The Tender Bar Recensione: Il bar delle grandi speranze

Voglia di tenerezza.

Arriva su Amazon Prime Il bar delle grandi speranze, il nuovo film diretto da George Clooney, corredato da un cast promettente. La storia è tratta dal romanzo The Tender Bar: A Memoir, scritto da J.R. Moehringer, scrittore premio Pulitzer, noto anche per aver collaborato alla scrittura di Open, la biografia di André Agassi. Nella traduzione italiana si perde quel "tender", che salverà il protagonista e lo avvierà a una vita degna. Perché per avere speranza, prima ci vuole anche molta tenerezza.

Il film racconta la sua infanzia e l'avvio della sua carriera di scrittore. Lo incontriamo da piccino, mentre la madre sta facendo ritorno al mai amato nido paterno, a Manhasset, Long Island (vicina eppure lontanissima di New York), dopo troppi fallimenti durante il suo tentativo di costruirsi una vita indipendente. Il padre del piccolo J.R. è assente, solo una voce lontana che rimbalza dalle radio, perché di mestiere fa il DJ, ma è un alcolizzato inaffidabile. Il nonno si mostra come un uomo burbero e chiuso, ma è il fulcro di una famiglia numerosa che gli gira intorno suo malgrado.

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Per i consigli di vita ogni posto è buono.

Nella sua casetta a due piani, cadente e bisognosa di manutenzione ma piena di vita e affetto, J.R. trova una stabilità, un supporto affettivo che lo instraderà verso il suo futuro, nonostante le ombre del passato. Questo avverrà grazie al costante supporto morale della madre, all'appoggio del pur ruvido nonno e soprattutto grazie allo zio Charlie, lo zio che tutti vorremmo avere, affidato a un ottimo Ben Affleck, che gestisce il Dickinson, un bar-casa famiglia dove sugli scaffali alle bottiglie si alternano i libri, un autodidatta che gestisce il suo locale come fosse una nave nella tempesta alla quale chi ha bisogno può aggrapparsi.

Dopo qualche sudata vittoria e alcune sconfitte, J.R. capirà che nonostante tutti gli appoggi del mondo, alla fine sei tu che devi aiutare te stesso, alzarti e agire, forte proprio di quel supporto che ha radici anche lontane ma dalle quali ti sei sviluppato. Indispensabile sarà, superfluo dirlo, chiudere i conti con la figura paterna, che incarna la figura massimamente devastante del genitore nocivo ma seduttivo, spesso solo un egoista narcisista, che mentre scava ferite che difficilmente si rimargineranno, riesce a farsi amare tanto da provocare nel figlio-vittima sensi di colpa, se e quando si affrancherà.

Sembra davvero che da infanzie serene, da rapporti famigliari non problematici, dal benessere economico, non possano scaturire carriere artistiche, sicuramente non da scrittori. Per ciascuno, la storia che gli sta succedendo è unica e irripetibile, purtroppo noi spettatori (e lettori) di storie come questa abbiamo sentite tante, diventate spesso film. E niente nel percorso di J.R. si discosta da altri. L'infanzia difficile ma graziata da una figura guida importante; il riscatto individuale e di classe da affidare allo studio, abbinato a qualche capacità artistica; la piccola provincia castrante che costringe all'abbandono; le sconfitte formative; il traguardo della laurea a Yale, che allora significava davvero una possibilità concreta.

A leggere la trama, tutto è un cliché, tutto già visto e sentito e quindi deve essere davvero così per molti la strada faticosa verso il successo, almeno in campo creativo. Questo però non rende più appassionante la visione del film, che ha il pregio di durare solo 104 minuti ed è diretto con il suo solito stile tradizionale da George Clooney, che su quel versante non è mai stato un innovativo. Ma qui la materia si presta, in una minuziosa e affettuosa ricostruzione dell'ambiente e delle atmosfere di una Long Island degli anni '70 e poi '80, con la calda fotografia di Martin Ruhe (già con Clooney nella serie Comma 22) e la bella selezione di canzoni.

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Ben Affleck, qui vero working class hero.

E un cliché è anche l'infanzia disastrata, l'ambiente anomalo di quasi solo uomini in cui il piccolo J.R. crescerà, il bar-casa-ventre materno, il primo disastrato amore non corrisposto per una ragazza più ricca, le tante sigarette e i whiskey con il rischio di diventare una mosca da bar, qualche malattia fra i suoi cari, il passaggio quasi obbligato per un grande giornale, con la sua redazione in fermento, fucina inesauribile di nuovi talenti da assumere e coltivare (oggi sembra fantascienza).

Tutto questo è messo in scena con grande piacevolezza eppure senza molta vitalità e poco coinvolgimento emotivo. La cosa migliore del film, che comunque dura solo 104 minuti, è senza dubbio Ben Affleck, che è davvero bravo nel suo ruolo, con una recitazione minimale che lo rende autentico e la fa diventare il vero protagonista del film. Un appunto banale si può fare riguardo alla scelta dei due attori che interpretano il protagonista da bambino e da ventenne, due facce che più diverse non si potrebbe, sono il bravissimo Daniel Ranieri da piccino e Tye Sheridan, non molto empatico, da adolescente e giovane uomo. Max Martini è il padre odioso. La mamma un po' defilata è Lily Rabe, giganteggia come sempre nelle sue poche scene Christopher Lloyd.

Se una frase ci può restare, dopo la visione di questo film, si tratta di un messaggio che davvero oggi sembra fuori tempo, ma fa capire come l'autore e anche il regista ci credano. Quando J.R. incontra fuggevolmente una ragazzina vessata dal suo detestabile padre, lei gli chiede come si faccia a evadere, a viaggiare e vedere posti. E lui le risponde: "devi studiare e andare molto bene a scuola". Frase degna di un film gloriosamente vecchio stile e che per questo potrà piacere o dispiacere molto.

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