I Molti Santi del New Jersey Recensione: La normalitÓ del Male

La Famiglia uccide pi¨ dei nemici.

Ovvero, I Soprano: le origini. Nel 1999 aveva fatto irruzione sui piccoli schermi (ancora a tubo catodico) un prodotto arrivato in Italia nel 2001 e per il quale la televisione italiana non era ancora pronta.

Acquistata da Mediaset, la serie era stata programmata su Canale 5, che la mandava in onda a notte fonda, con spostamenti del giorno di messa in onda e ritardi epocali sull'orario previsto (sempre a notte inoltrata). Eppure, diventò immediatamente di culto per un folto gruppo di estimatori.

Sono state sei stagioni e cinque Golden Globe per una serie divenuta punto di riferimento per il futuro, spartiacque che divise il mondo delle serie tv fra un prima e un dopo I Soprano. Scritta da David Chase, era un vero e proprio studio antropologico sulla malavita italoamericana organizzata, ispirata da Quei bravi ragazzi di Scorsese (1990), con ripetuti omaggi al Padrino di Coppola, di estrema finezza nella sua indagine psicologica, storica, sociale, attraverso il suo protagonista Tony Soprano, indiscusso capo della criminalità organizzata del New Jersey, interpretato da James Gandolfini in quello che è stato il ruolo della vita.

Ma come era stata la giovinezza di Tony? Cosa lo aveva portato da adulto a finire sul lettino di una psicanalista, a causa di attacchi di panico e depressione?

Polvere siamo e polvere ritorneremo, sembra suggerire l'incipit di I Molti Santi del New Jersey, che arriva adesso sui grandi schermi, prodotta da Warner e HBO. Come in Spoon River le tombe di un cimitero raccontano le loro storie, così lo fa anche quella di Christopher Moltisanti, l'amatissimo nipote di Tony, che nella serie era interpretato da Michael Imperioli.

E sua è la voce narrante che ci porta nelle varie fasi della vita di Tony e nelle vite di tutto la sua famiglia e della Famiglia mafiosa in generale. Il personaggio principale è Dickie Moltisanti (Alessandro Nivola), padre di Christopher, zio prediletto di Tony, da lui ben più amato del brutale e ottuso padre (Jon Bernthal) e della terribile madre Livia. Nel corso della narrazione entrano in scena molti dei personaggi che avevamo conosciuto nella serie da adulti o vecchi, alcuni "soldati" come Silvio e Paulie, e lo zio Junior.

Siamo nel 1967 a Newark, New Jersey, marchiata a fuoco dalla "lunga estate calda", 159 rivolte razziali in diverse città degli Stati Uniti, saccheggi e distruzione, morti e feriti, milioni di dollari di danni (rivolta rappresentata da Philip Roth nel suo American Pastoral). Sullo sfondo, ancora e sempre la guerra del Vietnam, argomento ineludibile se si parla di quegli anni.

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Un boss, una pupa, un erede?

Gli italoamericani esercitano il loro controllo su ogni attività criminale e su ogni etnia, ma gli afroamericani stanno iniziando a mordere il freno. Si tratta di due minoranze rispetto ai Wasp, in cerca del loro spazio vitale che si poteva conquistare attraverso lo sfruttamento dei soliti peccati capitali, prostituzione, droga, rapine, taglieggiamenti.

Dickie è la figura paterna che Tony non ha mai avuto e sembra un uomo più civilizzato del resto dei suoi compari. Ma a certe derive è impossibile sottrarsi, è impensabile non restare contagiati. Così anche Tony, ragazzino e poi adolescente sovrappeso, sempre respinto da chi avrebbe voluto che lo amasse, guarda, impara e non riesce a trovare una strada fuori dall'ambiente. Intanto alle vicende di malavita, si intrecciano gli affari personali, sentimentali, dei personaggi, tutti però tragicamente collegati. Come la serie, anche questo film si chiude in modo che definiremmo shakespeariano.

La storia è nuovamente scritta da David Chase, qui ancora una volta insieme a Lawrence Konner; il titolo originale era The Many Saints of Newark. È da vedere tassativamente in originale per gli accenti italoamericani che nel doppiaggio diventano il solito siculo/broccolinese. Ruolo della vita anche per Michael Gandolfini, già visto in The Deuce, figlio dell'attore James, morto a 51 anni in un hotel a Roma. Dal padre ha ereditato una fisicità che può farsi minacciosa, un'espressività laconica. Possiamo immaginare la sua emozione nell'interpretare questo personaggio.

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Tony Soprano/Michael Gandolfini e l'amato zio Dickie, Alessandro Nivola.

Alessandro Nivola è lo zio bello, che sembra diverso. Ray Liotta si divide in due ruoli, il padre di Dickie, un vero bruto disgustoso, e il fratello in cerca di redenzione in carcere. Il resto è un lavoro di casting eccezionale, per l'aderenza degli attori scelti. Alcuni sono famosi: Vera Farmiga è la madre, Corey Stoll lo zio Junior. Poi troviamo Billy Magnussen (appena visto in No Time to Die) in versione mora a fare un Paulie con la sua già maniacale cura per il look, e Joe Magaro, che è Silvio precocemente con orrido toupet (nella serie era Steven Van Zandt, chitarrista di Springsteen).

Dirige Alan Taylor, esperto di serie TV fra cui proprio Sopranos, con una curata ricostruzione d'epoca, scena d'azione secche e realistiche e una tortura da far chiudere gli occhi. Mai scontata la selezione delle canzoni, dall'immancabile Frank ai Rolling, a Dionne Warwick e Gil Scott-Heron.

Il film, che ha avuto l'uscita rimandata dalla pandemia, è apprezzabile da qualunque pubblico ma provocherà sobbalzi di gioia agli appassionati della serie TV, che ritroveranno tanti amati personaggi (e un tema musicale amatissimo).

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Gruppo di famiglia, in un interno.

Dalla fine di certe serie non ci si riprende mai e I Molti Santi del New Jersey si aggiunge al lungo elenco di film che ci hanno raccontato l'ambiente mafioso, con una valida costruzione di personaggi e ambiente. Anche se non dice niente di nuovo in generale, trae motivo di interesse dal suo essere il prequel di una serie TV storica, che ha sfornato una serie di personaggi memorabili, e dal mostrare come un ragazzo di quell'ambiente, grassottello, innocuo, bisognoso di affetto e conferme, diventerà uno dei più amati "cattivi" della storia, "born under a bad sign", come dice lo storico tema della serie, Woke Up This Morning.

E che dovrà imparare la verità della frase pronunciata da Salvatore Moltisanti: "Il dolore arriva dal perseguire uno scopo, qualunque esso sia".

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