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We Happy Few: la felicità a portata di pillola - prova

Un survival che strizza l'occhio a Bioshock.

Sbarcato sul mercato il 29 novembre del 2013 e disponibile sin dal debutto di PS4 come uno dei primi titoli dell'Instant Game Collection, Contrast è un gioco che nonostante i difetti è riuscito a ottenere delle valutazioni tutto sommato positive. Se il buon giorno si vede dal mattino, l'avventura che univa elementi puzzle e platform rappresentava, senza alcun dubbio, un ottimo debutto per i ragazzi canadesi dello studio indipendente di Compulsion Games.

Abbandonata l'ala protettiva di Focus Home Interactive la software house di Montreal ha deciso di affidarsi al sempre più fondamentale Kickstarter, vera e propria ancora di salvezza per tutti quei progetti che non riescono ad ottenere il supporto dei publisher.

Con la campagna prossima alla conclusione e l'obiettivo minimo ormai raggiunto abbiamo potuto mettere le mani su una versione pre-alpha di We Happy Few, titolo che sin dal primo trailer ci ha incuriosito per le atmosfere affini ad uno dei migliori brand degli ultimi anni, Bioshock.

Ma We Happy Few cosa ha da spartire col capolavoro degli Irrational Games? Per capirlo vale la pena dare uno sguardo alle premesse del nuovo progetto del team canadese dato che l'ambientazione di We Happy Few ci permette immediatamente di capire le atmosfere generali della produzione. Il gioco è ambientato nel 1964 all'interno di Wellington Wells, una cittadina del sudovest dell'Inghilterra che, secondo la storia di questo particolare universo alternativo, è stata occupata dai tedeschi nel 1933.

Uncle Jack è la voce della distopia, una sorta di Andrew Ryan che, attraverso le proprie trasmissioni, spinge al consumo di Joy.

Nel corso di questa occupazione i Wellies (così vengono chiamati gli abitanti del posto) hanno dovuto compiere quello che viene definito "un atto molto cattivo" che ha profondamente segnato l'animo di tutti i cittadini. Per dimenticare le proprie spregevoli azioni i Wellies hanno però inventato la Joy, una miracolosa droga in grado di instillare un costante stato di felicità nella vita delle persone.

Noi giocatori vestiremo i panni di un downer (una persona che non fa uso di Joy) che, iniziando dai sobborghi della città, dovrà farsi strada all'interno di Wellington Wells fino a raggiungere la tanto agognata salvezza rappresentata da una portello di manutenzione che garantisce l'accesso al mondo esterno.

Un'impresa apparentemente piuttosto semplice, vero? Non esattamente, dato che i Wellies non accettano di buon grado coloro che non si conformano ai normali costumi e che decidono di non assumere la Joy. In quanto outsider rappresentiamo un pericolo per l'equilibrio della società, un pericolo che può essere eliminato solamente utilizzando la forza bruta.

La distopia tratteggiata dai ragazzi di Compulsion Games è di primo acchito piuttosto interessante ma, almeno in questa prima build dobbiamo segnalare la totale assenza di veri e propri elementi narrativi. La software house ha, tuttavia, confermato che nella versione finale del gioco potremo utilizzare tre diversi avatar dotati di abilità e background differenti e che all'interno del mondo di gioco saranno presenti delle zone, definite dagli sviluppatori scenari, che permetteranno di comprendere nuove informazioni sul passato della città e sulla trama stessa.

I bobby che presidiano con attenzione le zone di entrata e uscita della città sono degli ossi molto duri. La soluzione migliore per sopravvivere è quasi sempre la fuga.

Se gli elementi del comparto narrativo sono appena accennati, il gameplay mostra sin da ora buona parte delle meccaniche alla base di We Happy Few. Controller (o mouse e tastiera) alla mano, ci ritroviamo di fronte a un survival il cui mondo viene creato proceduralmente ad ogni playthrough, che per certi versi ricorda da vicino Sir, You Are Being Hunted. L'obiettivo principale è fuggire ma per farlo dovremo innanzitutto sopravvivere tenendo d'occhio quattro indicatori: salute, acqua, cibo e livello di droga presente nell'organismo.

La vita è ovviamente l'indicatore più importante e quello che verrà messo costantemente a dura prova da tutti i giocatori che decideranno di menare le mani nella maggior parte delle situazioni. Il combat system presenta caratteristiche classiche e basilari come un barra dedicata alla stamina, un pulsante per l'attacco e uno per la parata.

Un paio di colpi potranno essere facilmente curati attraverso un unguento (creato utilizzando una pianta che si trova solo nel Garden District) ma le ferite più gravi dovranno essere trattate con bende e kit medici difficili da reperire o creare attraverso il crafting. Cercare di farsi strada con la forza bruta in ogni situazione è quindi fortemente sconsigliabile, data l'anima survival di We Happy Few, un'anima ben rappresentata dalla necessità di nutrirsi e di bere acqua non contaminata da Joy.

Soprattutto la scarsità di cibo ci obbligherà a spostarci dalle zone più sicure del Garden District a quelle decisamente più pericolose e popolate del centro di Wellspring Wells. Qui saremo costantemente tenuti d'occhio dalle forze dell'ordine ma anche dai cittadini stessi che guarderanno con sospetto ogni comportamento non ordinario. Ci ritroveremo quindi ad esplorare le abitazioni stesse dei Wellies alla ricerca di cibo e di oggetti da utilizzare per costruire oggetti basilari e non.

Il crafting ci permetterà di creare oggetti basilari per la sopravvivenza ma anche armi improvvisate e gadget piuttosto interessanti. Questa sorta di bomba artigianale potrà tornarci utile nelle situazioni più concitate.

Oltre alle abitazioni dei cittadini l'esplorazione ci permetterà di individuare dei veri e propri rifugi che si dimostreranno delle ancore di salvezza nelle situazioni più disperate ma anche dei depositi di risorse. Questi bunker saranno dotati, inoltre, dei banchi di lavoro (uno meccanico e uno chimico) necessari per costruire oggetti avanzati come armi contundenti più efficaci, bombe artigianali, kit medici e gadget in grado di sabotare i dispositivi tecnologici che vi impediranno di accedere a certe zone.

I ragazzi di Compulsion Games hanno, inoltre, giocato molto sul concetto di nascondersi in piena vista piuttosto che sul vero e proprio stealth. Dovremo cercare di fugare gli sguardi dubbiosi dei cittadini interagendo attraverso un semplice saluto o sedendoci a leggere il giornale su una panchina. Quando queste semplici azioni non saranno sufficienti potremo decidere di assumere una dose di Joy uniformandoci almeno per alcuni momenti al resto della società.

L'assunzione di questa droga deve, tuttavia, rappresentare l'ultima via da percorrere dato che una volta terminati gli effetti della particolare sostanza, gli indicatori di cibo e acqua scenderanno pericolosamente a livelli molto bassi.

Poco da dire sul comparto tecnico che a questo stadio dello sviluppo si dimostra, comprensibilmente, lacunoso. Oltre a bug e glitch i modelli dei cittadini di Wellington Wells e la struttura stessa delle abitazioni sono piuttosto basilari e poco varie, esattamente come le animazioni. Discreto invece il sonoro, che può contare su musiche di buona fattura e sul doppiaggio di Uncle Jack, personaggio simbolo del regime opprimente di Wellington Wells.

In definitiva il team canadese ha confezionato una produzione potenzialmente interessante, dato che questa versione di prova è poco più che una dimostrazione basilare delle meccaniche di gioco e delle atmosfere della produzione. Rimangono diversi dubbi sulla varietà delle situazioni di gioco, sulla rigiocabilità e sull'effettiva importanza della trama, tutti elementi che potrebbero aggiungere quel tocco in più rispetto alla media del genere survival. Scomodare un paragone con Bioschock è per il momento prematuro ma We Happy Few potrebbe rivelarsi una piacevole sorpresa.

A proposito dell'autore

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Alessandro Baravalle

Contributor

Si avvicina al mondo dei videogiochi grazie ad un porcospino blu incredibilmente veloce e a un certo "Signor Bison". Crede che il Sega Saturn sia la miglior console mai creata e che un giorno il mondo gli darà ragione.

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