A pranzo da David Cage

Emozioni e sentimenti in Heavy Rain, e altro ancora.

Ci sono interviste che fin dall’inizio si capisce che avranno un’impostazione canonica, perché chi si ha di fronte non ha altro da dire se non dei poligoni mossi dal proprio engine o del numero di armi a disposizione del giocatore.

Altre volte, invece, si ha a che fare con persone in cui si scorge quella scintilla che fa capire che l’intervista, ma sarebbe meglio dire la conversazione, prenderà delle pieghe inaspettate, e che a ogni domanda seguirà una risposta che a sua volta conterrà lo spunto per una nuova domanda, e così via in un circolo virtuoso che potrebbe durare per ore.

Sono sensazioni che mi è capitato di provare con Peter Molyneux e David Perry, oltre che con quella meteora del videoludo di nome Demis Hassabis (chi mi conosce sa che il ragazzo è un mio vecchio pallino). In questo ristretto e personalissimo novero includo anche David Cage, geniale game designer e musicista francese nonché fondatore e CEO di Quantic Dream, che sebbene non goda a livello internazionale della stima del padre padrone di Lionhead, ha innegabilmente e da sempre cercato di spingere un po’ più in là i confini espressivi dei videogame, di alzare ogni volta di qualche centimetro l’asticella delle ambizioni.

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La parabola discendente di Ethan Mars dopo la morte del figlio lo porterà a dubitare della sua stessa salute mentale.

A dire il vero i suoi giochi, Omikron: The Nomad Soul e Fahrenheit, non sono stati dei capolavori a tutto tondo, né dei blockbuster quanto a vendite. Questo però non gli ha mai impedito di insistere con ostinazione su un sentiero che lo ha portato all’attesissimo Heavy Rain, ormai prossimo all’uscita, che potrebbe rappresentare per lui la consacrazione definitiva così come l’esatto opposto.

Lo conosco da un bel po’ di anni, da quando andai a trovarlo in quel di Parigi per vedere gli uffici di Quantic Dream e l’allora fiammante studio di motion capture, dove provai l’ebbrezza (per l’epoca) di farmi ‘mockappare’. Da allora, attraverso alti e bassi, tutte le volte che l’ho incrociato ho sempre visto in lui la stessa determinazione, la stessa luce negli occhi.

È stato quindi con piacere che l’ho incontrato nuovamente in occasione del lancio di Heavy Rain: peccato solo non avere avuto abbastanza tempo per fargli tutte le domande che mi ero preparato. Ma con me finisce sempre così…

David Cage: Ciao Stefano, è un po’ che non ci vediamo!

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Quando impersonerete Scott Schelby, state attenti a come vi rivolgete a questa donna o non otterrete alcuna risposta.

Eurogamer: Ciao David! In effetti, tolta qualche volta che ci siamo visti di sfuggita all’E3 o a Lipsia, è da un po’ che non ci facciamo quattro chiacchiere. Tutto bene?

David Cage: Molto bene, grazie. In questi giorni hanno iniziato a uscire le prime recensioni di Heavy Rain su alcune riviste e i voti sono tutti molto buoni.

Eurogamer: Molti 9, se non vado errato..

David Cage: Sì, ma ci sono altre testate che devono ancora uscire, e i cui nomi preferisco non rendere pubblici, con voti uguali se non superiori. È bello vedere che gli sforzi profusi in questo gioco negli ultimi anni stanno dando i loro frutti. Ed è bello vedere che stiamo riuscendo a trasmettere i nostri sentimenti e le nostre sensazioni attraverso un videogame, che stiamo mantenendo ciò che abbiamo promesso.

Eurogamer: Ecco parliamo proprio di emozioni… Sono papà di una bambina di quasi un anno e mezzo, e ovviamente la sequenza nella quale uno dei protagonisti perde un figlio ha avuto per me una valenza particolare. Questa sensazione, però, la può provare solo chi abbia dei figli, io stesso fino a qualche anno fa non l’avrei compresa pienamente. Non hai paura di stare rivolgendo il tuo gioco a una fascia di persone a cavallo tra i trenta e i quarant’anni che però, demograficamente parlando, è meno popolosa di quella dei teenager?

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Riguardo l'autore

Stefano Silvestri

Stefano Silvestri

Editor in Chief, EG.it

Il suo passato è costellato di tutto ciò che è stato giocabile negli ultimi 30 anni. Dal ’95 a oggi riesce a fare della sua passione un mestiere, non senza una grande ostinazione e un pizzico di incoscienza.

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