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Men, la recensione

Ma Eva sarà sempre solo lei la colpevole?

Harper, una giovane donna, è reduce da una tragedia famigliare, di cui si sente responsabile, da cui è difficile riprendersi da soli. Decide di allontanarsi da Londra dove tutto è successo, e affitta una splendida residenza di campagna, persa fra le verdi colline del Glouchestershire.

Il primo imbarazzante incontro lo fa con l’impacciato affittuario. Ne seguono altri, ben più inquietanti: un uomo nudo in stato confusionale che tenta di fare irruzione nella casa; un prete accusatorio; un ragazzo disturbato; il proprietario del pub e due avventori, tutti palesemente ostili; un paternalista agente della Polizia locale.

Fra un incontro e l’altro, Harper è bersagliata dai drammatici flashback di quanto avvenuto, troppo fresca è ancora la sua tragedia e le immagini tornano con insistenza a sconvolgerla. Se da un lato il cittadino sopravvaluta e talvolta fraintende la pace agreste dei piccoli borghi, che spesso celano storture nascoste, dall’altro tende a fidarsi di Madre Natura che, in tutto il suo fulgore, sembra essere consolatoria, rasserenante, fra prati disseminati di fiori, alberi rigogliosi, morbide colline di illusoria bellezza.

Alex Garland, già regista autore del tragico Ex Machina e del lugubre Annientamento, dissemina di piccoli dettagli inquietanti una narrazione che sembra a tesi: la giovane donna è una vittima di un mondo di maschilismo senza via di scampo, che colpevolizza sempre la donna, lei Eva che per prima ha addentato la mela e ha causato la cacciata dal paradiso, femmina tentatrice, responsabile sempre se qualcosa nella coppia va male. E cosa sarà mai una sberla ogni tanto.

Una donna e una mela: cosa potrà mai andare storto?

Quello che rende il film migliore e meno banale è che la “morale della favola”, il punto della storia, non è solo questo, come qualunque amante dei thriller intuisce presto. E la sconfitta eventuale della donna, dipende anche da lei, se non riesce a liberarsi di tutto il peso che la società subdolamente le butta continuamente addosso.

Mano a mano che la storia si avvia alla conclusione, cruenta e dotata di una parte finale davvero disturbante, in una tragica escalation tutti sembrano accanirsi, congiurare, fare fronte contro di lei. Sarà una proiezione della sua mente traumatizzata, sarà una specie di Cane di paglia dove tutti gli indigeni si coalizzano contro il cittadino, sarà un senso di colpa cosmico che l’affigge? La parte conclusiva, quella chiaramente più metaforica, darà un senso al tutto.

Quindi Men non è solo un film sul maschilismo, sulla misoginia, ma sulla liberazione di una donna. Che se da un lato continua ad essere lei a partorire mostri, li vede poi moltiplicarsi quasi per partogenesi. E quindi non resta che svegliarsi dall’incubo, come una Principessa che non ha però bisogno di nessun Principe per farlo.

La rappresentazione di una sessualità minacciosa e primitiva.

Ottima Jessie Buckley, notata nei film Sto Pensando di Finirla Qui e L’Ombra delle Spie e nelle serie tv Chernobyl, Fargo e Taboo. Tutti i ruoli maschili sono interpretati da Rory Kinnear, con diverse truccature e una gamma di espressioni, e si conferma come l’ottimo attore che ben conosciamo. Stupendi i panorami, resi dalla fotografia poeticamente satura di Rob Hardy e sottolineati dalle musiche inquietanti di Ben Salisbury e Geoff Barrow, ex Portishead.

Men è un horror che si fa comunque guardare, anche senza esagerare nel voler trovare significati troppo precisi o soggettivi. Anche perché, non dimentichiamolo, si tratta pur sempre di un autore maschio e del suo sguardo. Certo non è detto che un’autrice di colore debba essere tradotta solamente da qualcuno appartenente alla sua stessa etnia, o che un gay debba essere interpretato solo da un altro gay, tanto per citare due delle polemiche più recenti. Sarebbe interessante però immaginare che storia avrebbe raccontato un’autrice dello stesso sesso della protagonista.

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