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Amsterdam: un po’ come Shambhala

Una storia quasi vera di amicizia, lealtà, amore.

Amsterdam è il nuovo film di David O. Russell, autore di The Fighter, Il Lato Positivo e American Hustle, la cui ultima regia risale al 2015 con Joy. Siamo nel 1933, a New York vive e opera il Dottor Burt Berendsen (Christian Bale), un reduce della guerra ferito nel corpo e nello spirito, che aiuta con metodi assai empirici altri reduci respinti dal sistema. Questo suo atteggiamento lo ha fatto espellere dall’ambiente di lusso di Park Avenue, dove operava prima della guerra, e dalla ricca famiglia della moglie, che lo ha sfrattato.

A rendergli la vita meno amara c’è l’amico Harold (John David Washington), avvocato che lotta per far avere giustizia a chi non se la può permettere. I due si sono conosciuti sul fronte francese, lottando fianco a fianco contro razzismo e discriminazioni, oltre che contro i tedeschi. Là hanno conosciuto la bellissima Valerie (Margot Robbie), eroica infermiera, ragazza folle e geniale, in fuga da una ricca famiglia che le voleva limitare la vita e per qualche anno avevano convissuto ad Amsterdam, in felice anarchia.

Tre ribelli trasgressivi, tre eroici libertari.

I tre, legati da un rapporto di amore/amicizia capace di superare tempo e spazio, si ritrovano a indagare sulla morte di un generale loro caro amico e restano coinvolti in un complotto che mette a rischio le loro esistenze. Perché nell’ombra si muovono i ricchi filonazisti della città, che stanno organizzando un colpo di stato contro Roosevelt (del fatto realmente avvenuto, chiamato Business Plot, si era anche occupato Philip Roth con il suo libro ‘Il complotto contro l’America’, da cui è stata tratta una serie tv HBO). Troveranno un alleato nel mitico generale in pensione Dillenbeck (Robert De Niro), che farà da esca per i congiurati.

A raccontarla brevemente sembra anche una storia interessante, peccato che Amsterdam duri 134 minuti, troppi, che lo rendono un film piacevole ma prolisso, cui avrebbe giovato una maggiore stringatezza. La narrazione genera infatti un senso di saturazione/stanchezza all’ennesima sottotrama, all’ennesima deviazione narrativa, mentre si va avanti e indietro nel tempo fin troppe volte, anche quando non sarebbe necessario, come un racconto con troppe digressioni. E troppe sono le spiegazioni e troppo il voice over.

Tutto questo rende il film alla fine stucchevole mentre ondeggia fra Agatha Christie e Wes Anderson. Eppure, non tutto sarebbe da buttare. Oltre all’accurata ambientazione e alla bella fotografia del grande Emmanuel Lubezki, il nucleo della storia sarebbe valido e si rivelano riusciti alcuni dei personaggi, nella loro eccentricità, nel loro essere proprio fuori dai canoni, specie il tenerissimo Dottore interpretato da un meraviglioso Christian Bale.

Lo splendido disgustato di Robert De Niro.

Sfocato John David Washington, stupenda Margot Robbie, ottimi tutti gli altri, pur rinchiusi dentro la stilizzazione dei rispettivi personaggi, un vero dream cast, composto da (elenchiamo) Anya Taylor-Joy, Rami Malek, Michael Shannon, Chris Rock, Zoe Saldana, Timothy Olyphant, Andrea Riseborough, Mike Myers, Alessandro Nivola, Matthias Schoenaerts e perfinoTaylor Swift.

Purtroppo, così si spreca anche il “messaggio” conclusivo, che sarebbe valido, con una chiara allusione ai giorni nostri, come si può ricavare dal discorso finale del vero Generale dei Marine Butler, rifatto nel film da uno splendido Robert De Niro, la cui espressione ormai abituale, di amaro disgusto, è perfetta per quei tempi lontani, così come per i nostri.

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Giuliana Molteni

Contributor

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