The Last Duel recensione - Cavalieri poco cavallereschi

La RealtÓ Ŕ quella vera o quella che ciascuno ha vissuto?

"Io canto le donne, i cavalieri, le imprese militari, gli amori, le imprese cortesi e audaci". Così diceva Ariosto, tanto tanto tempo fa.

Di acqua (abbondantemente tinta di sangue) ne è passata molta sotto i ponti e oggi abbiamo sottoposto a revisione critica anche quel periodo storico, un tempo definito automaticamente epico, con le gesta dei valorosi cavalieri che in sella a possenti destrieri salvavano pulzelle in pericolo, liberavano gli oppressi, ristabilivano la giustizia, difendevano la cristianità.

Con il suo film The Last Duel, anche Ridley Scott torna sull'argomento, del quale ci aveva già dato una sua visione critica con il film del 2005 Le Crociate, e qui aggiorna l'argomento "cavalleresco" alle tematiche femministe, precorrendo alquanto i tempi, riprendendo anche alla lontana il tema del suo primo film, I Duellanti, di cui si avvertono echi nell'ostilità che contrapporrà esponenzialmente i due protagonisti maschili, Matt Damon e Adam Driver.

La trama è semplice: siamo nel 1386, il vassallo Jean de Carreouges (Matt Damon), rozzo e ignorante ma valoroso come guerriero, ho un solo amico nella vita, il fascinoso Jacques Le Gris (Adam Driver), vassallo coraggioso pure lui, compagno di molte avventure. Negli anni però il rapporto cambia, in seguito a diversi fraintendimenti, e i due diventano nemici.

Jacques è pure protetto del corrotto principe Pierre (Ben Affleck), cugino dell'inetto "Re Folle" Carlo VI (e il soprannome dice tutto), che lo favorisce senza ritegno. Jean, non molto ricco ma di stimato casato, sposa la bella Marguerite (Jodie Comer), di nobilissime origini e munita di cospicua dote. Ma un triste giorno la donna denuncia di essere stata violentata proprio da Jacque e chiede soddisfazione. Il marito sfida a duello l'ex amico, un duello all'ultimo sangue davanti a Dio.

Sopravvivrà chi ha ragione (perché Dio è giusto e tutto vede) ma se a soccombere sarà Jean, sarà atrocemente giustiziata anche Marguerite, rea di aver mentito. La storia viene raccontata tre volte: la prima da Jean, poi da Jacques e alla fine da Marguerite, ogni volta con leggere, anche leggerissime varianti, dipendenti dai tre differenti punti di vista. Che sono quanto di più sinceramente soggettivo si possa immaginare.

In questo senso, più che il molto citato Rashomon, il film ricorda la serie tv The Affair, in cui questo ero lo stile narrativo costante. Una soap in costume medievale, quindi? No, perché la sceneggiatura scritta dalla riformata coppia Affleck/Damon insieme a Nicole Holofcener, a partire dal romanzo di Eric Jager, che nel 2004 ha indagato su questo reale fatto storico, ha mire più consistenti.

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Nulla è peggio di due amici diventati nemici.

Le diversità nelle tre narrazioni sono sottili ma significative: ci sono fatti che cambiano in base a dettagli minimali, frasi dette un attimo prima o dopo che cambiano il senso dell'evento, mariti che si vedono più premurosi e attenti di quanto vengano percepiti, altri uomini convinti in buona fede di essere irresistibili; un'occhiata distratta può essere letta come un segno di incoraggiamento, lamenti di disperazione possono essere ascoltati come gemiti di piacere e così via, in un gioco di equivoci che potrebbe essere divertente se non sfociasse in tragedia.

Senza dimenticare la tragedia vera, che è la vita di una moglie vista come una proprietà del marito e che solo come tale va protetta. Perché The Last Duel non è una storia di amore e passione, ma di possesso e avidità.

Jean, ruvido e complessato nei confronti del più colto e affascinante Jacques, è convinto di essere innamorato della moglie e deciso a lavare l'affronto inferto alla donna e alla sua reputazione. Ma vuole anche vendicarsi di tutti le offese precedenti, scavalcando il detestato Pierre che ha sempre protetto l'amico di bagordi. Jacques, del resto, è davvero attratto dalla bella Marguerite ed essendo pure assai ambito, è uno di quegli uomini che pensano che una donna mai gli si negherebbe, e che se dice di no, in fondo è contenta di essere costretta ad un rapporto sessuale. E anche lui ha perso feeling nei confronti dell'amico, che in fondo è felice di oltraggiare.

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Alle vittime predestinate non resta che ribellarsi.

Marguerite, del resto, è una donna vittima di un mondo totalmente di uomini, succube del marito ma impossibilitata a difendersi dal primo che capita, se lasciata indifesa. E le argomentazioni contro di lei (l'interrogatorio davanti al Re) echeggiamo le tante obiezioni che ancora oggi si oppongono alle denunce delle donne stuprate.

Splendide le (poche) scene d'azione, qualche carica di cavalleria, qualche combattimento a terra di fisica brutalità, per arrivare all'apice finale, con un duello di violenza inusitata. Tutto immerso in una fotografia livida come il fango dei campi e le gelide mura dei castelli dove vivono i protagonisti, opera del grande Dariusz Wolski. Quanto a plausibilità nella ricostruzione storica, Scott ha già dimostrato con Il Gladiatore di infischiarsene della rigorosità e infatti in alcune scene sullo sfondo si vede Notre Dame ancora in costruzione (mentre è stata completata nel 1344).

Il cast maschile funziona: Matt Damon è ottuso e granitico come ruolo richiede, così come è attraente anche se volubile Adam Driver, con la sua fisicità tossica, forse troppo moderna, disinvolta. Ben Affleck in versione ossigenata è un parassitario Principe; Jodie Comer, inglese portata alla notorietà dalla serie tv Killing Eve, è una raffinata vittima del sistema, raggelata (imprigionata) in un mondo ostile.

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Matt Damon, un cavaliere proletario e rancoroso.

Anche dubitando che a una donna, a quei tempi, sarebbe stato dato tanto spazio, The Last Duel resta un film di buon intrattenimento, degno prodotto di un regista come Ridley Scott, che non ha mai negato di essere un artigiano di altissimo livello, passando attraverso film di generi diversi.

Senza dover andare a scomodare l'abusata sigla para-femminista, il film ci mostra come siano perversi i meccanismi mentali, ieri come oggi, facendoci riflettere una volta di più su quanto ogni verità sia soggettiva, quanto la cronaca di ogni fatto avvenuto sia variabile a seconda della prospettiva dalla quale lo si è vissuto, lo si è guardato.

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