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Moonage Daydream Recensione | David Bowie, uno, centomila

Il “lunare sogno ad occhi aperti” di David Bowie, un alieno, un gentiluomo.

I grandi personaggi che sono entrati nel nostro immaginario hanno nature diverse, a seconda del campo in cui si sono mossi. Per certi l’immagine ha avuto quasi più importanza della sostanza (problema oggi drammatico), ma ci sono casi in cui la sostanza è stata pareggiata da un aspetto affascinante, da geniali invenzioni visive, caratteristiche mantenute intatte attraverso lunghe carriere, variando, inventandosi in sempre nuove forme.

Stiamo cercando di arrivare al fulcro del discorso, che riguarda il documentario Moonage Daydream, dedicato a David Bowie, artista, personaggio, essere umano sul quale perfino sul malvagio web è difficile trovare voci contrastanti, pettegolezzi imbarazzanti, malignità da gossip. Ha attraversato decenni di enormi cambiamenti sempre con una specie di soavità interiore, che si trasmetteva al suo modo di fare, fin dagli albori della sua carriera, nei momenti in cui cercava la sua strada; poi quando l’ha trovata, l’ha quasi persa, poi ritrovata e cambiata, tante volte.

Vorace ricercatore di sempre nuove forme di espressione, eclettico ogni oltre ogni limite, dalla fine degli anni ’60 ha percorso un cammino in cui, oltre a produrre dischi rimasti nella storia, ha costruito un personaggio che, anche quando per motivi di salute ha dovuto ritirarsi nel 2004, è rimasto sul suo piedestallo, adorato dai fan ma ammirato e rispettato anche da chi con il personaggio aveva meno confidenza. Qualche film ha contribuito a renderlo anche più famoso, alcuni memorabili e di culto, altri assai al di sotto delle sue potenzialità (e in infiniti film sono state usate le sue canzoni).

L’impossibile oggetto del desiderio.

Di un personaggio di tale vastità, di una simile lunghissima e varia carriera, di una vita così piena, era prevedibile che sarebbe stato realizzato un film, un documentario, e per fortuna dell’impresa si è incaricato l’apprezzato e super-premiato Brett Morgen, già autore di un film su Cobain (e di Jane, Crossfire Hurricane, The Kid Stays in the Picture), che anche scrive, produce e si occupa del montaggio.

Moonage Daydream è un film nel quale il missaggio sonoro si impone all’attenzione e va detto che fra i tecnici del suono c’è Tony Visconti, produttore musicale al fianco di Bowie dal 1969. Il voice over è dello stesso Bowie, che ha contribuito a modellare il documentario (così come aveva fatto con la sua emozionante, epocale mostra del 2016), realizzato con il supporto del David Bowie Estate.

Il film è quasi un esperimento di video arte: nel flusso della narrazione non ci sono titoli, date, pochi i nomi di luoghi, è tutto un fluido susseguirsi di immagini e parole, anche di altri film e autori oltre a Bowie, ma a lui collegati, da lui amati. E per questo colleziona una serie emozionante di riprese di concerti, filmati di ogni genere, da show tv, interviste e da film, oltre che di materiale concesso dall’immenso archivio personale di Bowie.

Un “multiplo” alla Andy Warhol.

Le canzoni eseguite in versioni mai scontate o solo accennate sono circa una cinquantina (e restate ad aspettare fino alla fine dei titoli di coda). Come informazione tecnica, aggiungiamo che Moonage Daydream sarà visibile anche in Imax dal 15 al 21 settembre e in sale tradizionali il 26, 27 e 28.

Quanti David Bowie ci sono stati? Contano l’efebico preraffaellita dei primi anni, l’alieno Ziggy, il Thin White Duke, l’abbronzato e biondo gentleman di China Girl, il cupo Nathan Adler di Outside, lo sperimentatore di hip hop e jungle? E quale Space Boy: quello con i Pet Shop Boys o quello della durissima versione con Trent Reznor? Molti di più sono i David Bowie che ciascun fan possiede nel suo cuore, dai primi che lo hanno scoperto ai suoi esordi a quelli che lo hanno conosciuto in seguito. Tutti sono David Bowie, infiniti e diversi per ciascuno.

Moonage Daydream non è una biografia ma il percorso evolutivo di un artista, di un uomo, per cercare di carpire il mistero immenso che certe vite eccezionali contengono. Impresa ardua, a volte impossibile, perché nessun film che ripercorra epoche passate potrà comunicare a un pubblico di oggi, anche se composto da fan, quale fosse allora la potenza dirompente di certi personaggi, nel momento in cui si sono affacciati sul mondo.

Il film copre in un’ora circa l’arco dei primi anni, quelli di Ziggy e del periodo americano, della ricerca di se stesso e del rischio di perdersi. Poi passa al periodo della rinascita berlinese, cui seguirà la sorprendente e criticata svolta “commerciale” degli anni ’80, con il rischio, da Bowie avvertito, di trasformarsi in una vuota rockstar.

Quanti David Bowie ci sono stati?

Velocemente, con immagini ed echi di canzoni, trascorrono gli anni ’90 (con il matrimonio) e si arriva al nuovo millennio e alla fine, con il disco Blackstar, che tanto aveva sorpreso, entusiasmato, per il suo coraggio, perché era un’opera fuori dalle logiche commerciali dei nostri giorni, perché si percepiva un’intensità speciale, inquietante. Lui sapeva perché, noi no. Si trattava dell’uscita di scena dallo spettacolo che era stata la sua vita. Anche Bowie stava lasciando il palazzo.

Se di tanti amati idoli defunti ci piace dire che sono lassù, da qualche parte, a guardarci da una nuvoletta, lui è di sicuro più in alto, in mezzo alle stelle, Starman per sempre.

“Tutto è transitorio, mi importa?”.

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