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Monterossi (Prima Stagione) Recensione: quando una trasposizione tradisce l'originale

Dalla serie di romanzi di Alessandro Robecchi arriva la serie TV.

Non è del tutto vero che noi italiani non siamo capaci di scrivere "gialli" e ci sono molte eccezioni celebri a confermarlo: Scerbananco, Carofiglio, Faletti, De Cataldo, Carrisi. Caso limite Camilleri con il suo Montalbano, dove la validità delle trame poteva anche slittare in secondo piano rispetto alle personalità dei vari personaggi.

Un piacevolissimo caso a parte è Alessandro Robecchi, brillante autore che in pochi anni ha conquistato un gran numero di lettori, che si sono fatti prendere dalle sue trame, sempre ben congegnate, ambientate in una Milano puntigliosamente descritta e mai banale, e dai suoi personaggi, un gruppetto che si è definito attraverso otto romanzi, lasciando a ogni lettore il piacere di eleggere quello preferito.

Il protagonista (tranne che in I cerchi nell'acqua, il penultimo) è Carlo Monterossi, un personaggio sulla carta assai ben scritto, un uomo di successo, afflitto da una vena di malinconico spleen, disilluso da una vita che pure gli ha dato successo, fama, soldi. Osserva con attenzione una società di cui vede con chiarezza il degrado e ogni tanto gli piace pensare che un po' di giustizia dovrebbe essere fatta.

Bentivoglio/Monterossi, per noi un clamoroso miscast.

Carlo è un appassionato di Bob Dylan, in fondo un gran romantico, un Philip Marlowe suo malgrado, e mentre guarda con divertita amarezza lo sfacelo della società odierna, ci fa ritrovare complici in molte delle sue riflessioni, nelle sue spassose analisi sociologiche, sempre precise. Nei romanzi è circondato da alcuni personaggi che nel tempo da comprimari sono divenuti a loro volta protagonisti delle pagine a loro dedicate.

Era tutto un insieme che palesemente si prestava a una trasposizione su piccolo o grande schermo, ma l'attenzione nei confronti della scelta dei vari interpreti doveva essere altissima, per non scontentare gli aficionados. Che qui non saranno soddisfatti della scelta di Fabrizio Bentivoglio, attore che negli anni si è accomodato su una caratterizzazione che lo porta costantemente a "ricoprire" i vari personaggi che gli vengono affidati (un caso un po' alla Abatantuono) e che qui è lontanissimo dal Monterossi descritto nei romanzi, più vecchio anagraficamente, un po'impastato, più imbranato dell'originale.

Ma se è sbagliato il taglio dato al personaggio principale, uguale errore è stato compiuto con gli altri, non si capisce perché ringiovanirne uno (il mitico Sov. Ghezzi, affidato a Diego Ribon) e invecchiarne un altro (il duro Carella, che è Tommaso Ragno), stravolgendo così le meccaniche che li guidano nell'esecuzione del loro mestiere (sono due dei poliziotti con cui più spesso interagisce il Monterossi), che finiranno per svolgere con metodi non sempre lineari. Sempre però in nome di quel bene superiore che li accomunerà al "borghese" civile che il destino ha buttato sulla loro strada (o viceversa). Anche i personaggi laterali diventano proprio semplici figurine incolori (affidate spesso ad attori non eccelsi).

Restano le trame, quasi semplici nella mancanza di dettagli iperbolici all'americana, eppure dalle soluzioni intricate, come lo erano nei romanzi. Nei primi episodi, nel ruolo di un killer snob, compare Maurizio Lombardi, al quale viene affidato uno dei pochi personaggi un po' sopra le righe nella narrazione. Perché per il resto si tratta di gente quasi normale, eccentrica a volte, un po' borderline (ci sono anche degli zingari spietati, ma non a caso), tutti però con vite comuni e comuni moventi, che siano buoni o cattivi. Un po' la normalità del male, insomma. Carla Signoris interpreta Flora, la Diva del talk scritto da Carlo e da lui tanto detestato, modellata su Barbara D'Urso, tutto sommato la scelta più riuscita del cast.

Quanto alla regia, soprattutto nei primi tre episodi, fa un uso "stiloso" del montaggio, con un'inutile inversione temporale in alcune occasioni. La serie è ambientata nella solita Milano da bere del nuovo millennio, ma meno smaccata del solito (ultimamente i film girati a Milano sembrano spot turistici). Qui in sei episodi si ripercorrono due romanzi, Questa non è una canzone d'amore e Di rabbia e di vento. Non si è badato a spese per i diritti delle canzoni di Bob Dylan, che echeggiano spesso.

La scelta degli attori, lo stravolgimento conseguente delle caratteristiche peculiari dei personaggi, causano una sofferenza pari a quella che si potrebbe provare vedendo un rifacimento di Via col vento con una serie di facce tutte sbagliate e il lettore fedele dei romanzi la prenderà proprio sul personale, come un reato di lesa maestà.

Nelle brume milanesi ormai brilla sempre qualche grattacielo.

Ma attenzione, abbiamo detto tante volte che un libro è un libro e una serie tv (o un film) è una serie tv e che pertanto il lettore appassionato costituisce un pubblico difficilissimo (pensiamo ai tanti fan di fumetti o videogame, incontentabili, sempre). Qui però anche se si guardasse la serie ignorando tutto dei romanzi originali, a colpire sarebbe la cronica mancanza di ritmo che priva di mordente l'avanzare della storia, sensazione che si avverte spessissimo durante la visione dei prodotti nostrani, che siano commedie, drammi o thriller, come fosse un problema endemico delle nostre regie televisive.

Ma illustri precedenti sono lì a smentirci, da Romanzo criminale e Gomorra, e quindi il problema sta da un'altra parte forse nella regia di Johnson, che aveva fatto meglio con la serie I delitti del Barlume, o nella sceneggiatura (cui pure risulta aver messo mano lo stesso Robecchi). Ma in tanti film abbiamo sentito dire che quando si vendono i diritti di un libro, è meglio smettere di pensarci e lasciare che la nostra creatura vada per il mondo da sola, in una nuova veste, anche diversa. Però in questo caso, dopo averla così ben cresciuta con i romanzi, vederla andare in giro così un po' stringe il cuore.

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