Fire Emblem: Shadow Dragon & the Blade of Light - recensione

Un classico 8-bit con un unico, grande difetto.

Per svelare al mondo l'arrivo in Occidente di Fire Emblem: Shadow Dragon & the Blade of Light, il reparto marketing di Nintendo ha tirato fuori un vero colpo di genio. Non potendo infatti contare sul classico effetto nostalgia, tanto potente sui nostri cuori quanto sui nostri portafogli, il trailer d'annuncio è comunque riuscito ad evocare negli appassionati di vecchia data una valanga di memorie chiamando in causa il nostro primo incontro con due dei protagonisti della saga.

Marth e Roy, infatti, avevano messo piede per la prima volta al di fuori del suolo nipponico grazie a Super Smash Bros. Melee nel lontano 2001. E all'epoca ben pochi avevano una vaga idea di chi fossero questi due spadaccini.

Quasi vent'anni dopo i giocatori di Smash Bros. hanno visto quadruplicare i personaggi tratti da Fire Emblem. Con ben otto combattenti pronti a darsele di santa ragione nelle arene di Ultimate, lo strategico firmato Intelligent Systems può vantare una presenza all'interno del roster pari a quella del franchise di Pokémon e seconda solo a Super Mario. Un segnale lampante di quanto la serie sia cresciuta nell'ultimo decennio, merito soprattutto del buon successo ottenuto dai capitoli per 3DS.

Nonostante siamo ben lontani dai numeri macinati dai titoli più popolari del catalogo Nintendo, è chiaro che l'azienda di Kyoto tenga particolarmente a questo marchio, forse perché considerato dai fan una delle sue IP più hardcore. E proprio a questa crescente nicchia di estimatori è dedicata la riedizione su Switch del capostipite della serie, a ben trent'anni di distanza dall'originale per Famicom: un classico che vale la pena di esplorare, anche solo per capire come è nata e come si è evoluta questa storica saga.

Le opere che oggi consideriamo dei classici furono fra le più fresche e innovative del loro tempo, e lo stesso possiamo dire per il primo Fire Emblem. A onor del vero, quando uscì nel 1990 il gameplay non era del tutto inedito, dato che Intelligent Systems aveva già lavorato un paio d'anni prima a Famicom Wars, strategico di ambientazione moderna dalla struttura simile. La vera novità fu la fusione con il genere dei giochi di ruolo, e sulla scia del successo Final Fantasy e Dragon Quest, Fire Emblem: Shin Ankoku Ryū to Hikari no Ken trasportò i giocatori in un mondo fantastico abitato da draghi, stregoni, cavalieri e punti esperienza.

Fin dalla prima schermata Shadow Dragon & the Blade of Light ci mette subito a nostro agio. Le nostre unità sono schierate su una mappa di dimensioni medio-piccola costellata di boschi, monti e corsi d'acqua, e dall'altro lato dello schermo fanno capolino i nemici, in silenziosa attesa. Il principe Marth e i suoi luogotenenti si scambiano qualche battuta introduttiva e nel giro di pochi secondi possiamo cominciare la battaglia, spostando truppe come fossero pedine di una scacchiera.

Per chi dovesse imbattersi in Fire Emblem per la prima volta, quello che abbiamo davanti è uno strategico a turni dall'aspetto tradizionale. Ogni personaggio può essere mosso sulla mappa di un determinato numero di caselle, e quando un nemico entra nel suo raggio d'azione il giocatore può selezionare uno degli attacchi disponibili. Parte quindi l'animazione del combattimento: fendenti vengono menati, frecce vengono scoccate, punti vita vengono sottratti e così via, finché non termina il turno e la mano viene ceduta all'esercito avversario.

Mancano però tanti punti fermi a cui ci hanno abituati i capitoli più moderni. Uno fra tutti, non è ancora presente il celeberrimo triangolo delle armi, la morra cinese fra spade, asce e lance che determina quale categorie di soldati ha la meglio in uno scontro diretto. Oltre allo scambio di oggetti e alle cure, inoltre, non è possibile far collaborare in alcun modo le nostre truppe.

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Le truppe nemiche hanno sempre il vantaggio del numero, ma spesso sono di livello inferiore ai nostri paladini. L'importante è non farsi accerchiare.

Il risultato quindi è molto più elementare, relegando l'efficacia della nostra pianificazione strategica a punti di forza e debolezze piuttosto generali dei guerrieri schierati: gli arcieri, per esempio, sono più efficaci contro le unità volanti, mentre subiscono maggiormente l'attacco diretto dei cavalieri.

Ogni personaggio del gioco, dal principe al semplice mercenario, è un individuo dall'identità ben precisa. Molti di essi hanno un ruolo nella storia, anche se siamo ancora ben lontani dalla complessità delle vicende che caratterizza i successivi esponenti della serie. La trama è decisamente lineare, esercito buono contro esercito cattivo, e un eroe, Marth, che può salvare il mondo. Ma proprio per questo è possibile comprendere meglio l'impatto che determinate meccaniche hanno sul giocatore.

Fra tutte, il permadeath è senz'altro quella che più lascia il segno, e non a caso diverrà uno dei tratti distintivi della serie. In Fire Emblem la morte è definitiva. Un guerriero sconfitto in battaglia non andrà a ricaricare le pile in accampamento. Non ci sono pozioni miracolose che riportano in vita i caduti. E questo semplice presupposto influenza totalmente il nostro modo di pianificare gli scontri.

Portare su di livello i nostri paladini, combattimento dopo combattimento, è l'unico modo per affrontare le venticinque missioni con un minimo di serenità. I nemici ben presto diverranno sempre più agguerriti, e poter contare su un gruppo scelto di soldati ben addestrati è l'unico modo per arrivare alla vittoria.

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Prima di alcune missioni possiamo decidere quali truppe schierare in battaglia.

Ed è sorprendente come, senza un minimo di background narrativo, ci si riesca ad affezionare a quella manciata di pixel a forma di cavaliere che muoviamo avanti e indietro su schermo. Il loro avanzare verso il nemico ci infonde coraggio, e anche nei momenti disperati, quando gli avversari sembrano avere la meglio, la consapevolezza che un colpo ben assestato del personaggio giusto al momento giusto può ribaltare la situazione ci sprona ad andare avanti.

Purtroppo il momento non sempre è quello giusto, e in Shadow Dragon & the Blade of Light la sconfitta è costantemente dietro l'angolo. La difficoltà è impostata decisamente verso l'alto, niente di nuovo per un gioco di trent'anni fa. Il permadeath però rende tutto ancora più ostico, e in alcuni casi vincere la battaglia perdendo comunque alcuni dei nostri uomini più forti rischia di mettere inesorabilmente a repentaglio tutta la campagna. Trovarsi a metà gioco senza una reale possibilità di proseguire può risultare decisamente frustrante. E sappiamo tutti quanto il giocatore del 2020 sia allergico alla frustrazione.

Grazie al cielo Nintendo ha deciso di arricchire questa edizione con una serie di funzioni in grado di alleggerire l'avventura e renderla più accessibile. La traduzione dei testi in inglese è la novità che salta subito agli occhi, ovviamente. Utile anche la possibilità di accelerare il ritmo di gioco, anche se in questo modo andiamo a velocizzare la colonna sonora, rendendola inascoltabile. Le musiche sono uno dei punti di forza del titolo, e spesso abbiamo preferito godere del titolo a velocità normale proprio per lasciarci immergere nella sua atmosfera 8-bit.

La funzione più importante è sicuramente il riavvolgimento dei turni di gioco. Ogni mossa errata del giocatore può essere completamente azzerata, basta tornare indietro e rivedere le proprie azioni. Anche la possibilità di creare un punto di salvataggio può diventare un'ancora di salvezza. In un'occasione, per esempio, abbiamo dovuto abbattere un nemico di livello piuttosto alto senza sapere come approcciarlo. Creando un punto di salvataggio subito prima dello scontro abbiamo potuto appurare quale dei nostri personaggi potesse causargli più danni prima di prendere una decisione definitiva.

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A quanto pare questa versione si basa su quella presente nell'emulatore NES della Virtual Console di Wii U, ecco perché l'immagine è così scura.

Lo confessiamo, giocando in questo modo ci siamo sentiti un po' in colpa. L'avventura diventa quasi un trial and error, e la sensazione di aver tradito lo spirito dell'originale è davvero forte.

Ma a prescindere dalla difficoltà, ciò che ci spaventa di più all'idea di intraprendere una run purista, senza agevolazioni, è la ridicola gestione di armi e oggetti, ovvero l'aspetto che più di ogni altro ha avvertito il peso degli anni. Le armi brandite dal nostro esercito hanno un utilizzo limitato, e occorre acquistare nuovo equipaggiamento abbastanza di frequente per non rischiare di scorazzare disarmati per la mappa di gioco.

Fin qui niente di strano, ma purtroppo non esiste una fase preparatoria prima della battaglia. Tutta la gestione dell'equipaggiamento avviene durante le fasi di gioco, ed è una scocciatura incredibile. Nell'arco di un turno solamente un personaggio può entrare in armeria a fare scorta, causando dilatazioni eccessive nei tempi di gioco. La cosa più sensata è attendere la fine della missione, quando tutti i nemici sono stati sconfitti. Provando a risolvere la questione nel vivo della battaglia, troppe volte abbiamo sbilanciato la nostra strategia e lasciato il fianco all'attacco degli avversari.

Un peccato, perché da solo questo difetto riesce ad appesantire un gioco sorprendentemente moderno, e per quanto abbiamo apprezzato il tempo trascorso a comandare truppe con trent'anni sul groppone, ci risulta assai difficile consigliare l'acquisto di Shadow Dragon & the Blade of Light a chiunque non sia un appassionato di Fire Emblem. Nintendo ha fatto un buon lavoro per venire incontro alle esigenze del giocatore moderno (anche se avremmo preferito vedere su schermo un'immagine un po' più accesa e vivace) ma ben poco si poteva fare il problema dell'inventario.

L'ostacolo, per chi non è mosso da una sana curiosità archeologica, potrebbe essere troppo grande da superare, soprattutto quando la scelta può ricadere sui capitoli più recenti e meno punitivi. Se invece avete già dimestichezza con l'emblema di fuoco e la sfida non vi spaventa, non c'è modo migliore per scoprire quanto siano profonde le radici di una delle serie Nintendo più amate.

6 /10

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Riguardo l'autore

Ugo Ottolenghi

Ugo Ottolenghi

Redattore

Ha trascorso metà della sua vita sui libri, l'altra metà davanti ad una macchina da espresso. La sua grande passione però rimangono i videogiochi, su cui vorrebbe scrivere libri sorseggiando caffè.

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