I Am Dead - recensione

“Non dimentichiamo mai quelli che amiamo, vero?”.

La morte non è la fine. Sì lo sappiamo è banale ma è un'idea così pregna di sfaccettature da diventare affascinante con una naturalezza disarmante. Non è nemmeno una questione religiosa o di credi dogmatici di vario tipo. Certamente si può parlare di paradiso, di vita eterna o perfino di reincarnazione e di interpretazioni più lontane dalle nostre tradizioni ma la verità è che questo concetto è talmente universale da poter mettere d'accordo quasi chiunque. Nonostante tutto non bisogna di certo essere delle superstar per vivere per sempre e per certi versi è davvero facile riuscirci anche dopo una vita come tante, apparentemente anonima.

È tutta una questione di legami, di ricordi e a un livello più profondo di amore. Come ogni cosa che può sfoggiare un livello più profondo però, non bisogna dimenticare quello più superficiale, quello forse ingiustamente sottovalutato perché a una prima occhiata considerato più grezzo, troppo "materiale". Ma gli oggetti che ci appartengono e che lasciamo alle nostre spalle quando arriva il nostro momento, hanno un valore immensamente superiore a quello puramente intrinseco. Hollow Ponds e Richard Hogg (creatori dei deliziosi Hohokum e Wilmot's Warehouse) lo sanno così bene che la loro ultima creatura, I Am Dead, sembra un tributo proprio a questo valore NON materiale degli oggetti.

Seguendo il filone delle loro precedenti opere gli sviluppatori hanno confezionato ancora una volta un puzzle game ponendo però molta più enfasi sull'aspetto narrativo ed emozionale dell'esperienza. La storia non è di certo complessa o particolarmente elaborata ma per quanto semplice l'intreccio funziona e convince presentandoci immediatamente il nostro protagonista e alter ego, Morris Lupton. Morris è un simpatico signore che ha dedicato tutta la vita al museo dell'Isola di Shelmerston ed è considerato il curatore delle storie di un'intera comunità. Un uomo tutto sommato comune se non fosse per il fatto di essere... morto.

Non sappiamo cosa gli sia successo e non lo sapremo mai, ciò che conta è che Morris ora è a tutti gli effetti un fantasma che vaga tranquillo sulla sua amata isoletta. Tutto però cambia quando incontra un "collega" molto particolare: Sparky! La sua cagnolina è infatti la sua e la nostra compagna di avventure per le circa 6-7 ore che abbiamo impiegato per terminare il titolo e con la sua nuova capacità di parlare si rivela a tutti gli effetti una guida che ci affida una missione molto importante: scovare cinque fantasmi smarriti per cercare di salvare Shelmerston da un'imminente catastrofe.

Un incipit semplice che non vogliamo rovinare con troppi dettagli e che si sviluppa evitando eccessivi voli pindarici e compiendo benissimo il proprio dovere. Solo il finale non ci è sembrato così convincente a causa di una chiusura che ci è parsa leggermente affrettata e non così soddisfacente, soprattutto considerando quanto ci è piaciuto conoscere le storie di quest'isola e in particolare dei suoi strambi e sfaccettati abitanti. Colorati, unici e tutti dotati di un nome proprio e di qualche dettaglio che traspare dagli atteggiamenti e dalle espressioni o da una comoda didascalia.

Nei panni di Morris (e quindi di un fantasma) abbiamo sfruttato la capacità di muoverci liberamente all'interno di diverse ambientazioni legate ai cinque NPC spettrali che dovevamo assolutamente scovare. Un'esplorazione che in queste aree è praticamente senza vincoli attraverso lo spostamento di un comodo cursore che con la pressione di un semplice tasto ci permette di concentrarci su aree e oggetti ben precisi. Ed è qui che accade la magia!

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Vivi, morti, carne e ossa o fantasmi. Non importa, casa è sempre casa.

È tutta una questione di ricerca. Prima di persone, poi di ricordi e infine di oggetti o per essere più precisi di reliquie. Scavando nella mente di personaggi legati ai fantasmi protagonisti delle nostre "indagini", ci si imbatte in piccole storie, viaggi nel passato le cui tappe sono dei ricordi costituiti da un'immagine sfocata che deve a tutti gli effetti essere "sintonizzata" a pieno attraverso l'uso dei nostri grilletti. Si scoprono così eventi spesso deliziosi, ricordi speciali capaci anche di commuovere e di toccare splendidamente le corde più delicate del nostro cuore e della nostra mente.

Ci si imbatte in un nutrito e sfaccettato cast di comprimari che attraverso una manciata di ricordi riescono a lasciare il segno. Ma qual è la magia in tutto questo? Beh, la magia si manifesta quando proprio quei ricordi da sintonizzare ci richiedono di individuare degli oggetti precisi fondamentali per arrivare al tanto agognato fantasma di turno e qui entra in gioco la nostra abilità chiave, una sorta di vista a raggi X soprannaturale che ci permette di entrare e sezionare letteralmente i tanti oggetti sparsi per le ambientazioni che costituiscono la pittoresca Shelmerston.

Una specie di risonanza magnetica che ci immerge all'interno di zone inaccessibili e necessaria per portarsi a casa qualche Grenkin (degli spiritelli portafortuna che si nascondono nelle prospettive più impensabili degli oggetti) e per risolvere alcuni enigmi di uno strambo personaggio secondario. Le due attività secondarie che arricchiscono un'esperienza capace di trasportarci in un mondo colorato e artisticamente splendido tutto da ammirare grazie a uno stile cartoonesco cortesia del solito, eclettico Unreal Engine e ulteriormente arricchito da un doppiaggio in lingua inglese (sottotitoli e interfacce sono presenti in un ottimo italiano) degno delle più grandi produzioni.

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Un collage di oggetti e ricordi.

Poggiandosi sulla forza dei ricordi, su delle storie che sanno strappare più di un sorriso ma che arrivano spesso anche a commuovere, e sulla meccanica centrale del sezionamento di praticamente tutto il mondo di gioco, I Am Dead sembra l'ennesima perla di Annapurna Interactive, un publisher che in ambito indie è ormai una sicurezza al pari di Devolver. E sotto tantissimi aspetti lo è davvero se non ci fosse una troppo marcata ripetitività nel gameplay e se il finale non desse la sensazione di essere leggermente affrettato e privo di un "The End" davvero efficace e in grado di confezionare una chiusura completamente soddisfacente.

I Am Dead avrebbe potuto essere un capolavoro di originalità e di stranezza (quella bella) in pieno stile Annapurna ma alla resa dei conti è "solo" un peculiare puzzle game con una meccanica riuscita e originale e con un nucleo narrativo capace di lasciare il segno.

Sezionare ambienti di gioco e oggetti facendo letteralmente a fette quasi ogni elemento a schermo è sempre divertente e affascinante così come lo è entrare in contatto con le storie e il folklore di un piccolo universo che si muove tra il realismo e il fantasy. Con più varietà e una maggiore attenzione allo sviluppo della trama, l'indie da bollino e da 9 sarebbe stato servito.

Hollow Ponds e Richard Hogg hanno ancora una volta dimostrato una ricercatezza impressionante nella cura per ogni dettaglio inserendo una mole di elementi e personaggi interattivi notevolissima e ponendo molta enfasi sulla voglia di scoprire, esplorare e di affrontare un tema difficile come la morte sì con leggerezza e positività ma comunque anche con tanta serietà.

Il tutto con un pregio aggiuntivo che è l'incredibile talento che si cela dietro la capacità di nobilitare quegli oggetti anonimi e freddi che se toccati dalle mani giuste sanno trasformarsi in reliquie potentissime ed eterne, animate da tanti strati di ricordi e sentimenti sopiti. Di vita.

8 /10

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Riguardo l'autore

Alessandro Baravalle

Alessandro Baravalle

Redattore

Si avvicina al mondo dei videogiochi grazie ad un porcospino blu incredibilmente veloce e a un certo "Signor Bison". Crede che il Sega Saturn sia la miglior console mai creata e che un giorno il mondo gli darà ragione.

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