Beckett - recensione

Fughe, complotti, attentati, la vacanza in Grecia che non ti aspetti.

Da Frantic a Hosel e Turistas, si è capito che agli americani in vacanza fuori casa può succedere di tutto (così come per i cittadini che si avventurino in remote località agresti). Sembrerebbero strategie di marketing per tenere i cittadini a casa loro. Il punto focale del film Beckett, dal 13 agosto su Netflix, si condensa nel famoso "essere nel momento sbagliato nel posto sbagliato".

Che è quello che capita a Beckett e April, due giovani innamorati americani, due trentenni semplici, felici come bambini, sempre pronti a ridere di ogni scemenza, incantati dalla loro relazione. Chiusi su se stessi, sono indifferenti a quanto sta avvenendo nel paese in cui si trovano, la millenaria Grecia culla di civiltà, percorsa da movimenti di protesta e manifestazioni violente contro le misure di austerità imposte (siamo nel 2015), le cui immagini scorrono sugli schermi delle tv.

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La felicità un attimo prima della sua fine.

Per evitare tutto quel trambusto, i due lasciano la metropoli e si avventurano in una zona archeologica fuori da grandi flussi turistici. Mentre visitano varie rovine, i due si divertono a inventare fantasiose trame sugli altri turisti, senza immaginare che la più assurda sarà quella che capiterà a loro. A causa di un'uscita di strada, mentre Beckett sta guidando, finiscono in un contesto in cui la loro presenza non era contemplata e avviene una tragedia.

Beckett è devastato dai sensi di colpa, rallentato dai farmaci e subito dopo il suo risveglio in un ospedale, viene preso di mira proprio da coloro che dovrebbero essere lì a proteggerlo. Istintivamente, anche se stava meditando propositi suicidi, inizia una fuga che dovrebbe portarlo verso la sua ancora di salvezza, l'ambasciata americana ad Atene. Fuga lunga, faticosa, avventurosa, braccato dai misteriosi killer, aggravata dallo straniamento di non capire la lingua locale, durante la quale rischia più volte la vita.

Gradualmente Beckett perde la sua certezza di essere quasi intoccabile, sempre protetto in quanto cittadino americano, guardato anche con sospetto come uno dei tanti immigrati che come un fiume scorrono lungo il paese per arrivare in Europa, spiccando dovunque come la proverbiale mosca bianca, lui nero in sperduti paesini della Grecia poco turistica. Diremo che nella faccenda sono coinvolti gruppi dell'estrema destra, appoggiati come sempre dalla Polizia, nel clima arroventato delle proteste del 2015 (che è l'anno in cui è stato realizzato il film), con il potere che ripropone le ben note strategie della tensione, i complotti e le falsità orchestrate che vanno bene per tutte le stagioni e tutte le nazioni.

A ogni passo che farà, a ogni errore che commetterà, Beckett imparerà qualcosa, da vero americano all'oscuro della storia dei paesi stranieri (ammesso che sappia la sua) e anche quando potrà dare la sua versione dei fatti non sarà tanto convincente e per di più sarà incredibilmente ingenuo. Dai tempi del regime dei Colonnelli, ci possiamo infatti fidare del Governo americano e dei suoi giochi proprio in Grecia?

Il film si chiude con un finale un po' sopra le righe, rispetto ai toni precedenti, in cui troppe coincidenze si sommano e Beckett compie un'azione decisamente fuori dalla sua linea di condotta abituale. Però quando si tira troppo la corda anche il più mite dei cittadini può far uscire il Sylvester Stallone che dorme dentro di lui.

Servirà tutto questo al giovane uomo per riscattarsi ai suoi stessi occhi? Perché Beckett è sì un film d'azione, ma con uno sguardo morale. Non ci sono fughe rocambolesche, corpo a corpo professionali, astute strategie, Beckett è una storia di gente normale che cerca di far fronte a situazioni fuori dalla norma. Ma è anche la storia di un'assunzione di responsabilità, di un onesto riconoscimento dei propri errori, le cui conseguenze vanno riconosciute e accettate. E anche espiate, facendo "la cosa giusta".

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Quando buttarsi da uno strapiombo è l'unica soluzione.

La Grecia si è rivelata uno scenario perfetto per mostrare le conseguenze del capitalismo selvaggio dopo la crisi del 2015 e la crescita di consensi per la destra più estrema (come se la dittatura militare degli anni '60/70 non avesse insegnato niente) e, come non bastasse, i problemi sono aggravati dal transito degli immigrati. Eppure l'approccio amichevole della popolazione, nonostante tutto, non viene mai a mancare.

Il protagonista è John David Washington, che qui non era ancora noto per i film BlacKkKlansman, Tenet e Malcolm & Marie, che smorza la sua fisicità per concentrarsi sui rovelli interiori, mentre è costretto a intraprendere il faticoso percorso per diventare quell'eroe non ha mai pensato di dover essere. Alicia Vikander è la sua amata, Vicky Krieps (appena vista in Old) è una coraggiosa attivista. Boyd Holbrook (Narcos, Logan) è l'addetto dell'ambasciata con cui Beckett avrà a che fare. Belle musiche di Ryuichi Sakamoto.

Scrive e dirige Ferdinando Cito Filomarino classe 1986, milanese pronipote di Luchino Visconti, per anni a fianco di Luca Guadagnino nella vita professionale e privata. Dopo il suo precedente film, Antonia, sulla poetessa Antonia Pozzi, stupisce con questo dignitoso film d'azione, che si rifà a tanto cinema di genere e ricorda tanti titoli complottisti degli anni '70, anche più politicizzato di quanto ci si potrebbe aspettare, nella sua sfiducia nei confronti dei vertici del Potere, riconoscibilmente europeo.

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