The Outpost - recensione

Una delle tante inutili stragi (vere) delle recenti guerre.

L'intervento americano in Afghanistan, amministrazione Bush, è cominciato il 7 ottobre del 2001, meno di un mese dopo gli attentati dell'11 settembre, con lo scopo dichiarato di catturare Osama Bin Laden. Che sarebbe stato ucciso ad Abbotabad (in Pakistan però) il 2 maggio 2011.

L'Afghanistan perderà la priorità negli interessi americani nel 2003 con l'invasione in Iraq, per riprenderla sotto l'amministrazione Obama dal 2009, con l'intento ufficiale di aiutare il governo afghano nella lotta contro le sempre più numerose offensive talebane, corrispondente però ad una graduale riduzione sul campo.

Questa pretestuosa occupazione non ha risolto nessun problema del paese ma è costata un infinito numero di morti fra combattenti di ambo le parti e fra civili e ha soprattutto ha devastato il paese.

Il film The Outpost, uscito direttamente in homevideo per Eagle Pictures, tratto dal libro The Outpost: An Untold Story of American Valor di Jake Trapper, racconta la battaglia di Kamdesh (nel Nuristan, Afghanistan Nord/Est), che si è svolta il 3 ottobre 2009, costando la vita a centinaia di talebani (si dice dai 300 ai 500) e a 8 soldati americani sui 54 di stanza, oltre a numerosi feriti.

L'avamposto, che doveva contrastare il traffico di armi dal Pakistan, era stato follemente costruito nel fondo di una piccola valle, come un catino naturale completamente circondato dalle creste montuose della catena dell' Hindu Kush, in una posizione dalla difesa impossibile nel caso di ogni genere di attacco, difficile da raggiungere e da lasciare via terra, tanto che i soldati erano quotidianamente oggetto di brevi sparatorie dall'alto.

Chiamati a servire in queste condizioni assurde, venivano anche costretti a compiere missioni in cui il rischio mortale superava di gran lunga lo scopo finale, in una situazione così assurda da ricordare Comma 22; peccato solo che non ci fosse niente da ridere.

Impossibile fraternizzare coi locali, divisi fra chi neanche li distingueva dai russi degli anni '80, fra chi li odiava e basta, vedendoli come gli invasori che in fondo erano, e i veri e propri combattenti islamici. Intanto i locali anziani fingono, in fondo vogliono solo i soldi promessi per stare buoni e controllare i più giovani, e, nella narrazione del film, sono sleali e infidi.

Nel campo i Comandanti si avvicendano, tanto che nel momento topico non ce ne sarà nessuno e a un terrorizzato tenente toccherà prendere il comando, sostenuto dai soliti insostituibili sergenti.

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Scott Eastwood e il suo gruppo di compagni, carne da macello.

Medaglie a pioggia sono cadute su morti e sopravvissuti, mentre altri avamposti difficilmente difendibili come il Campo Keating sono stati fortunatamente chiusi. Come consolazione, l'unità Bravo Troop 3-61 è diventata quella più decorata della guerra in Afghanistan. Come si usa nei film tratti da storie vere, sui titoli di coda si possono vedere le facce dei protagonisti e ascoltare alcune loro brevi interviste.

The Outpost è un film corale ma fra le molte facce spicca Scott Eastwood, qui migliore che nelle commedie sentimentali che ha spesso interpretato, e si fa notare Caleb Landry Jones, da tempo molto promettente. Nel cast del film troviamo anche Orlando Bloom e altri attori meno noti, Jack Kesy, Milo Gibson, Jacob Scipio, Taylor John Smith, Chris Born.

Nel film diretto nel 2019 da Rod Lurie (autore di diverse regie di serie TV oltre che del remake di Cane di paglia), la prima delle due ore scorre prevedibilmente, cercando di illustrare l'ambiente e di fare veloci ritratti dei vari personaggi e dei loro rapporti.

Fra una sparatoria e l'altra i sodati fanno quello che fanno i militari nei film di guerra: bevono, fumano, chiacchierano (i soliti siparietti con tantissimi fuck e motherfucker), si sfottono e provocano e si sottopongono pure a waterboarding per divertirsi, aspettando passivamente una prevista apocalisse. Che puntuale si presenterà riuscendo a coglierli pure impreparati e con insufficienti mezzi di difesa.

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Caleb Landry Jones, un'ottima performance in un ruolo già visto.

La seconda ora scorre sull'attacco, di devastante potenza e coinvolgente durezza, ben girato e adeguatamente ansiogeno. Nonostante la presenza come sceneggiatore di Paul Tamsy (The Fighter, Boston-Caccia all'uomo, L'ultima tempesta), insieme a Eric Johnson, giù con lui in alcuni di questi film, dov'è allora che il film non funziona?

The Outpost, mentre vuole essere un film che esalta il coraggio dei soldati che vanno fino in fondo nel compiere il proprio dovere, in parallelo mostra con chiarezza le assurde decisioni delle alte sfere, che evidentemente della reale situazione del territorio non sapevano nulla o se ne infischiavano, ma non lo fa con sufficiente chiarezza.

Questo probabilmente per focalizzarsi sull'eroismo dei singoli, che anche in situazioni assolutamente negative, reagiscono ugualmente con coraggio incredibile, per salvare se stessi e i propri compagni. In questo modo però la quasi indifferenza con cui aspettano l'inevitabile irrita e mina la credibilità dell'insieme.

Quanto alla generale insensatezza di quel conflitto e di tutta la situazione particolare di questa tragica storia vera, rimandiamo a quanto già dicevamo per il film del 2018, 12 Soldiers, con Chris Hemsworth. The Outpost non è Black Hawk Down, non è Lone Ranger e nemmeno 13 Hours, è solo un convinto omaggio a dei bravi soldati che non si interrogano, non hanno dubbi, abituati a "obbedir tacendo e tacendo morir". È il solito "bunch of friends" con tutto lo strascico dell'inevitabile retorica e lo scontro di culture, "no man left behind" e così via.

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Americani troppo lontani da casa...

Come per i film sopra citati, non ha senso risalire alle radici del peccato originale: gli americani sono lì e devono salvare e salvarsi. Il resto è letteratura. Può sembrare un film di guerra come se ne facevano una volta, quando non ci si interrogava troppo e i buoni erano buoni e basta (americani in generale) e la ragione stava granitica solo da una parte (la nostra).

Bei tempi. Oggi si è molto più critici e ci si infastidisce del manicheismo, della semplificazione di situazioni molto più complesse. Il patriottismo oggi va bene solo per casa propria, forse.

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