Cloudbuilt - review

Esplorando castelli in aria.

Al giorno d'oggi è difficile trovare dei videogiochi che siano facilmente inquadrabili nel proprio genere di riferimento. È molto più facile che un tiolo abbia un piede in due staffe o anche di più, ponendosi come un collage di generi, una compenetrazione tra più elementi che a volte dà ottimi risultati, altre volte no.

Talvolta però fa piacere ritrovarsi a parlare di un titolo che possiamo definire, senza difficoltà, con una sola parola. Cloudbuilt è un platform, un esempio puro del termine, come lo erano al suo tempo Alex Kidd o Sonic, anche se forse non così ispirato.

Il titolo vede il giocatore nei panni di Demi, una veterana ferita in guerra che ora si ritrova ad affrontare delle lunghe, impervie sedute di riabilitazione. La peculiarità sta nel fatto che non è il corpo di Demi ad essere danneggiato, ma la sua mente. Per ripararla, l'agile soldatessa dovrà quindi esplorare i meandri del proprio ego, facendosi strada di livello in livello sino al raggiungimento della tanto agognata sanità mentale.

Il problema? La psiche disastrata della protagonista è rappresentata sotto forma di una serie di intricati tracciati, espansi sia verticalmente che orizzontalmente, che il giocatore dovrà attraversare il più velocemente possibile, facendo attenzione ovviamente a non cadere nel baratro azzurro in cui sono sospese le varie piattaforme.

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L'interfaccia è piuttosto semplice. Due indicatori: uno per la vita e uno per l'energia del jet pack.

Semplice, veloce, adrenalinico. Cloudbuilt punta quindi sulla semplicità, dando al giocatore solo una minima infarinatura della trama che fa da sfondo al gioco, in modo tale da gettarlo subito a capofitto nell'azione, così, senza troppi complimenti. C'è solo un brevissimo tutorial e poi via, abbandonati a noi stessi senza filmati o altri intrallazzi.

"Semplice, veloce, adrenalinico"

Così presentato il titolo non sembra quindi essere eccessivamente dissimile da un qualunque altro gioco del genere, non fosse che Cloudbuilt punta sulla smodata velocità dei suoi livelli/tracciati. Non dovremo infatti solo raggiungere il traguardo, ma fare in modo di raggiungerlo il più velocemente possibile.

Per far ciò potremo contare su un personaggio agile e dalla grande mobilità, in grado di camminare sui muri, saltare per grandi distanze e distruggere alcuni ostacoli grazie a un potente laser montato su un braccio (chi ha detto Megaman?).

Avremo inoltre un jetpack in grado di aiutarci a migliorare, per brevi periodi queste abilità. Attivandolo potremo saltare più lontano o planare per brevi distanze, scattare per evitare le trappole, scalare pareti più alte e così via.

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L'azione veloce e il particolare stile grafico rendono Cloudbuilt immediatamente distinguibile.

Si tratta, è vero, di elementi che sanno di già visto, ma nel loro insieme funzionano più che bene, o meglio funzionerebbero più che bene se il gioco non fosse afflitto da un sistema di controllo piuttosto ostico. Non solo non è possibile utilizzare un pad, che si adatterebbe meglio allo stile del gioco, ma il sistema di controllo presenta numerose e opinabili scelte che ci hanno reso la vita non poco complicata.

"Cloudbuilt punta sulla smodata velocità con cui si svolgono i suoi livelli"

La necessità ad esempio di muovere la visuale per inquadrare la parete verso la quale si vuole saltare ci conferisce sì maggiore controllo sul personaggio, ma rende anche più caotico il movimento, soprattutto nei momenti più concitati o in presenza di ostacoli particolarmente ardui. Stesso discorso vale quado siamo costretti ad utilizzare il jet pack per aumentare la nostra velocità, tanto che spesso una fase di boost termina con una rovinosa caduta.

Un vero peccato, soprattutto considerando che il gioco per sua stessa natura ci sprona ad utilizzare tutte le capacità del nostro personaggio. Per terminare velocemente il livello o migliorare il nostro tempo dovremo infatti provare e riprovare tutti i vari percorsi disponibili, in modo tale da trovare quello più veloce, con meno trappole e con meno nemici.

Una cosa più facile a dirsi che a farsi visto il sistema di controllo che richiede, per essere padroneggiato, almeno due o tre ore di gioco intenso. Non ci è servito così tanto tempo invece per incominciare ad apprezzare lo stile grafico del titolo. Cloudbuilt è infatti impreziosito da un comparto visivo in cel shading, associato ad una serie di filtri in grado di rendere la situazione ancora più irreale e grottesca.

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Cloudbuilt propone una serie di costruzioni sospese in aria complesse e d'impatto, ma dopo un po' le rovine dovrebbero lasciar spazio ad ambientazioni più diversificate.

L'atto stesso del personaggio di entrare nella propria psiche nella speranza di guarirsi è elegantemente sottinteso. Non siamo ai fasti di giochi come Psychonauts ovviamente, ma Cloudbuilt riesce a difendersi anche dal punto di vista stilistico, mostrando uno stile manga/futuristico apprezzabile e senza troppe pretese.

"Cloudbuilt riesce a difendersi anche dal punto di vista stilistico"

Insomma siamo di fronte a un titolo interessante, senza dubbio, ma che mostra comunque parecchie piccole incongruenze. Non ci si spiega ad esempio perché non sia stata protratta una maggiore attenzione nella differenziazione dei livelli che, pur profondamente diversi a livello strutturale, sembrano tutti uguali graficamente parlando.

Lo stesso si può dire dei nemici che, pur in linea col comparto visivo e opportunamente progettati per ostacolare la vostra corsa, saranno proposti sino alla noia più e più volte già nello stesso livello.

In conclusione Cloudbuilt sembra comunque un titolo sufficientemente interessante che, pur non eccessivamente innovativo o particolare, riesce a divertire. Il problema è che il gioco non solo non è stato raffinato ma è, sin dall'inizio, troppo ripetitivo.

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La nostra stanza d'ospedale è l'hub da cui partire per le nostre missioni. Di sicuro non si tratta di una situazione di tutti i giorni.

L'idea di inserire meccaniche da parkour in un contesto del genere è ottima ma i livelli sono, non per struttura ma per stile, troppo simili tra loro. Si tratta quasi sempre di rovine e pareti futuristiche che, per quanto ben realizzate, dopo un po' inizieranno a stufare.

Ciò detto va comunque fatto un plauso agli sviluppatori di Coilworks che, nonostante fossero al loro primo titolo, sono riusciti a realizzare un prodotto originale e fuori dagli schemi che, fosse stato raffinato un po' meglio, avrebbe potuto tranquillamente aspirare a un voto più alto. Da provare in attesa di un più che probabile calo di prezzo.

7 /10

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Riguardo l'autore

Fabio Davide

Fabio Davide

Redattore

Giocatore fin dalla più tenera età, fagocita di tutto ma digerisce solo i veri capolavori. Dopo 7 anni nel settore del gaming aveva pensato di trovarsi un lavoro nella ristorazione, ma poi ha ceduto al fascino di Eurogamer.

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