Kane & Lynch 2: Dog Days

Una seconda occasione non la si nega a nessuno…

Correva il novembre del 2007 quando il dinamico duo di Kane e Lynch fece la sua apparizione sui nostri monitor. Il gioco, preceduto all'epoca da un battage mediatico di tutto rispetto, non si rivelò poi all'altezza delle aspettative, complice la fretta con la quale Eidos costrinse i danesi di Io Interactive a ultimarlo.

A distanza di quasi tre anni, però, il team di Copenhagen reso famoso più dal sicario pelato di Hitman che non dai due avanzi di galera dei quali ci apprestiamo a scrivere, tenta di riabilitare le sorti di questo brand e, perché no, anche la sua stessa credibilità nell'ambito dello sviluppo.

Il risultato è senza dubbio migliore di quello ottenuto dal predecessore (d'altronde, con un Metacritic di 65 il compito non appare proibitivo), eppure mancano quelle rifiniture in grado di fare di questo titolo un capolavoro.

La prima cosa che balza all'occhio è indubbiamente lo stile grafico: come già detto anche in sede di anteprima, Dog Days è un omaggio al regista Michael Mann, che da qualche anno a questa parte si è convertito all'uso della telecamera digitale. Film come Heat – La Sfida, Collateral e Miami Vice, paiono essere le muse ispiratrici di questo gioco che presenta immagini volutamente spixellate, fonti luminose che lasciano scie sullo schermo, e tutto quel corollario di difetti "alla YouTube", qui volutamente trasformati in vezzi, che ormai la nostra generazione ben conosce.

Ecco il video pubblicitario censurato dalla televisione inglese.

Non è però solo la "fotografia" a fare felice qualsiasi cinefilo incallito; anche la regia, infatti, si dimostra ricca di virtuosismi, ricreando la sensazione di telecamera a mano (comunque disabilitabile) contraddistinta da frequenti sussulti dell'obiettivo, soprattutto durante le scene concitate, e mostrando inquadrature che spesso non tengono il soggetto al centro, quasi a simulare che quanto si vede a schermo sia ripreso da un cameraman virtuale alle prime armi.

Ovviamente ci sarà chi gradirà questa impostazione e chi no: chi scrive l'ha apprezzata particolarmente, soprattutto perché riesce a garantire al gioco una sua identità in un mondo nel quale degli shooter in terza persona si è ormai perso il conto. Si rivela poi azzeccata la scelta di ambientare la storia in una Shanghai perfettamente ricreata al punto da sfiorare il fotorealismo, dove la ricchezza e l'opulenza dei quartieri ricchi sono un miraggio nell'orizzonte della skyline, mentre i nostri si muovono per i sobborghi fatti di case popolari, sporco e degrado.

Il single player

Superate però le dissertazioni sull'estetica ci si deve concentrare su ciò che è il gameplay di questo secondo capitolo di Kane & Lynch, e quello che ci resta in mano non è che uno dei tanti titoli dei quali è ormai saturo il mercato, ovvero uno sparatutto con sistema di copertura.

Sia chiaro, questa impostazione è comune anche a campioni di incassi (e di critica) quali Gears of War e Uncharted, però nel nostro caso manca quel qualcosa capace di elevare il gioco nell'Olimpo del genere.

Della grafica abbiamo già detto, della trama non ancora: la storia, alquanto "tarantiniana", vede Kane raggiungere il compagno Lynch a Shanghai per concludere una consegna di armi di contrabbando che dovrebbe fruttare abbastanza soldi da permettere a entrambi di ritirarsi a migliore vita. Prima di procedere all'incontro con Glazer, un malavitoso inglese trapiantatosi in Cina, Lynch chiede però a Kane di accompagnarlo a concludere un lavoretto. Un tale Brady merita una lezione e i due si dirigono a casa del bersaglio per insegnargli le buone maniere.

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