Heavy Rain

Il momento delle risposte.

Sin dal suo primissimo annuncio, Heavy Rain ha sempre fatto discutere, suscitando dubbi e perplessità, oltre che una domanda fondamentale a cui molti, noi compresi, in questi mesi hanno cercato di dare una risposta: videogioco o film interattivo?

Dopo aver trascorso diversi giorni a caccia dell’Assassino dell’Origami, ho però capito una cosa assolutamente fondamentale ai fini della comprensione del prodotto e, più in generale, ai fini della qualità dell’intera esperienza: la riposta non conta.

Con il passare delle ore e il conseguente rafforzamento del mio legame con i quattro protagonisti, il desiderio di “etichettare” il Heavy Rain è infatti passato totalmente in secondo piano, oscurato da emozioni che mai avrei pensato di poter provare di fronte ad un qualsiasi videogioco. Quantic Dream ha dato vita a un qualcosa di unico, non solo per quanto riguarda la categoria d’appartenenza del prodotto ma per l’intero panorama videoludico, presente e passato: ha creato la prima, vera esperienza interattiva.

La storia, incentrata sulle peripezie di Madison Paige, Ethan Mars, Norman Jayden e Scott Shelby, e il loro legame con l’Assassino dell’Origami, si discosta infatti dai canoni tipici delle avventure grafiche sotto vari aspetti, non solo strutturali ma anche concettuali. Certo, le colonne portanti di questo genere sono state confermate, ma al tempo stesso gli sviluppatori le hanno ampliate ed esaltate, elevandole verso standard che, fino a pochi anni fa, molti non credevano neanche possibili.

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In molte occasioni le inquadrature multiple si riveleranno fondamentali ai fini della narrazione.

Che cosa vuol dire? Semplice, che il coinvolgimento e l’intensità dell’esperienza raggiungono picchi così elevati da risultare spesso del tutto inaspettati. Il senso d’immersione nella realtà proposta non è infatti paragonabile a quello di nessun altro titolo presente sul mercato e questo non solo grazie a una storyline avvincente e ricca di colpi di scena, ma soprattutto per merito dei personaggi che siamo chiamati a impersonare.

L’introspezione psicologica dei protagonisti, comprensiva di paure, ansie, perplessità, sogni, incubi, speranze e dubbi, riflette infatti la più intima essenza di tutti noi… persone comuni, spesso proiettate in situazioni che non gli appartengono, impreparate ma costrette a fronteggiare ostacoli che non avrebbero mai pensato potessero riguardarli. Persone come noi.

Si tratta quindi di personaggi semplici, reali e più veri di quanto possano sembrare, molti diversi l’uno dall’altro, ognuno con particolari debolezze il cui fine ultimo è esclusivamente quello di rafforzare il loro legame con noi, favorendo così un naturale processo d’immedesimazione volto a portare il coinvolgimento a livelli che fino ad oggi potevano essere solo immaginati. Un processo riuscito in pieno, in grado di proiettarci, anima e corpo, nella realtà proposta.

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