A Classic Horror Story - recensione

Un horror davvero originale.

Ci sono tanti posti dove nessuno ti sentirà urlare. Uno potrebbe essere la Calabria, perché no? Specie se siamo su una strada che si perde in mezzo alle impenetrabili foreste dell'Aspromonte.

Quattro ragazzi più un tizio scorbutico più adulto, si ritrovano insieme su un camper per un tragitto in carpooling (servizio stile Bla Bla Car). Il mezzo è guidato da un proprietario/driver che ispira poca fiducia (addicted dei social, ha pure un apparecchio acustico). Mentre velocemente si tratteggiano le varie personalità e già serpeggia qualche fastidio reciproco, nel solito gioco delle psicologie contrapposte, per un incidente sospetto finiscono fuori strada e si risvegliano in una landa isolata/desolata (e non c'è capo, figurarsi), in cui campeggia un'inquietante casetta/chiesetta di legno.

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Per sconfiggere il nemico devi diventare come lui.

Il luogo sembra stregato, una bolla misteriosa in mezzo al bosco, in cui si ergono segnali di barbarico folklore a fermare qualche loro poco convinto tentativo di fuga. Bloccati là, aspettano, cosa mai potrà succedere? Avrà inizio la crudelissima mattanza, perché a far morire uno senza prima farlo soffrire, che gusto c'è? I mostri sadici e deformi non abitano solo i boschi isolati e i loro moventi sono infiniti.

A Classic Horror Story è un'insolita produzione italiana, insolita perché l'horror sembra essere un genere al di fuori delle nostre corde, se escludiamo i goticheggianti maestri degli anni '70/80. Insolita ma riuscitissima produzione perché le mille, plateali, riconoscibili citazioni da numerosi film horror americani sono tutti sfruttate per arrivare a una conclusione non così ovvia. In questo senso non bisogna perdersi la scena sui titoli di coda, che si fa allegramente beffe di tanti dei luoghi comuni che verranno in mente guardando il film, chiudendo un cerchio che sfrutta la dichiarata (scontata) citazione precedente in modo brillante.

A Classic Horror Story cita molto quindi, ma in questo percorso narrativo originale (e spiritoso), ricrea alcuni disturbanti momenti, con un bizzarro e inatteso inserimento del nostrano folklore. Nel film, girato fra location pugliesi e laziali, si cita infatti la leggenda di Osso, Mastrosso e Carcagnosso, i tre fratelli spagnoli che anche Roberto Saviano nomina nel suo racconto sulla genesi di Mafia, 'Ndrangheta e Camorra, inserendoli fra echi di The Wicker Man e Midsommar, oltre ai numerosi titoli di horror/torture porn che si sono succeduti negli anni, rincarando la dose da Non aprite quella porta in poi.

Nel cast si riconosce Matilda Luz, già eroina nell'horror Revenge, qui davvero lodevole, gli altri sono facce meno note. Compare nel finale Cristina Donadio, la Scianel di Gomorra, sempre inquietante. Ottima la colonna sonora di Massimiliano Mechelli, musica che si fa rumore, mai per ottenere un banale jumpscare ma per inquietare, trasmettere un senso di minaccia incombente, sullo stesso livello la fotografia, impeccabili i sanguinolenti effetti speciali, perché il film è assai splatter e non proprio da prima serata in famiglia. Al film dobbiamo anche il recupero della deliziosa filastrocca di Sergio Endrigo La casa e, all'inizio e alla fine, della sempre meravigliosa Il cielo in una stanza di Gino Paoli.

In presenza di un film come questo, si deve constatare che se una storia è scritta e diretta bene, le generalizzazioni sono sempre sbagliate. Non è che noi "italiani" non sappiamo fare film di questo genere, ci vuole uno capace, non importa la nazionalità. E l'italianissimo Roberto De Feo lo è, qui insieme a Paolo Strippoli per la regia, e autore della storia. De Feo aveva già dato buona prova nel genere con il film The Nest - Il nido del 2019 e con questo nuovo lavoro lascia ben sperare, in qualunque genere si volesse cimentare in futuro. Il film è disponibile su Netflix.

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