JETT: The Far Shore - recensione

Un'opera sci-fi fra scienza e spiritualità.

Immaginate di sedervi a cena, sintonizzarvi sul telegiornale e venire a conoscenza di una missione interstellare alla volta di un pianeta sconosciuto alla quale, oltre ai classici astronauti, prenderà parte anche una guida religiosa. Vi sembrerebbe inammissibile, giusto? Una notizia del genere scatenerebbe un polverone senza pari nella moderna comunità internazionale.

Provate però a immaginare anche un mondo nel quale un bel giorno, fra lo stupore collettivo, gli accademici sono riusciti a individuare l'evidenza scientifica dell'esistenza del divino, provando in modo inequivocabile e più che mai concreto la veridicità dei contenuti di una qualsiasi scrittura religiosa. Beh, a quel punto il "dialogo impossibile" fra scienza e religione non sarebbe più impossibile, e diverrebbe anzi un'assoluta necessità capace di stravolgere qualunque sistema sociale.

Questo è il mondo in cui è cresciuta Mei, la protagonista di JETT: The Far Shore, una anacoreta la cui vita è stata interamente votata alla sfera spirituale. La dottrina è quella di Tsosi, profeta venerabile che in passato mise per iscritto in una raccolta di Saghe le sue visioni relative all'Onda Maestra, entità divina che avrebbe guidato l'umanità verso la terra promessa, un "santuario frondoso sulla sponda più lontana delle stelle".

Fin qui niente di strano, non fosse per il fatto che la comunità scientifica ha successivamente individuato il segnale radio emesso dall'Onda Maestra intento a vagare nell'universo, per poi localizzare un pianeta perfettamente corrispondente alle descrizioni presenti nelle Saghe. Un evento, questo, che ha indissolubilmente intrecciato il mondo della scienza con la sfera spirituale, spingendo l'umanità intera a lavorare verso un unico scopo comune: realizzare empiricamente le profezie emerse dalle sacre scritture.

Lasciandosi alle spalle la famiglia, i legami, i sogni di una vita normale, l'anacoreta Mei e gli altri Scout selezionati, ciascuno dal background differente, sono costretti ad abbandonare al suo destino un pianeta natale pesantemente post-industrializzato e ormai tenuto sotto scacco da un misterioso evento apocalittico, portandosi a bordo di una navicella spaziale le preghiere e le speranze dell'intera specie.

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La commistione fra fantascienza e religione è la base di JETT.

Sono queste le fondamenta da cui spicca il volo JETT: The Far Shore, una lirica sci-fi che vive della mescolanza fra misticismo e scienza, due rette parallele che s'intrecciano lungo il maestoso fondale dello spazio profondo. Un'opera forte nelle immagini, a dir poco devastante nei suoni, profonda in alcuni messaggi, ma altrettanto profondamente segnata da un sentimento che fa male riscontrare nell'orbita dello sviluppo di videogiochi: la paura.

Perché JETT: The Far Shore ci prova in tutti i modi, tenta con tutte le sue forze di risultare un videogioco "normale", ma è più che mai evidente che quella non sia la sua reale natura. Una crisi d'identità, questa, che porta la parabola a diventare discendente, condannando una grande storia a spegnersi lentamente sotto le stelle di un cielo sconosciuto.

Mei e gli Scout decollano omaggiati da una folla in religioso silenzio. Da quel fatidico momento trascorrono mille anni durante i quali, grazie a una sorta di stasi criogenica, l'equipaggio conduce la nave madre nell'orbita della Sponda Lontana, ovvero il pianeta che ospita il misterioso segnale dell'Onda Maestra. Con il resto della specie ormai estinta, il gruppo di esploratori sale a bordo di tre navicelle JETT per gettarsi fra gli tsunami della superficie oceanica in cerca di Tor, il mitologico monte che dovrebbe ospitare la "divinità".

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L'opera sembra avere una natura contemplativa, ma purtroppo svela un gameplay tradizionale.

È allora che il videogioco di Superbrothers e Pine Scented Software alza il sipario sul suo gameplay dalla duplice natura: da una parte bisogna navigare, combattere e sopravvivere a bordo del piccolo shuttle JETT, vivendo una seconda vita sulle ali del vento, confrontandosi con una struttura atmosferica e morfologica ostile, con la spietata catena alimentare del luogo e soprattutto con i misteri del nuovo sistema stellare.

Dall'altra, invece, bisogna interagire con ogni singolo membro della spedizione e resistere fino allo stremo per portare a termine le quattro direttive di Jao, la sovrintendente del progetto che orbita attorno al pianeta mantenendo in sicurezza le prossime generazioni di esseri umani. In soldoni ciò significa adempiere tutte le profezie di Tsosi, tramutando la sponda lontana in una terra promessa da poter finalmente chiamare casa.

La maggior parte del tempo sulla Sponda Lontana si trascorre a bordo del JETT assegnato a Mei, che diventa come una seconda pelle essendo il principale strumento d'interazione con il mondo sconosciuto. Le traversate costituiscono la spina dorsale dell'esperienza, e s'impara presto a godersi ciascun volo radente in mezzo alla spuma dell'oceano in tempesta, padroneggiando gli avvitamenti, i balzi, le "derapate" e tutte le manovre che uno Scout professionista dovrebbe far proprie il prima possibile.

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Alle traversate e alle interazioni si intervallano tutti i rapporti con gli altri membri della missione.

Dopodiché esiste tutto un sottobosco di meccaniche che governano ciascuna interazione con il mondo di gioco, e che facendo affidamento sullo scanner e sul rampino integrati nel JETT tentano di abbozzare un timido sistema d'azione e di combattimento. È lì che iniziano i problemi, perché i sistemi del JETT sono tanto validi quando si tratta di spostamenti quanto traballanti quando si tenta di fare qualsiasi altra cosa, ad esempio di mettere fuori gioco una creatura aliena o più semplicemente liberare un sentiero ostruito.

Ed è così che entra in scena la crisi d'identità di cui abbiamo parlato in precedenza: JETT: The Far Shore profuma, si presenta e si comporta come un'opera fortemente contemplativa, votata a comunicare con grande rispetto quella che dev'essere la pura esplorazione interstellare - non a caso ricorda molto il film Interstellar - poi accade che si perde nel tentativo di mettere in scena un videogioco tradizionale fatto di enigmi, combattimenti e interazioni che non riescono assolutamente a tenere il passo con la straordinaria ispirazione artistica.

Perché JETT: The Far Shore scaturisce da un soggetto a dir poco brillante, può contare su una concept art superlativa, per non parlare della colonna sonora da antologia, elementi che sfortunatamente finiscono per mettere in ombra tutto il resto. Neppure la narrativa si salva completamente dall'eclissi, perché i mille e più interrogativi che emergono durante l'avventura si devono scontrare con un finale sì intimo, ma che non riesce ad esprimere al meglio la carica di significati del progetto.

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Le fasi di viaggio a bordo del JETT, che diventa una seconda pelle, sono molto affascinanti.

Diviso in quattro atti che, complessivamente, raggiungono una durata di circa una decina di ore, JETT: The Far Shore è dunque spaccato a metà fra componenti di scoperta e di traversing ben caratterizzate e fortemente valorizzate dai comparti artistico e sonoro - tanto che poteva inizialmente apparire come un novello Death Stranding - e un'onnipresente lato action molto meno sicuro di sé che porta a combattere Griefer, Koloss e altre creature extraterrestri tramite un sistema interattivo ridotto ai minimi termini.

I grandi punti di forza dell'esperienza risiedono altrove: sul fronte artistico, ad esempio, con un reparto che fin dai primi battiti è capace di lasciare a bocca aperta nella resa delle tecnologie retrofuturistiche, nella messa in scena del pianeta quasi "sovietico" da cui proviene Mei, così come nelle illustrazioni delle Saghe, nei simboli e nei costumi derivati dalla dottrina, che sposano la fantascienza con un affascinante gusto mistico.

Della colonna sonora originale di Scntfc abbiamo già parlato: è lei che basta di per sé a conferire all'intero progetto l'aura della grande odissea spaziale, caricando ogni momento a partire dal primo decollo di tensione e di epicità, e forse anche sovraccaricandoli dal momento che sarebbe stata tranquillamente degna di un kolossal.

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C'è una forte dissonanza fra l'ispirazione dell'opera e ciò che effettivamente si fa sulla sponda lontana.

Insomma, JETT: The Far Shore è l'esempio perfetto del titolo che spinge ad esprimere un parere critico a prescindere dai risultati, perché fin dai primi istanti è chiaro come il sole che abbia tutte le carte in regola per puntare in alto, per elevare ancora una volta la filosofia di design scaturita dal mercato indipendente, poi arriva un momento in cui inevitabilmente ci si trova a fare i conti con il fatto che sia un normale, tradizionalissimo videogioco fatto di sistemi dissonanti che faticano a mettersi al servizio dell'essenza dell'opera.

Ciò, ovviamente, significa anche che il progetto è carico di una serie di valori intrinseci che non si possono ignorare, valori che rischiano facilmente di diventare abbaglianti al punto da oscurarne le dissonanze.

Alla fine quella di Mei si rivela una storia di sopravvivenza "operaia" che si presta a diverse letture, ma invece di soffermarsi su ciò che è stata, capita che si finisce a pensare cosa avrebbe potuto essere.

Perché è evidente che i ragazzi e le ragazze di Superbrothers e Pine Scented Software non abbiano granché da migliorare: sono già più che pronti per fare molto, molto di più.

6 /10

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Riguardo l'autore

Lorenzo Mancosu

Lorenzo Mancosu

Redattore

Cresciuto a pane, cultura nerd e videogiochi, i suoi primi ricordi d'infanzia sono tutti legati al Super Nintendo. Dopo aver lavorato dentro e fuori dall'industry, è finalmente riuscito ad allontanarsi dalle scartoffie legali e mettere la sua penna al servizio di Eurogamer.it.

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