Toy Story 4 - recensione

Hai un amico in me.

Dal suo esordio nel 1995, la saga di Toy Story è diventata un cult assoluto, con il primo film giudicato dal New York Times e dall'American Film Institute uno dei migliori 100 di sempre, capace d'intrattenere con azione e gag (ma soprattutto con il sentimento) un pubblico che va dai ragazzini ai vegliardi, tutti con la lacrima pronta a scendere nel ripensare ai bei tempi andati, immedesimandosi nelle avventure dei teneri protagonisti.

Che sono un gruppetto di amici solidali, eroici, sempre disposti a mettere a rischio la propria esistenza per proteggersi a vicenda e per portare a termine le loro missioni. Il loro scopo è restare uniti al servizio della loro divinità suprema, il Bambino cui appartengono. Perché è nell'appartenenza che sta la felicità, è nell'essere scelti e amati la ragione d'esistere.

Appartenenza messa a rischio in ogni film da diversi fattori, dall'ingresso nella casa di nuovi giocattoli, da commercianti disonesti, dalla crescita del bambino, con conseguente rischio di finire dimenticati, impolverati, abbandonati e magari passati ad altri.

Al compatto gruppo di compagni di avventure (verso l'infinito e oltre), in questo episodio si aggiunge un nuovo buffo personaggio, Forky, un "forchetto", cioè un cucchiaio di plastica con i denti, che con il legnetto di un gelato, un colorato scovolino e occhietti adesivi, viene creato dalla piccola Bonnie, la sorellina di Andy, in crisi al suo primo giorno d'asilo.

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Giocattolo o spazzatura?

Forky però è del tutto privo di autostima e numerose sono le gag su questo tema, con Woody costretto a ripescarlo in continuazione dal cestino di rifiuti in cui Forky anela di tornare, al grido "sono spazzatura!". Perché Woody farebbe tutto per la sua padroncina, dopo essere stato scartato da Andy (e da altri prima di lui) e pure sullo scivolo del dimenticatoio per Bonnie stessa.

Da questa sua dedizione prende il via la nuova avventura, che porta Woody a ritrovare la deliziosa pastorella Bo Peep, a suo tempo "data via" e scomparsa nella notte verso chissà quale destino. Bo, al contrario del mite cowboy, si è rifatta una vita e, insieme alle sue pecorelle e a una tostissima mini-poliziotta, conduce una vita quasi alla Lara Croft, libera da qualunque legame e indipendente da qualunque affetto.

Woody trasecola: mai lui penserebbe di poter vivere una vita da giocattolo senza legami. Potrà mai conciliare il suo altruismo (che in realtà è dipendenza) con l'amore per Bo? Mentre cerca di fare chiarezza nel suo grande cuore di pezza, Woody dovrà affrontare molti pericoli per riportare alla sua Bonnie il confuso forchetto, che nel frattempo è stato rapito e tenuto ostaggio da Gabby, una bambola d'epoca da troppo tempo abbandonata su uno scaffale e dai suoi aiutanti, degli inquietanti pupazzi da ventriloquo.

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Due soffici psicopatici.

Perché i cattivi non sono nati così, lo sono diventati perché privati dell'amore di un bambino. Solo assegnando a ciascun giocattolo il suo possessore, le cose possono tornare al loro posto. Ma nulla sarebbe possibile senza il supporto attivissimo della crew di Woody, con Buzz Lightyear in testa.

A causa della scomparsa del simpatico Fabrizio Frizzi, storica voce di Woody, è stato chiamato Angelo Maggi, il doppiatore ufficiale di Tom Hanks, che in effetti nell'originale ha sempre prestato la sua voce al personaggio. Forky ha la voce di Luca Laurenti (in Inglese è Tony Hale, il mitico assistente di Veep).

Quanto al doppiaggio originale, nei ruoli principali ci sono sempre gli stessi attori (Tom Hanks, Tim Allen, Joan Cusack). Gabby invece è doppiata da Christina Hendricks (Mad Men). In questi anni è morto anche Don Rickles, che dava voce a Mr. Potato e gli eredi hanno ottenuto di mantenere la sua voce, recuperando le battute da tutto il materiale registrato in questi anni.

Due nuovi spassosi personaggi, il pulcino e il coniglio di peluche, hanno le voci di Jordan Peele (il regista di Get Out e Us) e Keegan Michael Key, mentre Keanu Reeves si diverte a doppiare il divertente motociclista acrobatico canadese Caboom, vanesio ma un po' tonto (restate fino alla fine dei titoli di coda per una piccola gag che lo riguarda).

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I grandi amori non finiscono mai.

La lavorazione è stata complessa dopo l'abbandono di John Lasseter per i noti fatti #metoo, che aveva però già in precedenza affidato il progetto a Josh Cooley, suo collaboratore in diversi progetti di Pixar, da Up a Inside Out. Anche gli sceneggiatori Rashida Jones e Will McCormack sono stati sostituiti da Stephany Folsom, che ha riscritto quasi tutto, pur rispettando la traccia originale (così si dice).

Sarà che noi, nonostante tutto (e in assenza di prove certe) continuiamo a dichiararci "lasseteriani", ma ci è sembrato che nel film, divertente, movimentato, spiritoso come sempre, sia mancato quel tocco sentimentale in più, quella capacità di riportare agli occhi e al cuore sensazioni di passati remotissimi, quel quasi proustiano profumo del tempo perduto, che a sorpresa colpiva basso nei film precedenti (e in tutti i film Pixar).

C'è sempre l'ansia perenne di Woody di essere rimpiazzato nel cuore della persona amata, di essere lasciato indietro rispetto a nuove esperienze, a nuove passioni. Che è l'ansia di ogni persona amata, che teme di perdere quell'amore o che semplicemente quell'amore cambi. Ma se le cose cambiano, i sentimenti rimangono gli stessi. Passare oltre non vuol dire dimenticare, né per un giocattolo, né per un umano.

Questa volta però assistiamo a una svolta (che non specifichiamo per non spoilerare), che segna un cambiamento rispetto al passato. E ci interroghiamo sul perché un mite unicorno di peluche sia così assatanato nel volere che il "papà" vada in galera, notando anche l'accenno "femminista" nel passaggio di testimone fra Woody e Jessie.

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La solitudine dà alla testa.

In ogni modo anche questo Toy Story 4, che arriva ben nove anni dopo il terzo capitolo, ha i suoi momenti toccanti ed è sempre infinitamente "trasversale" con tanta azione, gag, humor. Certo, dopo tanta "umanizzazione", diventerà sempre più difficile separarsi dai giocattoli del cuore, per i bambini ma anche per i loro genitori.

Dopo tanti film è ancora incredibile la capacità degli artisti Pixar di raccontare storie che riescono ad arrivare al cuore di un bambino piccolissimo così come di un adulto, toccando corde recondite che evidentemente fanno parte del più intimo patrimonio umano, per la gioia degli animi semplici dei più piccini, gratificando con rimandi e citazioni i cinefili.

Forse anche i responsabili della mitica casa d'animazione, rimettendo oggi mano al loro primo prodotto del 1995, primo lungometraggio animato in CG, si sono rivolti verso il loro stesso passato, lanciando uno sguardo verso quei giocattoli lontani ormai quasi 25 anni, anni passati poi ad affrontare sfide continue senza perdere mai la loro incredibile umanità, che traspare da ogni dettaglio delle loro storie, capaci di divertire, commuovere e far riflettere, facendoci smarrire con una risata e ritrovare con una lacrima.

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