The Witcher - recensione

Lo Strigo esordisce su Netflix. Ecco il nostro giudizio dopo aver visto i primi cinque episodi.

Per strano che possa sembrare, permettetemi di cominciare con una divagazione. Che però, vedrete, è funzionale a quanto sto per scrivere.

Poco più di un mese fa sono stato per la prima volta in vita mia a Tokyo. Il che ha dell'incredibile, visto che faccio il giornalista di videogiochi da 25 anni ma la vita, si sa, è imprevedibile. Con l'albergo nel quartiere di Shinjuku, è stato un attimo ritrovarsi a nell'area di Kabukicho alla quale, sapevo, è ispirato il quartiere immaginario di Kamurocho della serie Yakuza.

Quello che non immaginavo era che la trasposizione operata da Sega è stata quasi in scala 1:1. Al punto che dopo un po' ho messo via Google Maps e ho iniziato a muovermi andando a memoria. Perché in quelle strade ho giocato, corso e combattuto per centinaia di ore.

Il punto, però, è che la Kamurocho virtuale non è al 100% come Kabukicho. Il grattacielo al centro del quartiere c'è come nel videogioco ma è l'Hotel Gracery. E il suo perimetro non è esattamente quello che conoscevo. Anche Cinecity Square è leggermente diversa: è più stretta, più lunga e il fondo della piazza è chiuso da una costruzione più bassa.

Il risultato, paradossale, è che avendo conosciuto per prima la controparte digitale di Kabukicho, in alcuni punti la realtà non mi è sembrata veritiera. E siccome siete intelligenti, avete capito dove voglio andare a parare.

La saga di The Witcher infatti non l'ho conosciuta grazie ai libri dello scrittore polacco Andrzej Sapkowski, ma attraverso i videogame di CD Projekt. I libri li ho anche in libreria, sia chiaro, ma non ho mai trovato un'esatta corrispondenza tra quello che era scritto e ciò che, ormai, era il mio immaginario dopo centinaia di ore di gioco. Come in un puntata de Ai Confini della Realtà, erano due dimensioni uguali eppure al tempo stesso diverse. Come Kabukicho e Kamurocho.

Fatta allora questa premessa, se non altro per onestà intellettuale nei vostri confronti, nell'approcciarsi alla serie televisiva di The Witcher bisogna farsi un esame di coscienza: chi è il vostro Geralt di Rivia? Quello che avete immaginato leggendo i libri o quello che avete impersonato nei videogiochi? In base alla vostra risposta il vostro giudizio sulla nuova serie di Netflix potrebbe cambiare. O forse no, perché sebbene gli sceneggiatori abbiano dichiarato che la serie è tratta dai libri, i richiami alla controparte videoludica sono comunque evidenti.

Quale che sia la strada da cui avete iniziato il vostro cammino verso i mondi ideati da Andrzej Sapkowski, il punto d'arrivo sarà lo stesso. Perché dopo aver visto in anteprima i primi 5 episodi, quello che abbiamo di fronte è uno show televisivo che ha le carte in regola per piacere sia ai lettori, sia ai videogiocatori.

La sinossi divulgata da Netflix è abbastanza semplice: "The Witcher, serie fantasy basata sull'omonima saga bestseller, è il racconto epico di una famiglia e del suo destino. Geralt di Rivia, un solitario cacciatore di mostri, lotta per trovare il proprio posto in un mondo in cui le persone spesso si dimostrano più malvagie delle bestie. Il suo destino si intreccerà poi con quello di una potente strega e una giovane principessa con un pericoloso segreto. I tre si ritroveranno ad attraversare insieme un mondo sempre più instabile".

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Qual è il vero volto dello Strigo? Quello dei libri? Quello dei videogiochi, che cambia ogni volta? Le levate di scudi contro Henry Cavill sono di difficile comprensione.

E questo è esattamente quanto accade negli episodi che abbiamo visto. Solo che in mezzo c'è tutto il resto, e non è poco. Cominciamo dal punto sul quale si è più discusso in questi mesi, ossia il protagonista. Henry Cavill (Superman, Mission: Impossible - Fallout e Justice League) è un Geralt di Rivia credibile? La risposta, a nostro personalissimo avviso, è affermativa. Anche perché in verità non esiste un "vero" Geralt di Rivia. A conferma di ciò, qui sopra trovate tutti i volti dello Strigo, dal suo esordio nel 2007 a oggi. Come potete vedere, siamo passati dagli esordi in stile "spacco bottilia, ammazzo familia", al Geralt che abbiamo ammirato e amato in The Witcher 3.

Insomma, non esiste un volto unico e univoco del personaggio creato da CD Projekt: c'è solo quello più attuale. Mentre se si vuole pensare ai libri... beh, in tal caso, partendo dalle descrizioni di Sapkowski ognuno se lo sarà immaginato a modo proprio. Detto ciò, Henry Cavill ha la giusta presenza scenica per essere un Geralt convincente. Al punto che se fossimo lo sviluppatore polacco, per un ipotetico quarto capitolo di The Witcher ci avvarremmo delle sue fattezze e della sua voce.

Quest'ultima, a dire il vero, è anche la cosa più sorprendente di Cavill: ascoltandolo parlare in originale, per timbro e impostazione sembra proprio il Geralt di CD Projekt. Peccato per la recitazione, altalenante, soprattutto quando vuole fare la faccia cattiva e finisce col tirare fuori il grugno, ottenendo un risultato involontariamente opposto.

Molto meglio, invece, quando resta serio e recita nel solco di quanto già visto nei vari Superman e Mission: Impossible. Ma va detto che Henry Cavill riesce a infondere al personaggio anche delle note sarcastiche e alle volte umoristiche (soprattutto se in compagnia del suo fidato bardo), che aggiungono spessore al 'suo' Geralt.

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Quando non tira fuori il mento per fare l'arrabbiato, Henry Cavill vanta una presenza scenica di tutto rispetto.

Ancorché diversa da quanto i videogiocatori hanno imparato ad ammirare è anche Yennefer, con la quale la bella Anya Chalotra prende confidenza ogni puntata che passa, fino allo spumeggiante quinto episodio dove molti cuori maschili verranno infranti (mi riferisco soprattutto a quelli di noi spettatori). Per quel poco che la si vede, invece, Anna Shaffer sembra fuori ruolo nei panni di Triss, mentre Freya Allan convince in quelli di Ciri. Sebbene Netflix le faccia interpretare la parte di una bambina, in realtà la ragazza ha 18 anni e se date un'occhiata al suo Instagram noterete differenze sostanziali.

Joey Batey, ossia il bardo Ranuncolo (Dandelion nel gioco) finisce invece con l'essere presto insopportabile. E sebbene, sia chiaro, la colpa è della sceneggiatura e non dell'attore, nella quinta puntata ci si trova a domandarsi perché Geralt non lo decapiti con un fendente. MyAnna Buring fa il suo dovere, ma nulla più, nei panni di un'algida Tissaia, mentre nella prima puntata, quando vedrete Stregobor, sappiate che è Lars Mikkelsen, fratello di quel Mads che i gamer hanno apprezzato in Death Stranding. Oltre a questi attori troviamo un cast di comprimari sconosciuti e non certo indimenticabili.

Il che è lo stesso giudizio che ci sentiamo di dare agli effetti speciali. Oltre a un abuso di green screen che a tratti risulta invadente, i mostri in computer grafica non si dimostrano all'altezza delle aspettative, e lo si capisce fin dai primi fotogrammi. Non che quelli interpretati da attori in carne ed ossa siano migliori, come la creatura che Geralt affronterà nella seconda puntata e la cui testa pare una maschera di gomma. Belle invece le coreografie dei combattimenti, che però sono meno frequenti di quanto fosse lecito aspettarsi.

In compenso la regia è di buon livello, e non poteva essere diversamente visto il coinvolgimento di professionisti quali Alik Sakharov (House of Cards, Il Trono di Spade), Alex Garcia Lopez (Luke Cage, Utopia), Charlotte Brändström (Outlander: l'ultimo vichingo, Counterpart e Disparue) e Marc Jobst (Tin Star, Marvel's The Punisher).

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L'apparizione di Emma Appleton nei panni della Principessa Renfri è fugace. E il combattimento che porta a questo fotogramma è spettacolare.

Ad averci davvero colpito (e in positivo) è stata soprattutto la fotografia. Alcuni scorci sono da cartolina e riescono a conferire alla produzione quel look e quel mood (mi si perdonino gl'inglesismi) tipici della serie. Quale? Ovviamente non quella dei libri, visto che Sapkowski ha solo tracciato i contorni di figure poi riempite dalla fantasia dei lettori, ma dei videogiochi.

Eppure questi non sono che tecnicismi. Perché la migliore regia e fotografia (e ovviamente il miglior cast) nulla potrebbero di fronte a una pessima sceneggiatura. Ma qui entra in scena non solo l'opera di adattamento televisivo ma soprattutto la forza di Andrzej Sapkowski, capace di creare un mondo fantasy vivido, credibile e in grado di mescolare sapientemente ingredienti non certo inediti in un unicum che lascia il segno.

Poi, probabilmente, i puristi della prima ora troveranno senz'altro qualcosa che non andrà bene, quel dettaglio che loro (e solo loro) saranno in grado di cogliere, ma per quello che ci riguarda lo spirito di The Witcher c'è tutto, e in cuor nostro abbiamo maledetto Netflix per averci messo a disposizione solamente le prime 5 puntate e non la serie completa. Perché abbiamo spento la televisione con una voglia matta di vedere di come andrà a finire la prima stagione, e questa è l'implicita conferma che la serie ha delle potenzialità.

Dove andranno a finire, in cosa andranno a sfociare, è però presto per dirlo. Una cosa però ci sentiamo di affermare: The Witcher non è il nuovo Game of Thrones, anche se in giro s'avverte una voglia di matta di incoronarlo come tale. È una serie intrinsecamente diversa, costruita attorno a un solo protagonista che regge sulle spalle tutto l'impianto narrativo. E per quanto sia comprensibile la voglia di fantasy di coloro rimasti orfani dei mondi di George R. R. Martin, crediamo che questo da questo accostamento forzato non possano che derivare danni a The Witcher. Che va preso per quello che è, e non per ciò che si vorrebbe che fosse.

Chi ha voglia di respirare atmosfere fantasy troverà comunque nella produzione di Netflix pane per i propri denti, con però un caveat: almeno negli episodi che abbiamo visto, The Witcher non fa nulla per raccontarsi. Il lato alchemico è del tutto trascurato (si vede Geralt bere occasionalmente delle pozioni, senza spiegare tutto quello che sta dietro), Kaer Morhen è accennato in una linea di dialogo e il processo di selezione (e creazione) dei Witcher è ancora carta bianca. Insomma, chi s'avvicina alla serie senza aver letto i libri o giocato i videogiochi, rischia di comprendere meno quanto accade sullo schermo.

Ma Geralt avrà tempo di raccontare le proprie origini. La showrunner Lauren Schmidt Hissrich ha infatti già annunciato la seconda stagione, composta da otto episodi: "Sono molto emozionata perché, ancora prima che gli spettatori abbiano la possibilità di guardare la prima stagione, siamo già in grado di confermare che torneremo nuovamente nel Continente per continuare a raccontare la storia di Geralt, Yennefer e Ciri, e mostrare il meraviglioso lavoro del cast tecnico e artistico". Le riprese inizieranno a Londra all'inizio del 2020 e il debutto della seconda stagione è previsto nel 2021. Mesi, questi, che ci sembreranno passare molto lentamente...

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Riguardo l'autore

Stefano Silvestri

Stefano Silvestri

Editor in Chief, EG.it

Il suo passato è costellato di tutto ciò che è stato giocabile negli ultimi 30 anni. Dal ’95 a oggi riesce a fare della sua passione un mestiere, non senza una grande ostinazione e un pizzico di incoscienza.

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