, vista in tanti film dai tempi dell'Odio. Intorno una miriade di attori/combattenti orientali, tutti star di varie arti marziali (e si nota). Sempre godibile le scenografie, gli arredi interni sono curatissimi. Suggestiva la fotografia sempre notturna di New York.

Dirige l'ex stunt di Reeves in Matrix, Chad Stahelski, coadiuvato alla produzione dal suo socio David Leitch, con il quale ha fondato l'87 Eleven, una richiestissima società di stunt (la battuta "Guns, lot of guns" è infatti citazione da Matrix) e a scrivere la storia è ancora Derek Kolstad, il "padre" originale del personaggio. Anche questo capitolo è accettabile solamente se si è disposti a lasciarsi andare all'iperbole più iperbolica di un personaggio e di una storia a tinte caricatissime. Che ha comunque creato un suo interessante e divertente universo, che sembra sul punto di espandersi, forse in altri film forse in qualche serie tv.