Assassin's Creed: Brotherhood

Ezio Auditore non perde il suo fascino.

Al giorno d’oggi quanti titoli si possono definire decisivi per i bilanci di un publisher? Pochissimi, visto che nel marasma delle uscite che annualmente raggiungono i lettori DVD dei milioni di console e PC, si possono contare sulle dita di una mano quelli che muovono oltre il cinquanta percento del fatturato dei publisher che contano.

Dopo Red Dead Redemption, Call of Duty, PES e FIFA, nel 2010 un altro gioco ha deciso dei destini di un’intera azienda e questo è stato sicuramente Assassin’s Creed: Brotherhood. Parliamo del terzo capitolo della serie che ha consegnato nelle mani di Ubisoft una vera e propria gallina dalle uova d’oro, nonostante un avvio non particolarmente scoppiettante qual era stato quello del primo AC, che vedeva come protagonista Altair.

Ma andiamo con ordine e partiamo dall’immediato postvendita che, a differenza dei suoi predecessori, è andato piuttosto liscio su tutte le piattaforme per cui il gioco è stato realizzato. Si è trattato tuttavia di una pubblicazione differita visto che per Xbox360 e PS3 gli scaffali si sono riempiti a novembre 2010, mentre la versione PC è giunta solo a metà marzo di quest’anno.

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Morire per colpa di un ventaglio affilato? Nel multiplayer di Brotherhood succede anche questo.
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Ah, i privilegi di essere a capo di una gilda di assassini. Un fischio e arrivano dal nulla i sicari che fanno il lavoro al posto nostro.

L’attesa tuttavia non è stata vana: non solo la versione per home computer si è dimostrata nettamente superiore a quelle console anche senza la necessità di disporre di un PC Ninja, ma la rimozione della protezione DRM (da sempre foriera di problemi in fase di attivazione) è stata molto gradita da tutti gli appassionati.

Le patch di rito si sono susseguite a pochi mesi dalla pubblicazione ma già allora si poteva considerare Brotherhood come un gioco notevolmente stabile e performante, probabilmente anche grazie all’esperienza acquisita da Ubisoft con i primi due capitoli realizzati con lo stesso motore grafico.

Sul fronte dei contenuti ci sono pochi dubbi sulle qualità messe in campo da Ubisoft. Assassin’s Creed: Brotherhood è indubbiamente un gioco di grande spessore in singleplayer, garantendo una longevità di fondo superiore a quella di altri free roamer di successo degli ultimi tempi quali sono GTAIV o Red Dead Redemption. Una volta terminate le circa 30 ore necessarie a finirlo (missioni secondarie e achievement inclusi), tutto un altro genere di divertimento si apre a chi vuole sperimentare il multiplayer.

La sottigliezza delle otto modalità diverse (quattro presenti nel gioco base e quattro pubblicate con le varie espansioni) con cui è possibile dare la caccia all’uomo in modalità multi giocatore, non è stata molto pubblicizzata ma bisogna dire che Ubisoft Annecy ha creato una piccola perla di gameplay che solo i palati più fini potranno apprezzare. Niente sparatorie furibonde o scontri di massa, ma solo tanta capacità di controllo della propria classe e abilità nello sviluppare l’istinto. Questo è ciò che porta ad agire nel momento giusto con un colpo preciso, la preziosa merce di scambio di un multiplayer che nessun altro titolo attualmente può vantare.

L’assenza di un gameplay fracassone ha limitato molto l’appeal nei confronti di un pubblico più tradizionale e numeroso, a tutto vantaggio però di una community composta da giocatori di notevole qualità.

Il trailer de La Scomparsa di Da Vinci.

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Riguardo l'autore

Matteo Lorenzetti

Matteo Lorenzetti

Redattore

Dopo dieci anni di The Games Machine, approda finalmente alla redazione di Eurogamer.it. Onnivoro per quanto riguarda i generi, predilige sparatutto, giochi di guida ed RTS.

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