Ultras - recensione

La paranza dei tifosi.

Il vuoto va riempito, anche perché nel grande vuoto che ci circonda, rimbomba l'eco del nostro vuoto interiore. Questi vuoti ciascuno li riempie come può, come sa: spesso viene popolato da figure forti, ritrovando nell'appartenenza a un gruppo dalle regole ferree una ragione di vivere dove null'altro potrebbe fornirla, con un'ossessione fanatica che non è mai indice di personalità serena. Facile fare delle analisi da talk show da salotto e parlare di istruzione, di interessi, di cultura...

Casi da manuale sono quelli che riguardano le tifoserie nell'ambito del calcio, gli ultrà, quelli estremi, quelli sovente criminali, nelle cui fila si trovano elementi spesso così ai margini di qualunque socialità, da finire obbligatoriamente in quella "fossa", e non importa di quali colori sia.

Viene adesso distribuito su Netflix il film Ultras, una co-produzione con Mediaset e Indigo Film, diretto da Francesco Lettieri, affermato regista di video musicali per personaggi come Calcutta, Nada, The Giornalisti e soprattutto Liberato, che qui compone anche le musiche originali del film.

Il regista fin dai titoli di testa si premura di mettere una scritta che garantisce che non solo ogni riferimento a fatti o persone è casuale, ma che " i nomi delle tifoserie, le bandiere, i murales e gli striscioni sono di fantasia e i gruppi ultras partenopei non hanno contribuito alla realizzazione del film". Sarà perché rischiare di offendere qualcuno di quel giro, può essere davvero rischioso...

Il discorso di Lettieri però non va letto come una critica dell'ambiente ma come un'indagine sociologica dei suoi componenti. La storia, scritta dallo stesso regista insieme a Peppe Fiore (Non uccidere, The Young Pope), racconta la parabola di un microcosmo degenere, il gruppo di ultrà chiamato Apache, e i dissidi che si creano al suo interno fra i vecchi fondatori, tutti colpiti da vari Daspo, e una nuova stirpe di giovani e giovanissimi che è bloccata dalle "colpe dei padri", stanca di sottostare alle regole di leader che non riconosce più.

Ma loro farebbero ancora peggio e a farli infuriare sono i divieti imposti dal comportamento dei membri fondatori, dalla loro pretesa di mantenere il controllo. Quindi una storia che si potrebbe riversare su ambiti anche molti diversi, da Shakespeare in poi, con la metaforica uccisione della figura paterna, specie se non più all'altezza di quanto promesso e non mantenuto.

Protagonista della storia è Sandro, detto "Mohicano", capo storico del Club, che ogni giorno va a firmare in questura a causa di un daspo. Ha 50 anni, ha trovato un lavoro, fa le pulizie in un bagno sugli scogli del lungomare di Pozzuoli. Si occupa di Angelo, un ragazzo il cui fratello è morto proprio a causa della stessa tifoseria, in una specie di percorso catartico.

Incontra Terry, una donna dalla vita libera che gli piace moltissimo e gli fa pensare ad altro che alla vecchia compagnia. Sa di avere speso male il suo tempo e si illude di poter recuperare gli errori commessi. Tutti passano le giornate immersi nel nulla, un nulla fatto di partite a carte al bar, di giri in motorino, di scopate animalesche, di riunioni deliranti in cui la manifestazione del tifo assume una dimensione di rivalsa nei confronti di tutti, "noi e loro", dove loro è tutto il mondo fuori dal quel miserabile cerchio magico.

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Padri e figli.

Ma per molti basta e avanza perché null'altro hanno e null'altro saprebbero inventarsi. Sandro si lascia ancora coinvolgere in alcune occasioni ma non ne ha più voglia, qualcosa vorrebbe poter cambiare, più elastico mentalmente dei suoi compagni di avventura, più ragionevole di tanti giovani. Gli sarà permesso?

Il protagonista è affidato a un ottimo Aniello Arena, attore che ricordiamo nei film di Matteo Garrone Reality e Dogman, oltre che ne La paranza dei bambini, tutti titoli di riferimenti di un certo genere (perché ormai di "genere" si tratta).

Il cinema di Garrone è inevitabilmente richiamato da questa storia, per la scelta delle facce degli attori, per i luoghi nei quali si svolge la vicenda, anche se nel gruppo dei ragazzini è forte l'assonanza con la narrazione di Roberto Saviano.

Ma Ultras si avvicina anche molto a La terra dell'abbastanza, bel film non abbastanza visto che così abbiamo il pretesto per citare. Angelo è interpretato da Ciro Nacca, visto proprio fra i ragazzini della Paranza, reduce anche dalla serie Gomorra. Terry è Antonia Truppo, vincitrice di due David di Donatello per Lo chiamavano Jeeg Robot e Indivisibili.

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I soliti noti.

Il resto del cast è composto da facce scelte con precisione, alcuni così "veri" da sembrare non professionisti (impressionante Daniele Vicorito, che è il Gabbiano), tutti personaggi cui la sceneggiatura conferisce quella pennellata in più che li fa uscire dal cliché.

Dopo il bel piano sequenza iniziale che apre il film sul degrado della chiesa di Assunta a Mare a Pozzuoli, su cui anche chiuderà, con un volo sulla bellezza della costa e sull'immensità del mare a perdita d'occhio, il resto avverrà in un degrado ambientale che non arriva a quello di Castel Volturno ma assai poco ci manca, ben fotografato da Gianluca Palma, per planare sulle candide statue dello stadio in cui avverrà lo scontro finale. Il film è recitato in napoletano non strettissimo ma comunque è sottotitolato.

Come già ai tempi de La Piovra, si dice che da Gomorra in poi tutti i film e le serie TV ambientate in quell'area geografica nuocciano all'immagine di Napoli, della Campania, dell'Italia intera. Ma sono indiscutibili realtà che non escludono che ce ne siano di uguali in chissà quanti altri posti del mondo.

Qui si parla del Nulla, quello di cui parlava il lupo in La storia infinita, ma questo Nulla qui c'è sempre stato, ha dilagato da tempo immemorabile, ereditato generazione dopo generazione. E in Ultras i "cattivi maestri" sono a loro volta vittime di un ambiente che non lascia scampo e si intuisce come nessun sacrificio sarà utile a cambiare le cose, perché i più giovani sono già rovinati e rovineranno i propri figli, come una crudele maledizione biblica.

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I miraggi lontani...

Non si tratta di "tifosi", mai nel film si discute di una partita, di un goal, di un fuorigioco, mai si nomina un giocatore. Non ha importanza, il gioco è solo il pretesto per asserragliarsi in una tribù, per avere l'illusione di contare qualcosa ("io valgo" nella sua forma più ferina), di poter fare la differenza quando la propria esistenza è del tutto irrilevante.

Ci si chiede cosa penserebbe uno di quell'ambiente se vedesse questo film, ammesso che nella sua disgraziata vita possa mai provare l'interesse per andare al cinema, a vedere una pellicola come questa.

Perché sì, come dei veri analisti da talk show si finisce per dare un giudizio moralista, forse proprio morale: non c'è la famiglia, che è quella che ha lasciato che i figli diventino quello che sono, non ci sono le istituzioni, della scuola nessuno parla ed evidentemente non ha fatto il suo lavoro, perché se lo avesse fatto avrebbe forse instillato l'esigenza di uscire dal branco, appena fuori da esso si fosse profilata la vista di una valida alternativa.

E lo Stato manda Polizia, impone leggi che nessuno fa applicare, lascia allo sbando totale generazione dopo generazione, pessimo maestro anch'esso. Pensiamo a una frase di Victor Hugo, citata ne I miserabili, uno splendido film francese in uscita: "Non ci sono piante buone o cattive, ci sono solo cattivi coltivatori".

Il film dovrebbe essere in sala il 9,10 e 11 marzo, coronavirus permettendo. Altrimenti dal 20 sarà su Netflix e in questo caso streaming batte sala uno a zero.

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