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Aztech Forgotten Gods Recensione: Una mitologia azteca poco coinvolgente

La classica occasione sprecata, purtroppo…

Il mondo videoludico ci ha permesso di esplorare titoli ricchi di cultura, tradizioni e mitologie affascinanti. Le stesse che ci attraevano da piccoli, come se fossero splendide favole da ascoltare prima di addormentarci, sono state proiettate nei videogiochi.

Abbiamo avuto a che fare con il paganesimo, la cultura norrena e molti altri rami che caratterizzano le civiltà presenti e passate. Tuttavia, la mitologia azteca è sempre rimasta leggermente in disparte e siamo sempre stati indirizzati verso storie più riconoscibili. Popolari, in un certo senso.

Ebbene, questo mondo è incredibilmente ricco di divinità, credenze radicate e dimensioni specifiche che sono pressoché inconcepibili per l'essere umano. Aztech Forgotten Gods vuole concentrarsi su queste tematiche, lasciandoci fronteggiare e conoscere quelle che sono le entità dimenticate che caratterizzano una religione così antica.

Avremmo sicuramente voluto immergerci in una storia così particolare ma non è esattamente ciò che abbiamo trovato in questo titolo. Si tratta di un gioco d'avventura che ha per protagonista Achtli, donna azteca che vive in un'epoca incredibilmente evoluta e tecnologica. Grazie a sua madre, una scienziata che lavora a Tenochitlan, scopre un manufatto che le cambierà completamente la vita.

Si impossessa quindi di un guanto in grado di risvegliare le divinità intrappolate dal nucleo energetico. La protagonista, tuttavia, è ignara di tutto ciò e si ritrova a dover lottare con un destino completamente ignoto.

Dopo una vita ricca di sogni, sofferenze e traumi, è costretta ad affrontare terribili creature e a scoprire i suoi nuovi punti di forza. Certo, leggendo questa introduzione la trama può sembrare molto interessante, ma ciò che si traduce nel videogioco è esattamente l'opposto. La storia è estremamente semplice; sapete quanto privilegiamo narrazioni genuine, ma in questo caso abbiamo sperimentato una scrittura mal realizzata.

Nonostante sia presente una forte impronta ironica, soprattutto da parte di Achtli, la trama non riesce affatto a coinvolgere. I dialoghi sono privi di identità ma a contribuire negativamente è soprattutto l'assenza di un doppiaggio e la costante presenza di sospiri e versi a tratti snervanti. Avevamo notato questa sfaccettatura già dalla versione preview e speravamo che fosse una caratteristica provvisoria. Notare ancora questi elementi, insieme ad altri di cui vi parleremo tra poco, ci ha fatto storcere il naso.

Anche il gameplay è la classica occasione sprecata, con delle interazioni molto dinamiche ma offuscate da numerose lacune. La città di Tenochitlan è una sorta di piccolo open world che incentiva il giocatore a sfruttare l'esplorazione verticale. Il guanto è il fulcro di ogni azione, in quanto permette ad Achtli di fluttuare velocemente per la città, nonché di usare lo strumento come se fosse un vero e proprio jetpack.

La vita di una giovane ragazza viene improvvisamente stravolta da un misterioso manufatto.

Ciò va ad annullare la lentezza di una semplice corsa e riduce drasticamente i tempi per raggiungere i vari punti della mappa. Il problema più tedioso, tra le varie cose, è che abbiamo sperimentato numerosi cali di frame (ci riferiamo alla versione per PlayStation 4). Anche il combattimento si è rivelato molto semplice e poco gratificante; dovendo essere il suo vero punto di forza, ciò ha ulteriormente intaccato l'esperienza di gioco.

Sferrare pugni e destreggiarci in acrobazie, parkour e salti avrebbe potuto stravolgere positivamente questo titolo, se solo gli sviluppatori avessero prestato maggiore attenzione ad alcuni dettagli. I boss affrontati ci hanno messi alla prova in alcuni punti, ma il combattimento complessivo non è riuscito a distrarci da tutte le altre problematiche. Anzi, nella frenesia degli attacchi abbiamo sperimentato un'instabilità con la visuale ai limiti della motion sickness.

Insomma, si tratta di un gioco di circa cinque ore, quindi è stato quasi impossibile riuscire a immergerci in questa esperienza. Tra i lati positivi, tuttavia, abbiamo trovato la possibilità di potenziare le nostre abilità tramite dei punti ottenuti durante l'esplorazione, e la possibilità di acquistare skin e acconciature per Achtli. Sfortunatamente, però, ciò non è bastato. Non vogliamo riferirci alla componente grafica, palesemente datata e quasi fastidiosa, ma al risultato complessivo delle interazioni e della trama.

Tra l'altro, il gioco è localizzato in Italiano e ha una colonna sonora molto interessante, quindi ci sarebbero stati degli ottimi presupposti per realizzare un buon prodotto. Anche la componente mitologica avrebbe contribuito a conquistare gli appassionati, ma troppi elementi pendono dal lato negativo della bilancia.

Durante l'esplorazione è possibile potenziare il nostro guanto e renderlo ancora più forte.

Come già detto prima, inoltre, il comparto grafico è estremamente datato, dandoci l'impressione di giocare un titolo per PlayStation 2. Le ambientazioni futuristiche avrebbero potuto stravolgere il nostro punto di vista se gli sviluppatori avessero prestato maggiore attenzione alle texture e se, soprattutto, avessero colmato certi spazi troppo vuoti per intrattenerci realmente.

Insomma, Aztech Forgotten Gods è un'occasione sprecata che avrebbe potuto dare molto di più. I suoi unici aspetti positivi sono la localizzazione in Italiano, una colonna sonora gradevole e un gameplay dinamico ma poco coinvolgente. Sfortunatamente gli aspetti negativi prevalgono in modo a dir poco drastico, per cui vi consigliamo di riflettere attentamente prima di dargli un'opportunità.

5 / 10

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A proposito dell'autore

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Stefania Netti

Contributor

Classe 1995, Stefania ama follemente qualsiasi videogioco dalla trama coinvolgente, non a caso si definisce una “cacciatrice di emozioni”. Nella sua lista non possono mancare le avventure grafiche e, tra una sessione e l’altra di gaming, coccola i suoi gatti.

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