Narcos: Messico (seconda stagione completa) - recensione

Se c'è un'offerta è perché c'è una domanda.

La prima stagione di Narcos: Messico doveva essere un o spin-off (con narrazione parallela) del successo mondiale Narcos, che narrava le gesta del famoso trafficante Pablo Escobar in Colombia.

Invece ha acquistato una sua centralità, diventando una "companion series", passando a raccontare un'altra tragica storia vera, quella dell'inesorabile sviluppo del traffico di droga degli anni '80.

Si mostrava l'ascesa del cartello di Guadalajara per mano di Félix Gallardo (Diego Luna), che coperto da vastissime collusioni politiche unificò sotto il suo comando varie bande sparse di coltivatori di marijuana.

Nel 1985 l'agente DEA di origine messicana Enrique Camarena (Michael Peña) viene rapito, torturato orribilmente per 30 ore e ammazzato. Insieme al suo gruppo aveva messo a segno alcuni successi troppo clamorosi per restare impunito.

Come avevamo visto nell'ultimo episodio, la sua morte però non poteva restare impunita nella spaventosa corruzione del Messico, a ogni livello. Per la DEA niente sarebbe più stato come prima di questo omicidio e la stagione si concludeva con il lancio dell'Operazione Leyeda, con l'invio in Messico di un'unità speciale sotto copertura, per fare giustizia e avere vendetta.

Gallardo, che ormai oltre che della marijuana era diventato un enorme esportatore di cocaina dalla Colombia verso gli States, ne era uscito impunito e anzi più forte, sostenuto in una sua manovra di "pulizia interna" addirittura dall'Esercito e dal DFS (Direzione Federale della Sicurezza, la spietata intelligence messicana).

La prima stagione era incentrata sulle due diverse psicologie di Gallardo e Camarena, un duello a distanza fra due uomini ossessionati dal conseguimento delle proprie mire, che per Gallardo era il Potere che lo portava sempre più lontano dalle misere origini, mentre per Camarena era fare il proprio lavoro per interrompere a qualunque prezzo il traffico di droga.

All'ombra di Felix erano cresciuti i futuri boss del narcotraffico, Amado Fuentes e Joaquin "El Chapo" Guzmán, e tutti quelli che diventeranno capi dei più potenti cartelli messicani.

Nella seconda stagione il protagonista è Scoot McNairy, che era la voce narrante della prima, nel ruolo dell'agente DEA Walt Breslin, inviato insieme ad alcuni colleghi a recuperare i veri colpevoli della spaventosa uccisione di Camarena.

Per mandare a casa soddisfatti gli americani, il Governo messicano aveva messo in galera qualche personaggio di secondo livello ma i veri responsabili, tutti ad altissimi livelli dell'apparato, erano liberi e felici a godersi la vita.

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Una vita da mediano.

Le regole d'ingaggio erano che non c'erano regole e in questo modo gli agenti agirono con metodi illegali (che in seguito, purtroppo in parte, vanificheranno la loro azione). Ma la narrazione della loro progressiva azione di vendetta riserva molte soddisfazioni anche se, come rifletterà l'agente Breslin, i metodi usati dai messicani erano quelli che la CIA insegnava a tutti i regimi autoritari del mondo per liberarsi dei personaggi scomodi.

Nel suo periodo d'oro Gallardo riuscirà perfino a influenzare le elezioni del nuovo Presidente, in un Messico pieno di vane speranze per il futuro dopo il devastante terremoto del 1985.

La narrazione procede lungo due filoni: le manovre di Felix Gallardo, uscito incolume, anzi ancora più forte da tutta la faccenda, che però gli aveva inimicato molti gruppi che lui voleva coinvolgere nell'organizzazione, che non approvavano la cruenta uccisione di Camarena.

Come tanti polizieschi ci hanno insegnato, quando ammazzi un poliziotto attiri una reazione spropositata. Ma i soldi che Felix prometteva erano troppi e inoltre la prospettiva era di aumentare in modo esponenziale gli introiti, visto il prevedibile sviluppo del traffico negli anni a venire.

02
La dolce vita.

Gallardo infatti si accorderà con il cartello di Cali e darà il via al più grande traffico di coca verso gli States, trasformando i suoi affiliati da semplici trasportatori in veri distributori.

Va detto che Gallardo è stato un personaggio geniale, perché con il suo disegno iniziò un rafforzamento dei messicani rispetto ai colombiani, ridotti solo al rango di produttori, creando una serie di cartelli affidati ai suoi soci più fidati, che avrebbero gestito in proprio ciascuno una determinata area, corrispondente a una delle tante rotte verso gli Stati Uniti.

In questo modo si crearono i cartelli ancora oggi attivi, fra cui quello narrato da tanti film, il cartello di Sinaloa (che oggi però privilegia il traffico di metanfetamina), definito la più potente organizzazione criminale del mondo.

Ne abbiamo sentito parlare di recente perfino nel film Panama Papers, perché El Chapo (protagonista di una propria serie TV, che resterà a piede libero fino al 2016), investiva anche tramite Mossack e Fonseca, i due disinvolti avvocati off-shore.

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Quando il gioco si fa duro…

L'altro filone segue la caccia dei colpevoli da parte degli agenti DEA e la cattura di alcuni di loro. Ma niente sarà facile, perché a mettersi di traverso sarà proprio la CIA, che faceva affari con Gallardo: protezione sui suoi traffici e impunità legale in cambio di milioni di dollari per finanziare in Nicaragua i Contras di Noriega, contro i ribelli sandinisti. Gallardo aiutava anche nel trasporto e nella consegna di armi.

Chissà come sarà stata felice Lady Reagan, consorte del Presidente-attore, impegnata personalmente nella lotta contro la droga, quando grazie all'Irangate avrà saputo che il suo paese era stato invaso dalla coca grazie alle manovre della potentissima Agenzia di Stato. Quindi al gruppo di underdog non rimarrà che buttarsi in altre azioni, minare in rapporti fra i cartelli, sabotare alcune consegne.

Insieme a queste due narrazioni, s'intrecciano altre vicende di personaggi laterali fra cui Amado Carrillo Fuentes (José María Yazpik, che già compariva in Narcos), che deve gestire l'ingestibile Pablo Acosta, che avrebbe dovuto costruire le piste per gli aerei. Acosta stesso è al centro di una vicenda romantica, per la sua relazione con una ricca ragazza americana innamoratissima di lui.

Seguiremo anche il tentativo di alcune donne, sorelle o amanti dei trafficanti, che cercano di ricavare un loro spazio nel traffico. E assistiamo all'inizio della fine delle alleanze, con la vendetta della famiglia egemone a Tijuana contro il gruppo di Sinaloa, che si era inventato il primo tunnel che passava sotto il confine.

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70 tonnellate in un colpo solo!

C'è anche una godibile scena in cui a Sinaloa arrivano due neri americani (due tizi salla Snoop Dogg) per comprare coca da tramutare in crack, lavorazione allora sconosciuta. Inutile dire che l'interpretazione di tutti gli attori è al solito altissimo livello cui ci hanno abituato le serie TV di qualità, in special modo Diego Luna, che qui sobrissimo trova il ruolo della vita.

C'è una preponderanza del cast latino, la scena è occupata maggiormente dalle vicende di Gallardo e soci, mentre il gruppo degli americani si riserva un segmento minore dell'azione: i primi raffigurati come siamo abituati a vederli sugli schermi e come ci auguriamo di non doverli mai incontrare nella vita; il secondo come un mucchio selvaggio di cowboy lanciati contro un nemico più grande di loro.

A vincere alla fine è sempre la politica, l'ipocrisia sublime dei Governi, i più cinici piani dei potenti che, quasi sempre senza rischi, rastrellano mazzette stratosferiche e cariche da cui fare finta di governare una nazione, mentre pensano solo agli interessi propri e della propria "banda" (in Messico il tasso degli omicidi è cresciuto del 20% solo negli ultimi 3 anni).

Anche la seconda stagione di Narcos: Messico quindi è appassionante, nell'accurata fusione fra una ricostruzione storica precisa (corredata da spezzoni di riprese tv d'epoca) e qualche (dichiarata) concessione alla finzione, che non va però a minare un quadro complessivo agghiacciante.

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La ragione di tutto...

Le serie e i film sui narcotrafficanti hanno avuto un enorme successo (pensiamo anche al nostro Gomorra) e sono stati accusati di "glorificare" personaggi indiscutibilmente negativi, com'è già successo con molti film su gangster e malavitosi.

Non ci sembra quello il pericolo, anche perché nel complesso si tratta di vite angoscianti per la terribile tensione, per i continui tradimenti, per le incessanti manovre strategiche, pur nell'esibizione di un potere sterminato e spesso breve.

Speriamo però che in mezzo a tanta avventurosa azione, tra la caccia fra gatto e topo, fra buoni e cattivi, alla soddisfazione per le varie vendette portate a termine, si riesca a fare una riflessione (che è quello che film e serie TV stimolano, se ben fatti). E non si pensi a moralismo spicciolo, si tratta di ragionarci sopra.

Queste guerre costano una quantità di morti enorme, su entrambi i fronti, con ammazzamenti inflitti con modalità atroci, con danni collaterali immani (la gente comune presa in mezzo è senza scampo), con una corruzione che ha devastato Stati, che muove cifre inimmaginabili, che valgono in bilancio di molte nazioni.

Tutto questo perché, alla fine della filiera, qualcuno si possa rilassare facendosi una canna o "splendere" dopo un tiro di coca. Pur non avendo mai nutrito simpatie repubblicane, non possiamo non inviare un nostalgico pensiero a Rudy Giuliani e alla sua "tolleranza zero", che equiparava spacciatore ad acquirente.

E davvero vorremmo un "libero mercato", con le strade piene di gente alterata a vita? Sarebbe vivibile? Mai quindi dimenticarsi che questo mercato esiste solo per la forte richiesta (il che vale per ogni mercato, legale o illegale, sano o malato che sia). E da chi arriva questa richiesta? Meditate, gente, meditate.

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