Tales From The Loop - recensione

Cartoline da un futuro che non c'è stato.

Simon Stålenhag è un personaggio poco noto, un originale artista svedese, pittore iperrealista, che usa tecniche digitali a simulare la pittura a olio. È anche sviluppatore di videogame e autore perfino di due giochi di ruolo.

Come suoi ispiratori, Stålenhag cita alcuni pittori svedesi e russi di paesaggi e fauna, ma anche Edward Hopper e perfino Syd Mead, responsabile delle scenografie di Blade Runner, e Ralph McQuarrie, che ha lavorato sulla vecchia trilogia di Star Wars.

Stålenhag ha acquisito una certa fama principalmente con due libri stupendamente illustrati, Loop del 2015, ed Electric State, i cui diritti pare siano già stati acquistati per ricavarne un film, si dice dai Fratelli Russo.

Alle sue opere si erano interessati anche gli Amazon Studios, che hanno prodotto questa serie tv tratta dal suo primo lavoro, chiamandola Tale From the Loop. Il passaggio da libro a serial è opera di Nathaniel Halpern (Outcast, Legion).

Dalla fine degli anni '70, sulle sponde del Lago di Mälaren di un'immaginata Svezia agreste, nel sottosuolo vibra il più grande acceleratore di particelle del mondo, estendendosi in profondità per decine di chilometri in una struttura circolare, detta il Loop. Il sogno del progresso però si è spento e la zona è decaduta divenendo un gigantesco cimitero di strutture in disuso. Ugualmente la presenza del Gavitron influisce sulle vite dei cittadini, alterando il rapporto spazio-tempo e la gravità stessa.

Sottolineiamo la bellezza e l'importanza dell'aspetto visivo, in cui risalta la cura della fotografia: certe composizioni diventano quasi pittoriche ed è giusto sia così, perché ricreano un romanzo illustrato, ricalcando le sue tonalità, le sue inquadrature. Nel primo episodio la regia è affidata al mitico Jeff Cronenweth, mentre le musiche, altrettanto importanti, sono di Philip Glass.

In questo primo assaggio della serie, Tales From the Loop ha un tono rarefatto, fedele in questo all'opera originale, che nella sua "circolarità" porta i personaggi là dove è giusto che siano, mentre vagano in un universo dove le promesse della tecnologia non si sono avverate. E fra imponenti costruzioni, silos avveniristici e installazioni abbandonate, si aggirano spauriti robot arrugginiti, dinosauri addirittura e cinghiali cibernetici, con la gente che inve e vive in normali abitazioni, guidando antiquante e opache Volvo o Saab, usando telefoni a disco e dischi in vinile, macchine fotografiche con la pellicola e computer con voluminosi monitor a tubo catodico.

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L'anziano nonno scienziato.

L'ambientazione ricorda una fantascienza antica, quasi nello stile degli anni '60, i più belli per questo genere. Le storie sembrano a volte di suggestiva indeterminatezza, perché non tutto deve (può) essere spiegato alla lettera, come fossimo in una fascinosa Twilight Zone causata dalla stranezza del luogo.

E c'è una nostalgia struggente per un sogno promesso e mai avverato, dove la tecnologia non ha mantenuto le promesse fatte e la vita comune è andata avanti. Una vita fatta di piccoli avvenimenti surreali, dove del tutto reali sono i dolori, le delusioni, le incomprensioni, gli abbandoni, la solitudine, accettati in nome della stranezza del luogo dove i personaggi sanno di vivere, senza frasi tante domande.

Quanto agli interpreti, si tratta di una serie corale, dove manca un protagonista, e in vari ruoli troviamo (e ritroviamo in episodi diversi) attori come Rebecca Hall, scienziata e madre distante; Jonathan Price, amabile nonno che zappa il suo orto, ma nell'underground lavora per "rendere possibile l'impossibile"; Paul Schneider con il suo antiquato braccio bionico; Ato Essandoh, pacatamente e disperatamente solitario, custode della fabbrica.

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Panorami inattesi.

Molti di loro sono imparentati o collegati da altri legami e ogni personaggio sarà il tassello di un disegno più vasto. Attendiamo con curiosità e interesse gli ultimi episodi di una serie disponibile da oggi.

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