Ready Player One - recensione

Bisogna stare al gioco.

"Un giorno qualcuno ti tirerà un pugno". Una frase, questa, che mia madre mi ha ripetuto più volte da giovane, quando mi vedeva rapportarmi a qualcuno in modo un po' troppo... diretto. Crescendo ha smesso di dirmelo ma non perché sia migliorato caratterialmente, quanto perché ormai ho raggiunto quell'età in cui anche le mamme capiscono che è tardi per rimediare. Stranamente, però, nessuno mi ha ancora tirato un pugno.

L'essere troppo diretto, troppo schietto, è uno dei difetti che oggettivamente so di avere. Mi ha causato non pochi problemi in passato e altri me ne causerà in futuro. Un futuro magari molto prossimo, visto che mi appresto a recensire Ready Player One, e che quanto sto per scrivere probabilmente non vi troverà d'accordo. E poi, in tutta onestà, devo dirvi anche un paio di cose: la prima è che non sono mai riuscito a finire il libro di Ernest Cline, la seconda è che il film non mi è piaciuto (anche se alla fine vi consiglierò di andarlo a vedere).

Cominciamo dal libro, che ci racconta che nell'anno 2045 la popolazione mondiale vive in condizioni precarie in un mondo rovinato dall'inquinamento e dalla sovrappopolazione (wow!). Così rovinato che l'unica soluzione pare vivere nella realtà virtuali di OASIS, creata dal geniale game designer James Halliday. Che però è morto da poco, lasciando in eredità ai posteri il Gioco di Anorak, tre sfide (ma sarebbe meglio dire 'quest') superate le quali il vincitore diverrà il proprietario di OASIS ed entrerà in possesso di una cifra spropositata di soldi.

Ora, proviamo a decontestualizzare per un attimo questo preambolo e a immaginarcelo in un qualsiasi videogame. Qualcuno si strapperebbe i capelli per l'originalità? Ne dubito, noi tutti ricordiamo decine di giochi che sono inizati promettendoci inenarrabili fortune risolvendo missioni. Ed è questo il motivo per cui ho smesso ben presto di leggere il libro, pur sapendo che era idolatrato da tutti i gamer, e che non potevo non leggerlo vista la mia professione. Ma abbiate pazienza, non ce l'ho fatta.

Guardiamo però il lato positivo della vicenda: oggi il web sarà pieno di recensioni scritte da persone che si dichiareranno i fan numero 1 del libro, che diranno di conoscerne ogni riga e che potrebbero ripetere a memoria tutte le citazioni in esso presenti. Questa, invece, per lo meno è una recensione che parte da premesse diverse, ossia di chi giudica il film per quello è.

E Ready Player One è un film ben girato, d'altronde il regista è Steven Spielberg. Ma stando a quanto leggo Warner Bros., che ha acquistato i diritti del romanzo nel 2010, prima che a lui ha proposto la direzione della pellicola a Christopher Nolan, Robert Zemeckis, Matthew Vaughn, Edgar Wright e Peter Jackson. E darei non so cosa per sapere il perché di questa lunga trafila di registi (di successo) mancati.

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Un guanto e una tuta per entrare nel cyberspazio. Un po' come ne Il tagliaerbe del 1992.

Sul fronte della sceneggiatura, invece, c'è da evidenziare che l'autore del libro, Ernest Cline, nel vendere i diritti a Warner Bros. ha imposto una clausola non da poco: essere coinvolto in qualsiasi stesura della sceneggiatura. Cercando per la rete si scopre così che la gestazione del film è durata ben quattro anni, durante i quali il copione è stato revisionato due volte dallo stesso Cline, che poi però è passato a Eric Eason, quindi a Zak Penn. Impossibile dire dove inizino i cromosomi dell'uno e finiscano quelli dell'altro, ma il concepimento non pare essere stato semplice e il risultato, a detta dei miei colleghi presenti in sala, è che del libro è rimasta giusto l'intelaiatura, la premessa iniziale.

La storia, come ben sa chi ha letto Ready Player One, alterna il virtuale al reale secondo una formula già vista in Tron. E come in Tron, a mettere i bastoni tra le ruote ai protagonisti (dai nomi pittoreschi quali Parzival, Art3mis, Aech, Daito e Shoto) troviamo i cattivi della multinazionale (perché le multinazionali sono sempre cattive) IOI, che si avvale di agenti in carne ed ossa che agiscono nel cyberspazio.

Ma mentre alle spalle del capolavoro targato Disney c'era un discorso politico e sociale (per inciso, correva il 1982), stavolta i cattivi hanno un solo obiettivo: prendere il controllo di OASIS prima che lo facciano i protagonisti. Ovviamente a capo della IOI non può che esserci un manager in giacca e cravatta, spietato e fisiognomicamente antipatico (Ben Mendelsohn, visto recentemente in Rogue One,), affiancato dalla solita donna bella e altrettanto spietata (Hannah John-Kamen).

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Gli ammiccamenti ai gamer si sprecano e questo fotogramma mostra che il film si concede qualche libertà rispetto al libro del 2010.

Con premesse analoghe sarebbe difficile aspettarsi un finale sorprendente, e infatti così è. Tranquilli, non rischierò alcuno spoiler, ma sono piuttosto sicuro che quando uscirete dalla sala cinematografica realizzerete di aver già sentito più e più volte il messaggio di cui si fa portatrice la pellicola. Ossia va bene il virtuale però anche la real life, ragazzi, non trascuratela. E poi che uniti si vince, ed evviva l'amicizia.

Ciò che invece distingue Ready Player One dal resto (dei libri, come dei film) è l'esagerato citazionismo che strabocca da ogni fotogramma. Al punto che c'è chi in 5 minuti di trailer ha individuato riferimenti a Duke Nukem, Joust, Akira, Tomb Raider, Christine: la macchina infernale, Street Fighter, Mass Effect, Street Fighter, Battletoads, Battleborne, Mortal Kombat, Overwatch e Halo. E volevamo farci mancare una spruzzatina di Ritorno al Futuro? Ovviamente no, ed ecco che all'inizio del film vedremo subito una DeLorean. Tutto questo, lo ricordo, deriva dall'analisi di 5 minuti di trailer effettuata dai colleghi di EveryEye. Provate a moltiplicarlo per i 140 minuti di durata del film, e avrete un vero proprio bombardamento citazionista che può provocare solo due reazioni: amore a prima vista (tutta la sala cinematografica) o un certo affaticamento (il sottoscritto).

Affaticamento dovuto nel mio caso a una questione molto semplice. Immaginate di trovarvi in una stanza con una persona che vi guarda e ammicca. Inizialmente provate simpatia e ricambiate con un sorriso. Poi però subito dopo notate che ammicca anche al vostro amico. E poi al signore a fianco al vostro amico, quindi a quello a fianco ancora, e infine a tutte le persone presenti nella sala. Ed ecco che di colpo quella persona che inizialmente vi sembrava simpatica, finisce per sembrarvi un'altra cosa: un paraculo. Ed è questo ciò che è Ready Player One.

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Il protagonista è Tye Kayle Sheridan, già visto anche in X-Men: Apocalisse.

Mentre però il libro è del 2010, il film è del 2018. Cioè, mentre il libro col suo smisurato elogio della cultura nerd otto anni fa vantava un minimo di originalità perché inserito in un contesto storico diverso, oggi invece è superfluo e ridondante. Viviamo in un periodo in cui l'orgoglio nerd, di chi nerd lo è stato veramente e ha vissuto come una rivincita l'affermarsi della propria cultura (come il sottoscritto, che a scuola era "lo sfigato dei videogiochi"), è stato fagocitato, digerito e... vabbè, ci siamo capiti, da una società che ha deciso che nerd è bello senza ormai neanche sapere più perché. In cui ci sono persone che si fingono gamer e che vanno in giro con magliette 'da nerd' che non sanno neanche bene che significhino, e che non hanno mai giocato i videogame cui esse si riferiscono.

Per cui laddove qualche anno fa, dopo aver assistito a questo film, sarei uscito dal cinema tronfio, orgoglioso di veder riconosciuta dal mondo una passione che negli anni '80 andava quasi taciuta con pudore, oggi assisto allo stesso messaggio sbuffando per la stanchezza, e osservando con un certo cinismo come un libro furbo ma comunque uscito al momento giusto si sia trasformato in un film che propugna un messaggio fuori tempo massimo e che, forse consapevole del ritardo, prova ad aggiornarsi con rimandi a Minecraft e Overwatch.

E poi, scusate, ma sono stufo di questo trend anni '80. O meglio, mi annoia il fatto che basti mettere un qualsiasi riferimento a quel periodo per sentirsi subito cool. Ho apprezzato il citazionismo di Stranger Things, la maglietta dei Duran Duran di Thor Ragnarok mi è sembrata già sfacciata, con Stranger Things 2 ho avvertito i primi crampi, qui davvero si esagera. Anche se, va detto, la colonna sonora con Billy Idol, Van Halen, Howard Jones, New Order, Cyndi Lauper & Co., si ascolta che è un piacere.

Ma all'inizio anticipavo che vi avrei consigliato comunque di andare a vedere Ready Player One. E lo faccio per davvero, perché alla fine il film è ben diretto, gli effetti speciali sono fatti bene e perché, di tutto il cinema, sono stato l'unico a dissentire. E siccome non ho certo l'arroganza di pensare di essere l'unico dalla parte della ragione, di fronte a una platea galvanizzata è più probabile che sia io quello nel torto.

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Ecco una delle tante concessioni del film agli anni '80, insieme alla colonna sonora.

E quindi andate a vedere Ready Player One: con ogni probabilità uscirete dalla sala entusiasti e passerete le ore successive a fare a gara coi vostri amici a chi ha individuato più personaggi o colto più citazioni. Quando poi uscirà il Blu-ray, compratelo, perché questo è un film da guardare col fermo immagine, fotogramma dopo fotogramma, alla ricerca di quel dettaglio che al cinema senz'altro non avrete notato. E poi andate su internet a vedere se è rimasto qualcosa che ancora vi è sfuggito, o anche solo per scoprire da quale film provenga quella strana cantilena usata da Art3mis nel finale.

Ready Player One è pensato proprio questo e in questo riesce benissimo. A patto, però, di voler stare al gioco.

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Riguardo l'autore

Stefano Silvestri

Stefano Silvestri

Editor in Chief, EG.it

Il suo passato è costellato di tutto ciò che è stato giocabile negli ultimi 30 anni. Dal ’95 a oggi riesce a fare della sua passione un mestiere, non senza una grande ostinazione e un pizzico di incoscienza.

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