Slender: The Arrival - review

L'uomo nero fa ancora paura.

Eurogamer.it si fa coraggio e prova per voi Slender: The Arrival, sequel dello spaventoso fenomeno indie che ha terrorizzato la rete la scorsa estate.

Versione provata: PC

Riesco ad intravedere la quinta pagina, appiccicata al finestrino di quel che resta di una vecchia auto parcheggiata tra gli alberi. Faccio un profondo respiro, la raccolgo e corro senza voltarmi, sfrecciando nell'oscurità lungo quel sentiero che, almeno nella mia testa, conduce alla piccola spiaggia vicino al cartello di benvenuto.

Pochi passi e la musica si fa cupa, le immagini registrate dalla telecamera tremano insistentemente come se disturbate da un campo magnetico. Lui è vicino, posso quasi sentirlo. Inizio a muovermi a zig-zag tra gli alberi abbandonando la strada principale, ma la telecamera impazzisce e un rumore assordante mi trapana i timpani. Slenderman è riuscito a prendermi ancora una volta, e nonostante i numerosi tentativi è stato l'ennesimo tour de force di ansia e paura. Se con Slender: The Arrival gli sviluppatori miravano a farmi odiare dal vicinato per schiamazzi notturni, ci sono riusciti alla grande.

Inutile girarci troppo attorno: The Arrival, un po' sequel e un po' versione 2.0 dell'interessante "Slender: The Eight Pages" (apparso la scorsa estate e divenuto un fenomeno di culto tra gli amanti dell'indie), fa una paura del diavolo. E proprio come per il predecessore, si tratta di un titolo dal concept tanto semplice quanto brillante, che riesce ad iniettare nelle vene del giocatore quel condensato di gelido terrore cercando al contempo di buttare sul piatto della bilancia qualche piccola novità (sia grafica che di gameplay) che ne giustifichi in qualche modo il passaggio al canale retail.

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Persino all'interno della casa di Kate, introduzione al gioco vero e proprio, la sensazione di essere braccati è fortissima. Osservate le finestre, ogni tanto.

Se The Eight Pages riuscì a far parlare così tanto di sé lo scorso anno un motivo ci sarà pur stato. Ed effettivamente il titolo d'esordio del giovane Mark Hadley sembrava quasi martellare il cervello del giocatore, colpendolo in quelle che da sempre ne rappresentano le fobie più ancestrali: la paura dell'oscurità e del fatidico Uomo Nero. The Arrival cerca più che comprensibilmente di raggiungere gli stessi risultati, ampliando l'universo di gioco e offrendo un'esperienza articolata su cinque scenari interconnessi l'un l'altro da una trama oscura e a tratti incomprensibile, narrata attraverso brevi fonti testuali (lettere, appunti, annotazioni) sparse con apparente disordine nella vasta mappa di gioco.

"The Arrival parte col piede giusto, offrendo sin dalle prime battute un'atmosfera minacciosa ed opprimente "

The Arrival parte col piede giusto, offrendo sin dalle prime battute un'atmosfera minacciosa ed opprimente nonostante l'apparente tranquillità. Siamo nel mezzo di un sentiero di montagna, circondati da una foresta rigogliosa e baciati da un tiepido sole autunnale. Il vento sulle fronde e il rumore delle foglie calpestate sono gli unici suoni in questo tramonto surreale, rapidamente destinato a lasciar spazio all'oscurità più totale. Ma mentre il sole si nasconde dietro l'orizzonte, si fa forte l'impressione che quello strano rumore di passi non provenga da sotto i nostri piedi, ma da qualcosa che sembra seguirci. Qualcosa che, scrutando attorno, rimane poco più di una semplice sensazione.

Si tratta di un dubbio che proprio così sbagliato non è. In Slender: The Arrival saremo delle prede sin dal primo minuto di gioco, e tutto sembra esser progettato a tavolino per insinuare nel giocatore un iniziale nervosismo, terreno fertile per la successiva angoscia. Giunti al primo checkpoint, una casa solitaria al termine del sentiero, scopriamo che il nostro alter ego, Lauren, è stata invitata in quel luogo sperduto dall'amica Kate, desiderosa di vendere l'abitazione quanto prima poiché in essa si celano fobie e allucinazioni risalenti sin dall'infanzia e mai sopite. E indovinate chi è il protagonista di tali paure.

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Prendete quella maledettissima pagina e correte come pazzi senza voltarvi. Bene, ora ve ne restano soltanto sette.

L'esplorazione della casa permette di mettere le mani su alcune lettere di Kate, primi indizi della misteriosa narrativa di The Arrival, e di osservare lugubri "ritratti" del mostro in abito elegante provenienti sia dal precedente episodio, sia dalla nutrita schiera di meme e quant'altro diffuso nella rete. Ci si ritrova dunque all'interno di un mistero all'apparenza inintelligibile, dipanabile soltanto stanando i preziosi pezzi del puzzle celati negli scenari a venire. Ma collezionarli tutti con un mostro immortale alle calcagna non sarà facile.

Parlando di gameplay nudo e crudo, chiunque abbia già passeggiato tra gli alberi dello Slender originale si sentirà perfettamente a proprio agio con le "nuove" meccaniche. L'offerta di The Arrival si articola in un binomio di esplorazione e "fuga/raccolta", che vede preponderante la prima nell'introduzione e nelle brevi sezioni diurne e la seconda in quelle dove regna l'oscurità (come nel complesso minerario) e nelle fasi notturne. Proprio queste ultime, pur riuscendo a trasmettere alla perfezione la sensazione d'essere costantemente braccati, rischiano alla lunga di diventare frustranti a causa di una difficoltà non calibrata nel migliore dei modi.

Già dal secondo livello (The Eight Pages) ci si accorge di come la ricerca delle 8 dannate pagine nelle 10 location proposte finirà per costare un numero esorbitante di tentativi, con uno Slender imbattibile che alle volte pare quasi giocare sporco comparendo di fronte al giocatore in corsa e rendendo di fatto l'impatto inevitabile.

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Nelle sezioni diurne, viene lasciato spazio all'esplorazione e alla raccolta di lettere e appunti vari. Già che ci siamo, una sbirciatina tranquilla al panorama aiuta a rincuorarsi.

Maggiore sarà il numero di pagine in possesso, maggiore sarà la voracità del mostro e la frequenza delle visite, che costringeranno ad un brusco dietro front o ad un inaspettato cambio di marcia e, nella maggior parte dei casi, faranno perdere la bussola al giocatore che, lo ricordiamo, è sprovvisto di una mappa dell'area. A meno di imparare a memoria di volta in volta la zona di gioco, dunque, la fortuna diventa una componente decisiva nell'operazione di raccolta. E fidatevi, non sarà così spesso dalla vostra parte.

Inizia così a delinearsi il primo passo falso di questo The Arrival, che se da un lato mostra una buona vocazione cinematografica (ottimo l'effetto di distorsione statica della telecamera, così come la comparsa di fugaci ombre elusive, che ben spaventano), dall'altro rischia di far perdere di vista l'obiettivo principale (dilazionato in più livelli) sacrificandolo all'altare del desiderio di "spaventare" (e punire) ad ogni costo. Un problema che nel titolo d'esordio, circoscritto ad una sola ambientazione e del tutto privo di un tessuto narrativo, non si sentiva con lo stesso impatto.

Ancor più fastidiosa, tuttavia, è la pedissequa ripetizione delle medesime meccaniche per tutta la durata del gioco, che una volta terminato il primo scenario offre senza sosta un gameplay riassumibile con "interagisci con un numero X di oggetti mentre tenti di scappare dalle grinfie dell'inseguitore di turno". Nel terzo scenario, ambientato in un impianto minerario abbandonato, il giocatore dovrà riattivare sei generatori di corrente per alimentare un enorme ascensore mentre un demone dalle fattezze femminili e dalla corsa fulminea lo rincorrerà lungo i labirintici corridoi della struttura.

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L'impianto grafico di The Arrival si assesta su livelli più che soddisfacenti, trattandosi di un titolo poco più che indipendente. Ottimo invece il comparto sonoro.

Nel livello successivo (Flashback), invece, sarà necessario chiudere rapidamente una serie di finestre per impedire ad un nuovo inquietante fantasma di raggiungerci e, per l'ennesima volta, di obbligarci al nuovo tentativo. Il tutto, ovviamente, col caro vecchio Slendy che farà occasionale capolino là dove meno lo si aspetta.

"Fastidiosa, tuttavia, è la pedissequa ripetizione delle medesime meccaniche per tutta la durata del gioco"

Tali meccaniche si esauriscono pertanto rapidamente nel "raccogli qualcosa" e "cerca di non farti prendere", il che a conti fatti va più che bene per un gioco indie gettato nella mischia dell'internet ma appare un po' risicato per un titolo retail come questo. Sia chiaro, essere inseguiti dallo Slenderman (e soci) è un'esperienza che toglie il fiato e accappona la pelle, e senza dubbio stiamo parlando di un gioco capace di spingere al limite l'autocontrollo del giocatore. L'eccessiva ripetizione, tuttavia, finisce per indebolire parzialmente quanto di buono l'atmosfera ha saputo creare.

Anche l'introduzione dell'elemento randomico nella dislocazione delle pagine/generatori/finestre e degli oggetti collezionabili o nella stessa collocazione di elementi di scena non basta a scrollare di dosso l'assenza di acuti del gameplay, che non offre variazioni significative per tutta la durata del gioco. Durata che, dal canto proprio, spazia dall'ora risicata (qualora la fortuna giochi pesantemente a vostro vantaggio) alle due, massimo tre ore effettive nel caso di pause forzate o giri a vuoto per la mappa. Chiunque voglia approfondire la narrazione potrà andare alla caccia dei collezionabili (appunti, disegni, corrispondenza tra Kate e Lauren), scoprendo in questo modo alcuni interessanti retroscena sull'infanzia della protagonista e allungando ulteriormente la non eccelsa longevità.

Il teaser di Slender: The Arrival.

Se dunque il gameplay nella sua semplicità zoppica un po' alla prova del tempo, ungiudizio più positivo lo merita il comparto tecnologico. Il motore grafico regala scorci ispirati e godibili, non certo paragonabili agli standard più alti dell'industria attuale ma decisamente soddisfacenti per un titolo prodotto da una one-man-company (Parsec Production) e con un publisher (Blu Isle Studios) ai limiti dell'indipendente. Perfezione sfiorata invece dal comparto sonoro, che regala musiche particolarmente azzeccate e, più di ogni altra cosa, un set di effetti sonori estremamente verosimili e utilizzati con diabolica astuzia.

"Slender: The Arrival non è perfetto ma rappresenta una voce interessante nel panorama dell'horror"

Seppur l'aspetto meglio riuscito della produzione sembri davvero essere l'eccellente sound design, non dare una chance a The Arrival sarebbe un errore, specie per gli appassionati della creatura di Mark Hadley e dell'horror in generale. Impossibile negarne i difetti ma allo stesso tempo non sono poi molti i titoli capaci di capitalizzare in questo modo quel senso di impotenza e di oppressione che avevano decretato il successo del primo episodio e che tornano, con alcuni se e alcuni ma, anche in questo secondo.

Slender: The Arrival non è perfetto ma rappresenta una voce interessante nel panorama dell'horror videoludico. Fossero state ulteriormente affinate e approfondite le sue meccaniche, probabilmente ci troveremmo di fronte ad uno dei migliori horror dell'ultimo periodo. Considerando però l'esborso di 10$ richiesto per affrontare l'infantile paura dell'uomo nero, è difficile non consigliarlo agli amanti del genere: la ripetitività può essere un brutto mostro da affrontare, ma dopo averlo provato ricorderete per quale motivo, da bambini, dormivate con la luce accesa.

7 / 10

Leggi la nostra guida al punteggio Slender: The Arrival - review Alberto Destro L'uomo nero fa ancora paura. 2013-04-19T12:19:00+02:00 7 10

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