The Grudge - recensione

La maledizione è come un virus.

Cosa si prefigge di fare un film? Di portarci via, emozionarci, commuoverci, farci ridere, spaventarci. Così è stato fin da quando la prima locomotiva è sembrata bucare lo schermo e travolgere gli spettatori, per poi evolversi nella meravigliosa macchina dei sogni che tutti conosciamo.

Ma il cinema sforna anche incubi. Con l'horror, infatti, ha mirato a qualcosa di diverso, a qualcosa di più: angosciarci, inquietarci, sfruttare tutte le nostre più ataviche paure per insinuarci quel timore irrazionale che ci farà accendere la luce prima di entrare in una stanza, guardare con ansia la posta socchiusa di uno stanzino, ritirare il piede lasciato inavvertitamente pendere dal letto.

Lo ha fatto per così tanti anni che il filone ha iniziato a mostrare segni di stanchezza anche perché, dopo l'Esorcista, era difficile superarsi in quella direzione. E infatti ha avuto inizio il filone slasher/splatter con le sue derive "torture", che con l'horror puro hanno poco a che fare.

A sorpresa, a rilanciare un filone esaurito ci hanno pensato a cavallo fra primo e secondo millennio i giapponesi con due serie di film. Parliamo di The Ring e poi The Grugde, entrambi con relativi prequel, sequel e remake, perché un'idea così buona quando ricapita?

Va dato atto agli autori di entrambe le saghe di avere fruttuosamente tratto ispirazione dalle tradizioni del loro paese, perché quel tipo di spirito è ben presente nel loro immaginario. In Giappone i fantasmi (detti obake o bakemono) sono raffigurati in modo molto diverso che da noi (niente a che vedere con il solito lenzuolo che vaga ululando).

Sono figure umane, con il viso completamente ricoperto da lunghi capelli che spiovono in avanti (e guai a cogliere un solo sguardo fra quei capelli), che si muovono con movenze disarticolate e inquietanti, emettendo nel movimento un sinistro scricchiolio.

Questi spiriti sono capaci di crudeli vendette su quanti vengono in contatto con loro e con i luoghi dove le loro morti sono avvenute, dove loro sono rimasti bloccati. Sono state morti violente e ingiuste e altrettanto violente e ingiuste saranno le pene che loro infliggeranno a persone inconsapevoli e innocenti, perpetuando in questo modo una catena di lutti infinita: loro mai perdonano e mai dimenticano.

Esteticamente sono una variazione degli Yuurei, gli spiriti di coloro che sono deceduti di morte violenta (e che vagano senza pace), ma le vesti bianche e i lunghi capelli sono quelli delle Yuki Onna, spettri di donne delle nevi. Questa iconografia è stata usata anche in altri film fra cui Phone, The Call e Two Sisters.

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A volte ritornano...

Nel 2003 Takashi Shimizu aveva scritto e diretto una cupa storia di fantasmi chiamata Ju-on, in inglese The Grudge (Rancore), tratta da una fortunata serie TV. In patria il successo era stato grandissimo ed era stato subito realizzato un sequel, The Grudge 2.

Il successo di The Grudge, distribuito in Occidente solo su DVD, aveva indotto il produttore Roy Lee (che aveva scoperto già la serie Ringu e promosso The Ring, il remake americano di Gore Verbinski) a mettersi in contatto con Sam Raimi per realizzare due versioni occidentali del film, sempre dirette da Shimizu, ma interpretate da un'attrice discretamente conosciuta come Sarah Michelle Geller, affezionata frequentatrice del genere horror (la serie tv Buffy, So cos'hai fatto, ma anche Scooby Doo e Cruel Intentions).

Oggi a distanza di 18 anni si tenta un rilancio per mano del poco conosciuto Nicolas Pesce e il risultato purtroppo non convince, anche se fra i produttori figura nuovamente Sam Raimi. Si parte con un breve prologo nel 2004, per mostrare ancora una volta la lugubre casa di Kayako, che è sempre là, nella silenziosa stradina periferica di Tokio, immersa in uno spazio senza tempo, lontana millenni luce dalla convulsa modernità della città.

Da lì, attaccato come una ragnatela all'incauta visitatrice, la maledizione della casa si trasferisce negli USA, in una cittadina della Pennsylvania. Due anni dopo vediamo trasferirsi la giovane Detective Muldoon, rimasta sola con un figlioletto, dopo la prematura scomparsa dell'amato marito.

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Un classico shampoo?

Incappa subito nel ritrovamento del cadavere di una donna scomparsa da un anno e da quel momento inizia a indagare, ripercorrendo una catena di orribili uccisioni, tre casi avvenuti tutti nella stessa villetta. Invano cerca di farla desistere dalle indagini un collega più anziano, che aveva visto un altro poliziotto finire male a forza di immergersi nelle atmosfere malate del posto.

Muldoon insiste, dimenticando di avere a casa la ragione principale per arrestarsi, un figlio. Ma ormai è troppo tardi, perché l'abisso l'ha guardata. Il film, dopo il prologo, racconta lo sviluppo della storia nel presente, scandita da digressioni nel passato che espongono i casi avvenuti in precedenza, uno dei quali ha ancora uno strascico che sarà quello che provocherà il coinvolgimento della giovane poliziotta.

Il suo ruolo è affidato alla diafana Andrea Riseborough, mentre il poliziotto cattolicamente prudente è Demián Bichir, apprezzato nella serie The Bridge (personaggio che nel finale sembra evaporare). Jackie Weaver, gran cattiva in tanti film, qui inquieta un po' come dispensatrice di cure palliative. John Cho (lunga carriera, faccia notissima), insieme alla mogliettina Betty Gilpin (Nurse Jackie, Glow), è una delle tante vittime innocenti. Compare anche Lin Shaye, dalla lunghissima carriera, attrice di culto nell'horror, ospite abituale in tanti film di quel genere. Il personaggio del poliziotto impazzito per la possessione (interpretato dal veterano William Sadler) ha un trucco che ricorda il personaggio di Arseface in Preacher.

Riassumendo: tutta la gente che passa per una certa casa, infettata da un evento misterioso, lontano e ignoto, divenuta tossica per chiunque la abiti, è indotta a compiere atti criminali. Potrebbe essere Amityville o Haunting, oppure uno dei Conjuring: di film con questi meccanismi ne abbiamo visti a bizzeffe.

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Non aprire quel finestrino!

Tutti i personaggi sono in qualche modo minati da lutti, traumi, che (come ben sa Stephen King) è sempre un elemento che favorisce il proliferare del Male. Si va così però a perdere il tema originale della vendetta conseguente alle ingiustizie subite, ci si "spaventa" solo per un paio di jumpscare, si finisce insomma nell'horror più convenzionale.

Quindi ci si chiede: ma era il caso di andare a scomodare l'illustre franchise, giusto per fare vedere un po' di capelli bagnati a far da tendina a facce mostruose (e le originali erano più inquietanti) e citare un paio di dettagli (lo scricchiolio, la mano che lava la testa, la vasca da bagno)?

Perché senza queste allusioni, il nuovo The Grudge potrebbe tranquillamente essere il solito film dalla cupa fotografia su una casa infestata da spiriti malvagi, senza scomodare i fantasmi giapponesi, che più si allontanano da casa, meno paura fanno.

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