Cattive acque - recensione

Un thriller appassionante, dove la giustizia fatica ad imporsi.

Vivere meglio attraverso la plastica: un bel sogno di comodità e pulizia, in particolare proprio un Sogno Americano (perché è lì che la simpatica sostanza ha trovato il suo massimo sviluppo e impiego nel dopo guerra). Soprattutto è un sogno per le aziende chimiche, alle quali tali lavorazioni hanno fruttato miliardi di dollari.

In Cattive acque si racconta una storia verissima, di cui pochi oggi hanno memoria. I più giovani la ignoreranno, i più adulti l'avranno forse dimenticata, sepolti come siamo da sempre nuovi scandali, da drammatiche denunce, spesso vane. Si parla della famigerata DuPont, azienda nata nei primi dell'800, e dello scandalo legato al Teflon, miracolosa sostanza che "spalmata" sul fondo delle padelle non faceva attaccare il cibo.

Quale migliore Sogno per miliardi di casalinghe disperate e non? Peccato, peccato davvero che tale infinita comodità avesse più di un lato negativo: la lavorazione produceva sostanze che, a contatto dei dipendenti dell'azienda, provocavano malformazione dei feti, sterilità e cancri, effetti negati per anni grazie a complicità e corruzione.

Le scorie smaltite disinvoltamente, sempre grazie a complicità e corruzione, infettavano l'ambiente infiltrandosi nella falda acquifera, provocando altrettanti nefasti effetti. Sarà proprio un allevatore di Parkersburg, nel West Virginia, esasperato dalla moria del suo bestiame e dal degrado dell'ambiente, a coinvolgere l'avvocato Rob Bilott, mite topo da studio legale. Il quale, appena promosso a socio del grande studio Taft a Cincinnati, si occupava proprio di difendere i colossi della chimica.

Quando il piccolo Davide capirà di avere stuzzicato un Golia arrogante e brutale, invece che arrendersi andrà avanti nella sua sfida, provocando l'ostilità dei suoi soci che lo appoggeranno solo in seconda battuta (e a fatica), e trovandosi contro la moglie. Negli anni avrà anche momenti di stanchezza, frustrato e stressato al punto da risentirne nella salute.

Alla fine di un calvario durato 17 anni riuscirà ad ottenere rimborsi finanziari per molti, ma soprattutto darà l'avvio a un programma di monitoraggio di massa sulla salute di circa 70.000 cittadini trovati infettati dal letale Pfoa o Pfas (acido perfluoroottanoico) o C8, la catena di atomi di carbonio che crea questa mortale sostanza. Che se ben assemblata in qualche oggetto facilita la vita, ma che se ingerita la stronca una volta raggiunto il limite massimo di tolleranza (limite che sportivamente le aziende e i governi riescono sempre in extremis ad alzare, per superare il problema). In seguito a questo studio, dopo ben 7 anni di ricerche, la DuPont sarà costretta a un maxi risarcimento e alla copertura delle future spese mediche per i malati.

Il film è diretto da Todd Haynes (Safe, Velvet Goldmine, Lontano dal Paradiso, Io non sono qui, Carol), a partire dall'articolo del 2016 scritto per il NY Times Magazine da Nathaniel Rich, dal titolo "L'avvocato che è diventato il peggior incubo di DuPont".

Haynes racconta sobriamente, in minuzioso ordine temporale e dopo un incipit da film horror, un bagno di notte di un gruppetto di teenager in un laghetto dall'aria innocua. Ma le acque non nascondono una Swamp Thing, bensì qualcosa di molto più insidioso che può rovinare le proprie vittime di generazione in generazione. Non mancano i passaggi da tipico legal drama, come abbiamo visti replicato in tanti film, con lo studio di Bilott inondato di scatoloni di materiale, tattica realmente usata dalle multinazionali quando sono costrette a consegnare documenti.

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Un avvocato fuori contesto.

L'avvocato riceverà dati importanti (perché non si osa occultarli del tutto, nel sistema americano sembra davvero peccato mortale), sepolti fra carte di ogni genere, compresi auguri di Natale ricevuti dall'azienda nel '57 (tutto realmente accaduto).

La narrazione procede per tappe, scandite dal passare degli anni (si va dal 1997 alla conclusione nel 2015), sottolineando il contrasto fra i grattacieli in vetro e acciaio dei "padroni" e le casette dei residenti, lo squallore delle fattorie infettate, il fango del terreno morto dell'area inquinata. In mezzo a questo lasso di tempo molta gente è morta male, o ha subito comunque dolorose conseguenze dall'aver vissuto o lavorato in zone coscientemente infettate (le prove che DuPont sapesse ci sono, a partire da un'antecedente denuncia dalla stessa 3M Company che aveva venduto lo Pfoa alla DuPont).

La multinazionale per di più si atteggiava a benefattrice, perché portava lavoro in un'area depressa e abbondava in donazioni come sponsor di svariate iniziative, e per questo era difesa da gruppi di cittadini increduli. In quante zone anche a noi vicine si dibatte questo problema? Salute o lavoro? Profitto o rispetto delle regole? Dirà il capo di Bilott: "le corporation sono come persone e queste persone hanno oltrepassato i limiti". E chi li controlla, questi limiti? Chi ha la potenza di fuoco per farlo?

Mark Ruffalo, che ha fortemente voluto e co-prodotto il film, si cala nei panni del pacato avvocato, paffuto e con il collo un po' incassato fra le spalle, un vero burocrate buttato dal suo elegante ufficio nel fango di una zona morente, lui stesso terrorizzato dalle prospettive per il futuro, suo e della sua famiglia. Al suo fianco troviamo Anna Hathaway, moglie solidale anche se messa a dura prova; Tim Robbins, suo capo nello studio legale, indignato ma attento ai cordoni della borsa; Bill Camp, l'allevatore che darà avvio al caso; Bill Pullman, l'avvocato da sfondamento; e infine Victor Garber, il dirigente DuPont, sempre a suo agio nei ruoli ambigui.

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Una moglie solidale.

Mai come questa volta vale quanto detto in altre occasioni, ossia che certi film valgono per quello che raccontano, prima di tutto. Cattive acque (il titolo originale più appropriato è Dark Waters) appartiene al filone di tanto splendido cinema di denuncia stile anni '70, un cinema che ama fare un discorso morale.

Ricordiamo a tal proporsito qualche titolo: A Civil Action, con Travolta, storia vera del 1979 su inquinamento da sostanze tossiche nel Massachusetts; Farenheit 11/9 di Michael Moore con lo scandalo delle acque inquinate dal piombo a Flint, Michigan (città natale di Moore), dovuto agli intrallazzi del Governatore repubblicano Rick Snyder; Erin Brockovich, con una prorompente Julia Roberts, che raccontava dell'inquinamento delle acque con cromo esavalente; Silkwood con Meryl Streep, sull'esposizione al plutonio in un impianto che produceva combustibile nucleare; e poi Promised Land con Matt Damon e la lotta contro la fratturazione.

E non entriamo nell'infinita lista di film che hanno denunciato con precisione scandali politici grazie a singoli personaggi o a inchieste giornalistiche, perché sarebbe davvero un elenco infinito. Così come i film che si sono occupati delle nefandezze delle industrie del tabacco, dei medicinali, delle compagnie di assicurazione e altre nefandezze delle tante corporation che sanno di potersi permettere qualunque abuso, perché corrompono governi, pagano studi legali, intimidiscono e ricattano. Rimandiamo a tal proposito alla visione dell'ottimo documentario del 2003 che studiava le multinazionali come fossero "casi umani", suscettibili pertanto di ogni tipo di degenerazione e di psicosi.

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Due mondi a confronto.

Insomma, dove c'è un potere forte c'è un cittadino debole. Ed è inutile illudersi che anche una piccola vittoria possa fare la differenza. Però lottare ha un suo valore, perché altrimenti subentrerebbe la rassegnazione da servi della gleba.

Tutti noi però vogliamo case calde, macchine per spostarci, computer e batterie che durino una vita. E vogliamo anche i mille oggetti di plastica che ci rendono la vita più facile ed economica, vestiti compresi. Tutta roba a basso prezzo con materiali dalle molteplici lavorazioni. E volevamo, anzi vogliamo, pentole che non attaccano, pretendendo però aria respirabile, acqua pulita, cibi sani. E lavoro.

Un prezzo dobbiamo rassegnarci a pagarlo, a quanto pare.

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