Di seguito troverete grossi spoiler su Sekiro: proseguite nella lettura a vostro rischio e pericolo.

Nel Buddhismo, i tre segni dell'esistenza sono l'Impermanenza, il Non-sé e la Sofferenza. È la nostra incapacità di accettare questi tre fenomeni a condurre al Samsara: un ciclo infinito e doloroso di reincarnazione e vagabondaggio senza meta in un'interminabile esistenza.

E noi, come se stessimo piangendo sui fiori di ciliegio appassiti con l'arrivo dell'autunno, lottiamo contro la transitorierà: per questo soffriamo. Ci aggrappiamo ad identità fisse in noi stessi e negli altri, aspettandoci di fare un passo avanti ancora e ancora nello scorrere infinito del fiume di Eraclito e per questo ancora soffriamo. Forse la cosa più dolorosa è che noi rifiutiamo l'idea stessa della sofferenza, considerando la sua presenza nelle nostre vite come un fallimento, anziché un evento naturale. E continuiamo a soffrire.

"A volte mi sento ossessionato… da questa cosa insignificante chiamata “io”. Ma nonostante questo, sono costretto a preservarlo.”

Una linea di pensiero facile da immaginare per uno dei monaci buddhisti di Sekiro, ma questo lamento proviene dalla bocca di Lucatiel di Mirrah di Dark Souls 2. Sekiro potrà anche essere il primo Soulslike di From Software a farci attraversare le vallate dominate dai Buddha di pietra, ma le tematiche buddhiste sono state presenti sin dal nostro primo risveglio nel Undead Asylum. Temi come l'ego e la transitorierà. Il conflitto causato dalla nostra percezione che divide la realtà in opposizioni che viaggiano su binari opposti. I cicli infiniti e la sofferenza infinita. Dèi e monarchi che si aggrappano all'antica gloria. Studiosi spinti ad una comunione con entità malvagie sulla via dell'ascensione. Shinobi intrappolati in lotte, a metà tra il dovere e la compassione, in un eterno purgatorio da cui non se ne esce mai morenti.

Anche noi facciamo parte di queste storie, inseriti all'interno di questo loop ripetitivo di lotta, morte e resurrezione. Alla fine, raggiungeremo ciò che pensiamo di volere. Otterremo il “new game plus” perpetuando volontariamente quello stesso ciclo che ha rubato la salute mentale a tutte quelle creature con cui abbiamo appena trascorso ore a combattere, riuscendo a tirarle fuori dalla loro miseria.

Avete mai avuto la sensazione che, come un sensei brontolone dalla lunga barba che ci colpisce ancora e ancora con il suo bastone di bambù, From Software stia provando a insegnarci qualcosa?

L'esplorazione da parte di Sekiro di questo Ouroboros karmico si manifesta all'interno di due cicli paralleli. Uno di eterna immortalità e l'altro di violenza perpetua.

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Il Buddhismo della Terra Pura insegna a cantare il nome di Amida Buddha per raggiungere la concentrazione.

"Asura" o il giapponese "Ashuradō" è uno dei sei regni dell'esistenza buddhista, chiamati dai tibetani “Ruota dell'esistenza”. Un regno di demoni, caratterizzato da rabbia, gelosia e guerra costante. Si dice che essere sulla via dello “Shura” significhi essere intrappolati in un conflitto incessante, per cui si cerca soltanto di ottenere una maggiore prodezza nel combattimento. Per Lupo, il richiamo dello Shura rimane una minaccia costante e lo Scultore ne rappresenta un monito dei suoi pericoli.

"Ogni buddha che scolpisco è un incantesimo dell'ira", lamenta. “Il destino di coloro che hanno un debito karmico. Lo capirai quando proverai a scolpirne uno per te un giorno.”

Se condividiamo abbastanza sake con lo Scultore, scopriremo il suo passato di Shinobi e ciò che è accaduto al suo braccio sinistro, amputato da Isshin “per il suo bene”. Ad un certo punto, lo Scultore interromperà la sua lezione sul potenziale del braccio protesico.

"Devo calmarmi”, dice. “Più parlo di spargimenti di sangue, più le mie sculture diventeranno demoniache.” Questo è il riconoscimento del fascino umano nei confronti della creazione e del miglioramento di strumenti di uccisione sempre più potenti. Nello Scultore, troviamo un personaggio che conosce amaramente il prezzo dello sconsiderato spargimento di sangue, ed è lui stesso ad interrompere la sua lezione per paura delle passione che sente nella sua voce.

Nelle ultime ore del gioco, lo Scultore sparirà. L'unico indizio su di lui ci viene dato da un venditore che ci dirà che “è caduto borbottando qualcosa riguardo delle fiamme…”. Non lo rivedremo mai più, ma se ritorneremo sul campo di battaglia fuori dal Castello Ashina, troveremo un demone in fiamme, consumato da un odio impetuoso, che agita un braccio fantasma.

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Il destino dello Scultore rimane ambiguo. Eppure...

È difficile non vedere dei parallelismi tra la coltre violenta e straziante dello Shura e noi giocatori che martelliamo ancora e ancora il tasto della resurrezione, concentrati unicamente sulla vendetta, sul successo e sul progresso.

Con i suoi fantasmi, i giganti e gli Oni, potrebbe anche darsi che l'Ashina che esploriamo non sia affatto un luogo reale, ma un conflitto infinito in un luogo simile ad un purgatorio, combattuto da coloro che non riescono a raggiungere l'illuminazione.

"Dov'è finito tutto quell'odio? Non te lo sei mai chiesto?”, chiede una donna che incontriamo fuori dal Castello Ashina. “Non c'è fine alla guerra, non importa quello che dice questa vecchia strega. Anche i tuoi doveri non cambieranno mai, è così che vanno le cose."

L'ossessione per il sé, a cui Lucatiel accennava, conduce spontaneamente all'ossessione per l'autoconservazione. La maledizione dei non morti di Dark Souls viene presentata in Sekiro come ciò che il giovane maestro Kuro definisce “le catene dell'immobilità generate dall'eredità del drago.”

Quando abbattiamo la Scimmia Guardiana senza testa e strappiamo il centipede che si contorce dal suo sanguinolento moncone del collo, impariamo che l'Acqua del Ristoro è infestata dai parassiti. Ciò che viene presentato come una falsa immortalità, un'aspersione impura dell'eredità del drago, potrebbe in effetti rappresentare un parallelismo più vicino di quanto ci si potrebbe aspettare. Dopotutto, cos'è un parassita se non una creatura che ruba la nostra autonomia corporea per i suoi fini? Non è poi così diverso dall'obbligo che vede Lupo incapace di morire in pace. Il “codice di ferro” si scopre essere un nome appropriato: è lo stesso materiale di cui sono fatte le catene. Questi vincoli di Lupo possono dargli uno scopo, ma lo legano anche ad un'eternità di non-morte.

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Emma ci avverte della stasi causata dall'immortalità.

Dark Souls ci aveva introdotto a due serpenti, ciascuno con il proprio scopo e ognuno apparentemente in opposizione all'altro. Uno di essi prova a convincerci a sacrificare noi stessi per prolungare l'era del fuoco, l'altro ad abbandonare il rituale di unione ed inaugurare un'età oscura. Nei giochi successivi imparammo che la scelta compiuta era stata irrilevante. Il fuoco dell'unione svaniva sempre ma, alla fine, la fiamma spenta scoppiettava nuovamente dalle braci.

Parte dell'illuminazione, soprattutto nel Buddhismo Zen, consiste nel raggiungere la consapevolezza che la disparità è un mito; che non c'è una vera differenza tra luce e buio o tra sé e altro. Questo è il significato del simbolo yin yang, che a sua volta richiama i due serpenti interconnessi. La scelta effettiva che abbiamo fatto alla fine di Dark Souls è stata meno importante del fatto che i serpenti ci abbiano manipolati spingendoci a compiere quella determinata scelta. Scegliendo da che lato stare, abbiamo accettato la disparità che impedisce al mondo di tornare al suo originario stato di pace.

Sembra quasi che il peso del mondo, diventi un problema solo se ci si aggrappa ad esso.

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Ricorda i fiori di ciliegio.

Ci sono quattro finali in Sekiro e, sebbene non sia il più difficile da ottenere, trovo che quello più soddisfacente sia il finale Purificazione. Lupo ottiene la pace, tagliandosi la testa, da cui sgorgano non zampilli di sangue, ma delicati, meravigliosi, e in sostanza transitori petali di Sakura.

A metà tra i meme e il marketing, i giochi di From Software sono stati associati alla morte e all'equazione tra morte e fallimento. Il finale Purificazione di Sekiro mostra, invece, che Lupo accoglie la propria fine non come fallimento, ma con accettazione. Quella stessa accettazione è l'ultimo dono di Lupo al suo giovane maestro, che pronuncia queste parole sulla sua tomba:

"Anch'io vivrò ogni momento. Poi passerò oltre."

”Preparati a morire” potrebbe quindi non essere stata una minaccia. È solo quando Kuro, con l'aiuto del sacrificio di Lupo, è pronto a morire che è davvero pronto per iniziare a vivere.

Riguardo l'autore

Nic Reuben

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Redattore

Nic Reuben likes to pause games every five minutes to ponder the thematic implications of explosive barrel placement. You can follow his infallible wisdom @nicthehumanboy.

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