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Shellshock 2: Blood Trails

Il Vietnam non è più quello di una volta.

La Guerra del Vietnam è senza dubbio una delle pagine più buie della recente storia statunitense. I Guerrilla tentarono di raccontarne gli orrori con Shellshock Nam '67, deviando dal filone dei conflitti mondiali in cerca di nuove strade da percorrere. Tali pioneristici intenti, purtroppo, non conseguirono i risultati sperati. Come i "Guerrieri della Notte", stiamo ancora giocando a fare la guerra, ma quella intrapresa da Rebellion con Shellshock 2: Blood Trails è una battaglia povera tanto di contenuti quanto di motivazioni capaci di conquistare il giocatore.

Il Vietnam immaginato da Rebellion ha davvero poco a che fare persino con l'immaginario collettivo costruitosi negli ultimi anni, alimentato dalle più note e riuscite pellicole cinematografiche e da una moderna consapevolezza che ancora oggi grava pesantemente sui paesi coinvolti. La drammatica atmosfera di un conflitto che cambierà il volto dell'America è stata sostituita da oscure tinte horror, con tanto di esperimenti biologici fuori controllo, zombie stralunati e siparietti da B-Movie. Mancano giusto i popcorn, ma a quelli si può sempre provvedere.

Shellshock 2 vi vedrà quindi nei panni di Nathan Walker, soldato dell'esercito USA, il cui scopo sarà quello di ritrovare il fratello. Le cose però sono ben più complicate: gli esperimenti sulla WhiteKnight (una droga somministrata ai militari per incrementarne le ferocia nei combattimenti) sono ovviamente finiti male, generando un'orda inarestabile di infetti da "curare" con supposte di piombo. Tra questi, il nostro amato consanguineo. Tematica abusata e ormai incapace di fornire reali attrattive? Certamente sì, ma il peggio deve ancora venire.

Sarà anche stata un'ovvia scelta stilistica, ma il buio in alcune sezioni è davvero troppo asfissiante.

Nonostante una trama tra le più obsolete (Haze era dotato di spunti sicuramente più intriganti) la vera lacuna di questa ennesima produzione griffata Rebellion risiede proprio nel gameplay. Sapete, le frasi di benvenuto del nostro forum sono parecchio fantasiose, e una di esse recita: "Questo non è il Vietnam (segue il nome dell'utente), ci sono delle regole!" Ebbene, la regola fondamentale di ogni shooter in prima persona degno di tal nome è quella di offrire un sistema di puntamento efficace, maneggevole e soprattutto preciso. Monito incomprensibilmente ignorato dal team di sviluppo. E a scanso di equivoci ribadiamo che no, neppure quello di Shellshock 2 è il Vietnam...

Se già è difficile individuare i nemici negli ambienti chiusi a causa di un'oscurità praticamente onnivora, farli fuori è qualcosa di maledettamente snervante. Non si tratta di un livello di difficoltà mal calibrato o di un'intelligenza artificiale particolarmente sofisticata, stiamo proprio parlando della impossibilità di fornire adeguati imput al nostro alter ego digitale. Il ritardo con cui vengono eseguiti i comandi viene sottolineato dall'imprecisione del sistema di mira, che ci impedirà più volte di conseguire salvifici headshot sprecando le nostre esigue munizioni.

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