Dune - recensione

Il futuro sta arrivando e gronda sangue.

In una galassia lontana lontana un Imperatore domina su tutti i pianeti, ciascuno dei quali è governato da un casato. A turno però concede lo sfruttamento di uno dei pianeti, Arrakis, detto Dune per la sua natura desertica.

Un tempo doveva essere risanato, reso verde e abitabile. Ma le sue sabbie producono il Melange, la "spezia", una sostanza preziosissima che aumenta le capacità cerebrali, esalta lo stato fisico e consente di affrontare i viaggi interstellari.

Per questo motivo Dune è diventato un luogo di puro sfruttamento di una sostanza che ha un grandissimo valore commerciale e della vita degli indigeni Fremen non importa a nessuno.

Dopo il dominio dei brutali Harkonnen, che hanno inflitto alla locale popolazione grandissime sofferenze, ora è tempo che subentri il casato dell'illuminato Re Leto Atreides, padre del giovane Paul. Che non può sapere che questo cambiamento sarà per lui la chiamata del Destino.

Perché il ragazzo è speciale, figlio del grande amore fra un re potente e giusto e una donna che non avrebbe dovuto amarlo, una ex Bene Gesserit, specie di vestale dotata di poteri magici, la cui scelta era stata considerata dalle consorelle un tradimento. Sembra un naturale avvicendamento, ma come fidarsi dei perfidi Harkonnen? E l'Imperatore non avrà anche lui le sue mire?

La trama sarà ben nota a chi abbia letto il famoso romanzo scritto nel 1965 da Frank Herbert, primo del ciclo Dune, composto da altri cinque romanzi (ma ci sono anche due trilogie scritte dopo la sua morte dal figlio, insieme a Kevin J. Anderson).

Sarà anche più nota a chi abbia visto il film del 1984 diretto da un David Lynch, già assai apprezzato dopo film come Eraserhead e The Elephant Man ma non ancora abbastanza potente da imporre un suo Director's Cut, per cui il suo Dune era stato pesantemente rimaneggiato dal "padrino" Dino De Laurentiis.

Ciò nonostante, è rimasto un film di culto, pur maltrattato dalla critica e non gratificato da grandi incassi, nonostante effetti speciali non all'altezza (a parte i mitici "vermoni" di Carlo Rambaldi). Anche Alejandro Jodorowsky aveva iniziato a occuparsi del progetto e il suo tentativo abortito è visibile sotto forma di documentario, distribuito in questi giorni nei cinema, per sfruttare il traino del film di Villeneuve (non rilevanti le due miniserie Dune - Il destino dell'Universo nel 2000 e I figli di Dune nel 2003).

Ottima la scelta di tutti gli attori. A sorpresa si rivela scelta vincente quella di Timothée Chalamet, che è stato un gracile ragazzo in Chiamami col tuo nome di Luca Guadagnino, nonché un giovanissimo alter ego di Woody Allen in Un giorno di pioggia a New York, che qui dimostra un'intensità e un carisma sorprendente.

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Un figlio e sua madre, soli contro tutti.

Bene anche Rebecca Ferguson, attrice già vista e apprezzata ma non ancora notissima alle masse, che è la madre. Non stona affatto un divo pop come Jason Momoa nel ruolo del più fidato amico di Paul. Splendido come sempre Oscar Isaac che è il padre. E poi Josh Brolin, un valoroso Generale, Stellan Skarsgård quasi irriconoscibile sotto il trucco del mostruoso Barone, Dave Bautista, lo spietato nipote, e Javier Bardem, che fa il capo dei Fremen.

Compare anche un'icona come Charlotte Rampling nella parte della sacerdotessa delle Bene Gesserit, le "streghe" di corte. Protagonista delle visioni di Paul è Zendaya, personaggio che nel prossimo film avrà molto più spazio. Come non citare poi le musiche di Hans Zimmer, molto funzionali, a tratti mediorientaleggianti, prive di un tema indimenticabile ma coinvolgenti nelle angoscianti scene di morte e distruzione.

Ma qual è la nuova visione, cosa di diverso ci racconta Denis Villeneuve? Lui, regista che ha realizzato La donna che canta e due nerissimi film come Sicario e Prisoners, e notevoli film di quella fantascienza come Arrival e Blade Runner 2049?

Villeneuve cerca di rimettere le cose a posto con una sceneggiatura scritta da lui stesso, oltre che da Eric Roth, uomo dai molti successi (Forrest Gump, L'uomo che sussurrava ai cavalli, Alì, Insider, Benjamin Button, A Star Is Born) e Jon Spaihts (Prometheus e Prisoners). Perché davvero la versione di Lynch, se allora lasciava insoddisfatti, oggi proprio sembra un fumetto dai colori chiassosi, come un Flash Gordon che si prende troppo sul serio.

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Un nobile re e il suo valoroso generale.

Villeneuve la sua visione ce la trasmette assai bene, restando fedele al libro (e alla versione di Lynch) per tre quarti della storia, dilatando invece la parte conclusiva, che rispetto al film dell'84 altrettanto conclusiva non è. Infatti, prima di accingersi alla visione è bene sapere che si tratta di una prima parte, in attesa di un seguito. Perché la materia era corposa e meritevole di un trattamento che facesse giustizia dei molti tagli apportati dalla sceneggiatura del film precedente.

La costruzione dei personaggi è approfondita, i loro legami ben articolati, la messa in scena è splendida, del tutto in linea con lo stile del regista e con il gusto attuale, di sobria spettacolarità, di grande eleganza formale (da nominare il direttore della fotografia, Greig Fraser), volta a ricreare un mondo che di futuro fantascientifico non ha molto, a parte le astronavi (e tutta la parte dedicata ai Fremen potrebbe essere ambientata nell'Afghanistan di oggi).

Se l'unica cosa ancora valida del film di Lynch restano le creazioni di Rambaldi, qui invece i giganteschi vermi passano quasi in secondo piano, enormi bocche circolari che si aprono nella sabbia, irte di denti simili a lame aguzze. Ma anche loro nel prossimo film avranno più spazio.

Dune esce nelle sale con un anno di ritardo, anche in formato Imax, con l'audio in Dolby Atmos per la gioia delle nostre orecchie. E non potrebbe essere diversamente perché non è immaginabile nemmeno pensare di guardare un film come questo in dimensioni più ridotte.

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L'alleanza con i Fremen, guerriglieri del deserto.

Se, parafrasando la famosa frase, il fine ultimo dello spettacolo è la meraviglia, Dune è uno spettacolo per gli occhi e la mente, ma anche per il cuore. Perché al di là delle tematiche ecologiste e anche politiche sottointese (la colonizzazione, lo sfruttamento delle risorse altrui per puro arricchimento), il film restituisce alla storia una sua drammaticità che è inevitabile definire shakespeariana.

C'è un re con la sua amata regina e c'è un pallido principe ereditario, e ci sono cortigiani e streghe, e complotti e tradimenti, efferatezze e sofferenze. La giustizia trionferà? Lo sapremo solo se uscirà il secondo film e, per curiosità e per amore del cinema, ci poniamo in fiduciosa attesa.

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