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The Umbrella Academy S3 Recensione, un’altra avventura per i supercomplessati

Gli eroi insicuri di Netflix affrontano l’ennesima apocalisse.

Vi era piaciuta la prima stagione di The Umbrella Academy? Avevate imparato a conoscere e amare il disturbato gruppetto di orfani dagli straordinari poteri che non avevano dato a nessuno di loro la felicità? Nati tutti nello stesso giorno in diversi paesi da madri che al mattino non erano incinte, erano stati adottati da un misterioso miliardario, Sir Reginald Hargreeves (Colm Feore), che era intenzionato a farne dei super-difensori del Bene.

Troppo gravati però dalle eccessive aspettative paterne, erano cresciuti male, afflitti da un’enorme quantità di problemi che in ciascuno di loro riflettevano specularmente il danno effettuato dal genitore. Abbiamo imparato a voler bene al gigantesco e insicuro Luther; al bullo Diego, il “vigilante” acrobatico; all’altezzosa Allison, che può condizionare le menti; al tenero Klaus, che ha sempre esibito le sue insicurezze con eccessi di ogni genere, incapace di esistere senza il conforto dello spirito dell’amato fratello Ben, morto in circostanze misteriose; all’ombrosa Vanya, dai poteri devastanti, che si è sentita messa in disparte per tutta la vita; al collerico Cinque, che può fare avanti e indietro dal futuro anche per pochi attimi, ma che per un errore, ormai 58enne, è rimasto intrappolato nel corpo di un ragazzino di 13 anni.

Avevano dovuto affrontare gli emissari della Commissione, spietata organizzazione atta a preservare le linee temporali, che si incarnava nella figura della degenere The Handler (una strepitosa Kate Walsh). Erano finiti a dover salvare il mondo da una sicura apocalisse e, nella seconda stagione, li avevamo trovati costretti finalmente a smettere di litigare e polemizzare e a solidarizzare (se non proprio a volersi bene), catapultati negli anni ’60 dove, abituati ai giorni nostri, avevano fatto una certa fatica ad ambientarsi.

Chi è che sperava in un sereno ritorno a casa?

Anche in questo caso c’era stata un’apocalisse da evitare, un destino evidentemente ineludibile per il gruppetto. Ma il percorso era stato formativo e li aveva portati a intraprendere il ritorno a casa alimentati dalle migliori intenzioni. Si sa però che a pasticciare con gli spostamenti nel tempo si possono innestare conseguenze epocali. E questo era balenato alla fine della stagione.

Le conseguenze appaiono lampanti all’inizio della terza, perché un’azione commessa dai Nostri negli anni ’60 ha causato un cambiamento radicale nella formazione della famiglia di Sir Reginald, privando di colpo i nostri eroi di tutto: casa, famiglia, pure soldi. Si rifugiano in un elegante quanto decadente hotel, l’Obsidian, che sembra un misto fra l’Overlook, il Cortez di American Horror Story di Ryan Murphy ma anche il Lindbergh Palace de I Tenenbaum, con qualche dettaglio organizzativo nello stile del Continental di John Wick.

Là cercano di mettere a punto una strategia e porre rimedio agli errori commessi. Ma nel nuovo momento di difficoltà, i caratteri dei protagonisti tornano ad essere quelli ostici dei primi tempi e nessuno riesce ad adeguarsi ai piani degli altri, finendo per nuocere al gruppo. E anche all’umanità intera, perché nel frattempo un’altra terribile minaccia si sta sviluppando proprio nei sotterranei della vecchia magione di famiglia, il misterioso “Kugelblitz”.

Oltre ai “fratelli”, fra i personaggi torna l’inaffidabile Lila, il caratteriale ragazzino Ben (il tostissimo Javon “Wanna” Walton, già notato nella serie Euphoria), e un personaggio davvero determinante ai fini della storia, interpretato dalla faccia nota di Callum Keith Rennie (Californication). Ci sarà poi un gruppo di nuovi personaggi, quelli della Sparrow Academy, speculare al nucleo storico, dove al momento nessuno suscita particolare slancio, tutti assai arroganti e spocchiosi (tutti però possono evolversi, basta volerlo). E torna il nefasto “padre” Sir Reginald Hargreeves, i cui segreti continuano ad accumularsi, rendendo la sua figura sempre più indecifrabile.

Uno dei personaggi più riusciti, il collerico Cinque.

Dopo la miracolosa solidarietà durante il soggiorno negli anni ’60, qui tornano le insopprimibili beghe, le alleanze mutevoli. Anche sull’orlo della dissoluzione del mondo, il rischio più grosso restano le polemiche fra i fratelli, incapaci spesso di abbandonare i preconcetti reciproci. I caratteri si confermano tutti e tutti subiscono rovinose ricadute nei vecchi vizi. Ellen/Elliott Paige compie davanti agli spettatori della serie tv la sua transizione (nel doppiaggio italiano ha una voce più accentuata della sua originale), da Vanya diventa ufficialmente Viktor.

Abbonda il solito humor scorretto (ma quante ne capitano al povero Klaus?) e l’apparente cinismo, che noi sappiamo nascondere dei cuori d’oro (chi più o chi meno). Attenzione che c’è una breve scena nei titoli di coda. Come “dati tecnici”, ripetiamo che The Umbrella Academy è una serie tratta dai fumetti scritti da Gerard Way, voce dei My Chemical Romance, e disegnata da Gabriel Bà, ideata da Steve Blackman (Fargo, Legion, Altered Carbon) e sviluppata da Jeremy Slater (I fantastici quattro, The Exorcist).

Non molto possiamo dire delle ragioni per cui anche questa stagione ci è piaciuta, perché Netflix, quando autorizza la visione anticipata di alcune serie molto attese, impone regole precise su cosa si possa dire e cosa no, talvolta necessarie, talvolta un po’ incomprensibili. Diciamo che il mix funziona ancora: siamo sempre a cavallo fra la soluzione di rovelli personali degni del lettino di uno psicanalista, perché a ciascun ragazzino la vita ha riservato anni di formazione davvero complicati, e la pura avventura dei viaggi nel tempo, con tutte le divertenti implicazioni che questi comportano, compresi i mitici paradossi temporali da maneggiare sempre con le pinze, come ben sappiamo (fra cui il celebre “paradosso del nonno).

La variegata composizione delle personalità dei protagonisti assicura sempre momenti di divertimento (e occhio al balletto nel primo episodio e a un’altra sequenza musicale). Le ultime tre puntate sono davvero da guardare d’un fiato. Alla fine, dopo tante apocalissi, potrebbe essere proprio uno dei soggetti più improbabili quello che ha fatto tutto per amore, il solito vecchio, classico amore.

Il nuovo taglio di capelli suggella la transizione di Vanya/Viktor.

Se un appunto si può muovere (come già abbiamo avuto modo di dire in altri casi), è che quasi tutte le stagioni delle ultime serie tv Netflix (ma anche di altri noti gruppi dello streaming) la tirano troppo lunga, quasi sempre 8 o 10 episodi quando ne basterebbero sempre un paio di meno. E questo si nota perché a tratti in qualche puntata non avviene niente di decisivo e si avverte la volontà di allungare il brodo. Si fa leva allora sul legame che si è riusciti a instaurare con lo spettatore che, se ama un personaggio, accetta anche qualche lungaggine non necessaria per allontanare il momento dell’abbandono finale.

Ma chi è arrivato a questa terza stagione di The Umbrella Academy è ormai un fan, ha la sua personale lista dei personaggi preferiti a vario titolo e quindi apprezzerà la nuova avventura senza troppi problemi.

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