L'uomo invisibile - recensione

Il Male che nessuno riesce a vedere.

Come fosse argomento degno tutt'al più di un trattamento frivolo, si è spesso discusso su cosa si farebbe se si fosse invisibili, finendo spesso a ipotizzare usi boccacceschi di una qualità che è meglio non possedere (lo stesso vale per la lettura dei pensieri altrui, sarebbe il crollo delle relazioni umane).

A raccontare una storia su questo intrigante tema già nel 1881 era stato l'immaginoso H.G. Wells e nel 1933 ne era stato tratto un ottimo film con il grande Claude Rains, cui erano seguiti vari altri trattamenti virando il protagonista al femminile, buttandola anche sul ridere con Gianni e Pinotto.

Ricordiamo la più leggera commedia d'azione nel 1992, diretta da John Carpenter con Chevy Chase, e la serie TV cult del '75 con David McCallum. C'è stata anche una versione "spaghetti" diretta da Antonio Margheriti.

Ma nel 2000 Paul Verhoeven ne aveva dato una lettura più horror delle precedenti, L'uomo senza ombra, con Kevin Bacon nei panni dello scienziato al quale la scoperta dava alla testa, tramutandolo in un mostro assassino. Un personaggio con caratteristiche simili compariva anche nel film La leggenda degli uomini straordinari.

Aspettavamo quindi con curiosità cose ne avrebbe fatto l'abbinata Leigh Whannell alla regia (le saghe Saw e Insidious) e Jason Blum alla produzione, cui Universal ha concesso il trattamento di un "marchio" di sua proprietà, all'interno di un accordo di 10 anni per sfruttare il ricco catalogo "mostruoso" della casa. La coppia infatti è garanzia di prodotti mai rassicuranti, vista la loro propensione al genere horror. Ma non ci aspettavamo un risultato simile.

Whannell usa il pretesto dell'invisibilità per raccontare tutt'altra storia, e attualissima dati i tempi che viviamo (e non parliamo del #metoo delle molestie, ma della violenza sulle donne, quella che spesso sconfina nell'omicidio).

In questo caso infatti il focus della storia si sposta tutto sulla sventurata Cecilia, moglie in fuga da ricco marito abusatore, che da anni con eccelso sadismo la sta costringendo in uno stato di schiavitù fisica e mentale, terrorizzandola, annichilendola, all'interno della loro spettacolare ma glaciale villa a picco sull'oceano.

Quando finalmente la povera Cecilia riesce a scappare con l'aiuto della sorella, si rifugia a casa di un vecchio amico poliziotto, devastata da un vero e proprio disturbo da stress post-traumatico. Circondata dall'affetto dei pochi cari che le sono rimasti, crede di riuscire a iniziare una nuova vita, da sola.

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Una donna dentro una crisi di nervi

Ma non tarda ad accorgersi di strani fenomeni che iniziano a verificarsi e la fanno arrivare alla devastante conclusione che il marito, che nel frattempo risulta suicida, la stia in realtà perseguitando ancora più sadicamente.

È un tema che fin qui ricorda molto A letto con il nemico o il romanzo Rose Madder di Stephen King. La differenza è che qui il marito è invisibile, in quanto genio della scienza dell'ottica e capace di creare un vero prodigio della tecnologia, una tuta che produce l'invisibilità.

Cecilia precipita in un incubo in cui avvengono cose tragiche. Messa alle strette, considerata pazza dai suoi pochi amici, messa all'angolo in uno stato che sfiora la vera follia, la donna non potrà che trovare dentro se stessa una strategia per reagire.

Ma abbiamo già detto troppo. Questo nuovo Uomo invisibile è un thriller di grande tensione e alta suspense e trova una perfetta protagonista in Elisabeth Moss, di nuovo nei panni di una donna che si ribella alla sottomissione imposta da un uomo, come già nella serie The Handmaid's Tale o anche in Top of the Lake.

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L'invisibile 'uomo nero'...

Oliver Jackson-Cohen è il marito di sopraffina perfidia: si vede poco ed è un peccato (lo ricordiamo nelle serie tv Dracula del 2013, Emerald City e Hill House). Aldis Hodge (City on a Hill) è l'amico poliziotto, che fatica a credere all'incredibile e Michael Dorman (la serie Patriot e For All Mankind) è il cognato succube. Bella la fotografia dalle fredde tonalità di Stefan Duscio, colonna sonora adeguata di Benjamin Wallfisch, effetti assai ben resi.

Attendiamo con interesse la ripresa di futuri soggetti da rimaneggiare, da ribaltare per renderli più attuali e inquietanti.

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