C’era una volta il pallone, fatto di ideogrammi digitali, di undici nomi titolari da “ribattere” completamente. Un pallone che andava “importato”, perché noi europei non eravamo quasi in grado di capirlo, perché ci hanno sempre spacciati per faciloni e quel calcio da “c’era una volta” ce lo spacciavano quasi come troppo complicato per noi…

Sono parole romantiche le mie, ricordi che si fondono con le primissime partite a quel Winning Eleven giappo, con tanto di Roby Baggio col codino, divina copia digitale del suo essere il dominatore della scena. E l’eco di quelle partite, dapprima solo rimediate nei negozi di importazione, si fece così roboante da portare quella saga sui nostri pad tricolori, con l’automatica cancellazione dell’alter ego occidentale, sempre made in Konami, che scattava sulla fascia parallelo al più celeberrimo FIFA (i primissimi ISS Pro, ve li ricordate?).

Da quel momento in poi tutto il resto è storia ma anche un po’ noia, perché la concorrenza per anni ha continuato a sbagliare tutto, campagna acquisti e rinnovi dirigenziali, proclami e interviste del dopo partita. Konami ha dominato inesorabile, Pro Evo ha dato distanze abissali, ha smontato le velleità di altri concorrenti (compreso il This is Football di Sony). Ma poi?

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Finalmente nella Master League avremo la possibilità di giocarci le nostre chance europee partecipando alla Champions o all’Europa League.

Poi, quel pallone romantico e romanzato, si è perso per strada. Se mi metto a pensare a PES nella sua fase next-gen, non ce n’è uno che abbia centrato questo cambio di marcia generazionale. E le mie partite migliori le ho fatte con l’ultimo capitolo della serie old-gen, emulato su 360…

È una critica forte, lo riconosco, quasi una mancanza di rispetto per quello che ho sempre ritenuto la migliore simulazione di calcio, la scelta annuale da fare quasi coi paraocchi, pur con tutti i limiti e i difetti che riconosci anche alle cose che ami.

Quest’anno avevo grandissime aspettative: FIFA 09 ha ribaltato le nostre certezze dubbiose? E allora perché mai PES se ne dovrebbe rimanere impassibile? Mi aspettavo evoluzione e rivoluzione, l’ennesimo calcio ai rivali di sempre, come quando il fuoriclasse viene punto nell’orgoglio dalle critiche mosse dalla stampa.

E invece? Ok, una partenza del genere potrebbe farvi pensare ad una totale disfatta, a una goleada subita in casa col pubblico che fischia e che abbandona gli spalti. No, sia chiara una cosa: la mia introduzione bagnata di pessimismo cosmico calcistico viene tutta da un cuore tradizionalmente “pessaro”, che l’anno scorso ha tradito la sua passione, e che quindi aveva quasi voglia di tornarsene, sano e salvo, tra le braccia di Seabass e soci. Ma l’idea di avere un’alternativa, ti porta inesorabilmente a traballare…

Sicuramente PES 2010 è un gran bel gioco di calcio. Di certo è il primo con una forte impronta next-gen. Lo vedi nel dettaglio e nella cura con cui sono stati ricostruiti i modelli virtuali dei calciatori, nella loro caratterizzazione, nello sforzo, prima sempre messo in secondo piano, di dare al tutto la cornice di un evento televisivo.

Dire che l’edizione 2010 ha portato dei cambiamenti soltanto nello stile dei menu di gioco è pericoloso, quanto non veritiero. Un PES nuovo lo si avverte in campo, lo senti nel peso che assume la partita, nella fatica che tocchi con mano a costruire un’azione di gioco, nel ritmo finalmente più cadenzato che richiama i vecchi episodi e si allontana dalla strada più arcade e flipperosa che il gioco aveva ormai imboccato in questi ultimi anni.

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